Il vento soffiava con forza. In una casa, un neonato gemeva e piangeva,contorcendosi con terribili spasmi nella piccola culla."Antony, il bambino sta di nuovo male. Vieni presto". L'uomo entrò nella camera del figlio, e vide la moglie spaventata che lo teneva in braccio. "Ha gli stessi sintomi dell'ultima volta, ho paura"."Non ti preoccupare," - disse il marito,prendendo il bambino - "non è in pericolo. Gli passerà presto". In realtà stava mentendo a sé stesso. Conosceva quel tipo di disturbi nei neonati, nemmeno portarlo in ospedale avrebbe migliorato la situazione."Chiama l'ambulanza, Antony". Ma egli, dopo aver ridato il bambino alla moglie, andò nell'altra stanza a telefonare non al pronto soccorso, bensì ad alcuni suoi conoscenti. Parlava a fatica."Mio figlio sta di nuovo male. Penso che questa volta accada il peggio. Venite a prenderlo e cercate di salvarlo, vi prego... Altrimenti," -e improvvisamente la sua voce si fece dura e metallica- "sapete cosa fare. Riattaccò. "L'ambulanza sta arrivando? Il bambino peggiora". Antony sapeva che non doveva assolutamente dire alla moglie che il bambino non sarebbe andato all'ospedale, quindi mentì. "Si, sarà qui a momenti". Pochi minuti dopo un furgoncino bianco parcheggiò vicino alla casa. Due uomini uscirono dal retro del furgone trascinando un lettino, mentre l'uomo alla guida controllava che non ci fosse nessuno in giro, anche se ciò era improbabile, perché era notte fonda. Antony li vide dalla finestra del secondo piano e li fece entrare. "Presto, l'hai portato?". "Si" -rispose il più basso dei due- eccolo qui, fresco fresco dal laboratorio". "C'è poco da scherzare. Venite su e aspettatemi nel corridoio". Antony corse nella stanza di sopra, il neonato era stato rimesso nella culla dalla donna, la quale ormai era in preda all'ansia."Allora,è arrivata?". "Non ancora. Guarda, mi sembra di vederla dalla finestra". La moglie si alzò per andare a controllare e, non appena gli passò accanto, Antony le spruzzò in faccia il contenuto della bomboletta che gli aveva dato l'uomo di prima. Cadde a terra, dormendo. "Gran bella invenzione, il gas soporifero... Presto, venite". I due uomini, che avevano aspettato nel corridoio, sapevano già cosa fare: presero il neonato e lo adagiarono sul lettino, poi tornarono al furgoncino. Intanto Antony ripeteva fra se: "Sapete cosa fare...". Passarono circa quindici anni. Nel frattempo Andrew, il neonato, fu riportato sano e salvo ai genitori; era cresciuto ed era diventato un ragazzo alto, snello e ubbidiente, forse troppo ubbidiente ai genitori, soprattutto al padre. Infatti qualche tempo prima gli era stato raccontato che da piccolo aveva rischiato di morire e che solo l'intervento tempestivo di un'ambulanza lo aveva salvato (così credeva sua madre). E sembrava che Antony volesse il merito della salvezza di Andrew: non faceva altro che ripetere che gli aveva salvato la vita. Era molto severo nei suoi confronti, ma in misura maggiore rispetto agli altri genitori. Era irremovibile nelle proprie idee e non accettava opinioni contrarie alle sue: voleva che il figlio facesse quello che voleva lui. Ma per questo ultimo la vita era un inferno. I normali contrasti che generalmente si creano fra padre e figlio non erano tollerati, se una decisione di Andrew non andava bene a Antony, non si arrivava mai a un compromesso. Nemmeno la madre poteva aiutarlo, lei ormai si era abituata al carattere del marito, e inesorabilmente gli era diventata succube, anche perché nel passato le sue violenze le avevano lasciato un segno sia fisico che mentale indelebile. Ma non aveva mai avuto il coraggio di lasciare e di mollarlo. Andrew sapeva che suo padre era un violento: da piccolo ne era stato testimone, quando cioè Antony si era accanito sulla moglie dopo un litigio troppo acceso. Ne era stato traumatizzato, anche se non ne parlò mai con nessuno. Così quando doveva dire qualcosa che poteva urtare le idee di suo padre, ci pensava prima due volte. Ma non voleva vivere succube di Antony: questo non era il padrone della sua vita, doveva concedergli più libertà, come a tutti i ragazzi della su età. Aveva capito che doveva dare un segnale forte a suo padre, che questo doveva smetterla di reprimere tutti i sentimenti e le iniziative del figlio come aveva fatto fino ad allora. Così pensò che la cosa migliore fosse di andare via di casa, lasciando ai suoi genitori soltanto un biglietto dove spiegava che non reggeva più in quella situazione e dove chiedeva che suo padre cambiasse il suo atteggiamento autoritario e violento. Nel biglietto avrebbe aggiunto anche di non cercarlo, perché sarebbe tornato di lì a qualche giorno. Era piena estate, un suo amico lo aveva invitato molte volte a mangiare e a dormire da lui, e aveva accettato di buon grado. Il pomeriggio in cui lasciò la casa, entrambi i genitori erano assenti: la madre era a fare compere, mentre il padre era a lavorare in un laboratorio di ricerche altamente specializzato; ma che tipo di ricerche effettuasse Andrew non lo sapeva: ogni volta che aveva provato a chiedergli qualche informazione sul suo lavoro, Antony cercava di cambiare argomento o addirittura si arrabbiava, e nemmeno sua madre aveva saputo rispondergli. Naturalmente il padre gli aveva detto di non uscire di casa, quindi questo lo stimolò ancora di più ad andare via. Mentre andava in bicicletta a casa dell'amico, si domandò se Antony, dopo aver scoperto la sua fuga, avrebbe picchiato la moglie, dandole la colpa di ciò che era successo, o magari pensando che stesse coprendo la sua scappatella. Sperava che no lo facesse. Dannis era contento che Andrew fosse venuto a stare a casa sua per un po': aveva in qualche modo capito che fra lui e i suoi genitori si erano formati gravi contrasti, anche se lui non ne parlava mai, e quindi voleva distrarlo da questi problemi. I genitori di Dannis erano dello stesso parere del figlio ed erano felici che Andrew stesse a casa loro. Non sapevano però che non l'aveva detto a Antony. Intanto i due ragazzi erano andati a fare delle escursioni in alcune aree industriali abbandonate, dove vecchi e grandi edifici a mattoni stavano piano piano cadendo a pezzi. Dannis, che amava esplorare, aveva spesso visto in quella zona dei movimenti sospetti: ogni giorno un camioncino bianco, seguito da una macchina entrava in un piccolo magazzino non visibile, da lontano,a un osservatore poco attento. Ma nessuno poi usciva dall'edificio. Dannis si era sempre chiesto cosa ci potesse essere di così importante, ne aveva parlato all'amico e avevano deciso di andare a darci un'occhiata, sempre comunque rimanendo a debita distanza. Ci misero circa venti minuti in bicicletta per arrivare alla zona industriale, ma per i due ragazzi ne era valsa la pena. Andrew vide già da lontano un'enorme area, piena di vecchissimi edifici, alcune fabbriche e molti magazzini, la maggior parte dei quali diroccati. Erano tutti abbandonati e sembrava che ormai più nessuno ci avesse messo piede da molto tempo.” Il camioncino arriva sempre puntuale verso le sette, qualche volta accompagnato da altre macchine, quando fa più buio… intrigante, vero?”. Dannis conosceva bene l'orario di arrivo del veicolo, ma non sapeva quando esso ripartiva, perché doveva tornare a casa per la cena. Comunque quel giorno era più curioso che mai, e volle scoprire chi fossero gli sconosciuti che frequentavano quei luoghi. “Nascondiamo qui le biciclette e andiamo laggiù ad aspettarli”.”Non credo che sia una buona idea, potremmo trovarci in qualche guaio”.”Eh dai, guarderemo da lontano, non ti preoccupare”. Andrei sembrava poco convinto, comunque fece quello che l'amico gli aveva suggerito e insieme si addentrarono tra le rovine.”Manca poco alle sette. Dobbiamo sbrigarci”. Corsero fino a un vecchio muro ,che si trovava vicino al piccolo magazzino, pieno di crepe e di fessure dalle quali potevano sbirciare. Da lì non c'era il pericolo che qualcuno li vedesse.”Questa è la prima volta che mi avvicino così tanto… Arriva qualcuno”. Rimasero in silenzio, aspettando. Da una stradina laterale arrivò un piccolo camion bianco, lo guidava un ometto che indossava una tuta grigia.”Eccolo, che ti avevo detto? Puntuale come sempre...c'è anche un'altra macchina”.”Ma…quella…non è possibile…è la mia macchina!”, esclamò Andrew, dopo averla vista meglio. ”Ti stai sicuramente sbagliando…un momento…l'uomo che la sta guidando…è tuo padre!”. La macchina passò vicino al muro dietro al quale erano nascosti, e videro chiaramente che l'uomo alla guida era Antony. Aveva lo sguardo irritato e severo. Andrew cominciò a sentirsi impaurito e confuso. “Cosa ci fa qui? Dovrebbe essere a lavorare…non capisco più niente”. “Calmati, ci deve essere una spiegazione”. Ma i due ragazzi non riuscivano a trovarla. Videro che Antony era sceso dalla macchina e si era messo a parlare con il conducente del camioncino, mentre altri due uomini scendevano dal retro della vettura trasportando alcuni strani apparecchi. Uno di loro, dalle smorfie che faceva, probabilmente stava imprecando per il peso, ma non potevano esserne sicuri, dato che erano troppo distanti per sentire. I due uomini che trasportavano le apparecchiature e l'uomo che stava parlando con Antony entrarono all'interno del magazzino, mentre lui rimase qualche secondo fuori. All'improvviso si girò verso il muro dietro al quale erano nascosti, come se avesse sentito la loro presenza. Lo sguardo era duro e minaccioso. Andrew si ritrasse dalla fessura con un grido strozzato. “Non ti preoccupare. Non può vederci”. “Ha letto il messaggio che gli ho lasciato…ce l'ha con me, mi sta cercando per farmela pagare. Non avrei dovuto disobbedirgli.”. “Che stai dicendo?”. Dannis non comprendeva ciò che l'amico stava blaterando. Intanto Antony si era voltato ed era scomparso all'interno dell'edificio. Andrew sembrava sconvolto, così l'amico decise che avevano visto abbastanza e lo trascinò fino alle biciclette. Durante il ritorno a casa Andrew, che nel frattempo si era ripreso, parlò a Dannis dei suoi problemi con il padre, e della sua decisione di andare via di casa per un po' di tempo. Ma dopo quello che aveva visto aveva deciso di fare un passo indietro e di andare a chiedere spiegazioni. “Se ti serve una mano, non hai che da chiedere. Se vuoi che i miei parlino con i tuoi..”. “No, no. Non voglio metterti in mezzo. è una faccenda in famiglia, me la caverò.”. “Almeno, rimani da me a dormire.” Andrew accettò di buon grado. Il giorno seguente, dopo pranzo, decise che era il momento di tornare a casa. Dannis gli augurò buona fortuna. Secondo quanto l'amico gli aveva raccontato sulle “esplosioni” d'ira di Antony, ne aveva bisogno. Andrew partì con l'intenzione di affrontare suo padre, come mai aveva fatto nella sua vita, tranne una volta o due che, però aveva preferito dimenticare. Arrivato a casa., trovò sua madre che era stata in pena per lui durante la sua assenza, e le promise che non sarebbe mai più scappato di casa. Ma Antony non c'era. La mamma gli spiegò che, dopo aver saputo della sua scomparsa, non era più rientrato. Quando le raccontò che l'aveva visto nella ex-area industriale, ne rimase sorpresa. “Forse…forse ti stava cercando”. Ma questa non era un'ipotesi convincente, tanto più che aveva smesso di esprimere le proprie opinioni ormai da molto tempo, solo quelle di Antony erano accettate in famiglia. Inoltre parlava molto più al figlio che al marito. All'improvviso sentirono il rumore di una macchina che parcheggiava nel vialetto. Il padre di Andrew era tornato. “Mamma, non dirgli che sono qui, per favore”. Gli era tornata un'improvvisa paura, ma aveva deciso di scoprire la verità su ciò che aveva visto il giorno prima. Mentre suo padre entrava in casa, il ragazzo uscì dalla porta sul retro. “Caro…dove sei stato? Non ti ho più visto. Ero in pensiero per te”. “Nostro figlio è tornato?”. “No…no”. Le colse una impercettibile indecisione nello sguardo. La conosceva troppo bene. Sapeva che stava mentendo. “Devo andare via d'urgenza. Ci vediamo”. “Ma…dimmi qualcosa. Non mi abbandonare di nuovo…”. Antony, però, stava già uscendo. Intanto Andrew si era nascosto nel bagagliaio della macchina, perché sospettava che suo padre sarebbe tornato al magazzino. Non aveva il coraggio di chiedere direttamente a lui perché ci andasse, e, siccome non voleva mettere in mezzo Dannis, aveva deciso di scoprirlo da solo, di nascosto. Chiuse la portiera con un tonfo sordo. All'improvviso sentì dei passi, che si dirigevano verso la macchina. Probabilmente suo padre era già tornato indietro e forse lo aveva anche visto. Non avrebbe potuto spiegargli in alcun modo perché si era nascosto. I passi si avvicinarono al retro della macchina e si fermarono. Qualcuno si trovava vicino al bagagliaio, ormai il ragazzo credeva di essere stato scoperto, ma nessuno aprì la portiera, anzi la persona che si era fermata entrò in macchina e la mise in moto. Il viaggio iniziò e il ragazzo cercò in ogni modo di non farsi sentire. Dopo circa un quarto d'ora il veicolo si fermò nell'ex-area industriale, Antony uscì e andò nel magazzino abbandonato. Andrew aspettò almeno dieci minuti, poi, dopo aver dato un'occhiata, uscì anche lui. Il padre aveva lasciato, forse distrattamente, la macchina aperta. Dopo essersi guardato intorno e dopo aver notato che il camioncino bianco non c'era, il ragazzo entrò nell'edificio. A prima vista non conteneva nulla di speciale: vi era una sola stanza, piuttosto larga, anche se la maggior parte del pavimento era coperto da detriti e dai resti del soffitto crollato. Vi erano delle vecchie scatole di legno marcio, vuote. Dov'era finito suo padre? Non poteva essere scomparso nel nulla. Si mise a cercare più attentamente un indizio, un qualche cosa che testimoniasse il passaggio di Antony. Alla fine i suoi sforzi vennero premiati. Sul pavimento trovò una botola di acciaio, pulita e libera da detriti, nascosta sotto a una piccola cassa. La sollevò senza provocare il minimo rumore, segno che veniva spesso usata da qualcuno. Dette un'occhiata di sotto: nel buio intravide una scala, alla fine della quale sembrava esserci un corridoio. Si fece coraggio e scese nell'oscurità. Si ritrovò in un piccolo corridoio. Qualche metro più avanti una lampadina sul soffitto mostrava una porta d'acciaio. La aprì con facilità e rimase stupefatto. Fino a quel momento si era chiesto cosa potesse farci suo padre in un posto del genere, o cosa avesse da nasconderci, ma non era arrivato a nessuna conclusione. Le ipotesi a cui aveva pensato erano troppo improbabili (suo padre, uno spacciatore?). Ma quel luogo così isolato, così deserto, e quella botola che conduceva a un sotterraneo lo avevano turbato ancora di più. Cosa stava succedendo? Il corridoio in cui era entrato era pulito e ben illuminato. Notò quattro porte con oblò. Passando osservò all'interno che le stanze erano buie, riuscì soltanto a distinguere quello che sembrava un letto operatorio. Comunque non poteva entrare a controllare, perché erano tutte chiuse a chiave. Soltanto una era aperta, e dall'oblò vide che quella era una zona di passaggio, che comunicava con altre tre stanze. Le porte erano chiuse, tranne quella che gli stava di fronte, la quale era sprovvista del vetro per vedere dall'altra parte. Sentiva dei rumori provenire dall'interno. Entrò nella stanza. Era piuttosto grande e spaziosa, a destra vi erano moltissimi macchinari di cui Andrew ignorava la funzione, a sinistra dei tavoli su cui si trovavano tantissime fiale catalogate, contenenti liquidi a lui sconosciuti. Più avanti dei computer accesi stavano elaborando qualcosa. Circa quindici metri più avanti, il ragazzo poté scorgere dei grossi tubi di vetro, posti verticalmente, e vuoti. Anzi, uno sembrava che contenesse qualcosa. Incuriosito, si avvicinò a questo, e non sentì il rumore quasi impercettibile della porta alle sue spalle che si apriva. Notò la sagoma di un essere umano, dalle dimensioni poteva essere un ragazzo, che galleggiava in un liquido trasparente. Era nudo e non dava segni di vita. “Ma…cosa!?”. Lo vide finalmente in faccia. Sembrò come se si guardasse allo specchio. Era lui, quell ' essere era esattamente uguale lui! Per un attimo gli vennero le vertigini. Cosa poteva essere, uno scherzo? C'era un altro essere perfettamente uguale a lui, com'era possibile? Era una cosa inconcepibile. All'improvviso sentì il bisogno di uscire di lì, di fuggire. La cosa che gli stava davanti andava al di là di quanto potesse sopportare. Ma non fece in tempo a girarsi, che una voce tuonò dietro di lui: “Sei stato bravo a nasconderti nel bagagliaio e a venire fino a qui. Mi hai risparmiato una fatica inutile”. Antony era apparso minaccioso alle sue spalle. “Non capisco. Che cosa stai dicendo, che…”. Il padre lo interruppe, come se non l'avesse sentito. “è proprio un bel ragazzo, assomiglia tutto a me”. “Che dici? Chi è lui, quella… cosa?”. “Non parlare in questo modo di mio figlio!”. Gli dette uno schiaffo. Andrew cascò in terra, e mentre si rialzava fra le lacrime, vide che Antony contemplava il corpo nel tubo di vetro. “Cosa hai fatto!? Sono io tuo figlio.”. “Tu…tu sei solo un esperimento mal riuscito. Un errore”. “Ma…”. “Zitto” –gli urlò il padre- “ circa quindici anni fa nacque mio figlio. Era la gioia mia e di sua madre. Ma già dopo la sua nascita cominciò ad avere dei gravi problemi di respirazione, purtroppo incurabili. Allora lo feci portare in questo laboratorio altamente specializzato, dove lavoro con altri scienziati e colleghi su un progetto segreto e ambizioso. Nessuno sa della sua esistenza, nemmeno mia moglie. Erano anni che ci studiavamo sopra, abbiamo provato migliaia di volte a riprodurre gli animali, a fare delle copie perfettamente uguali all'originale, fino a passare all'essere umano, con risultati non soddisfacenti. Ma io amavo mio figlio, volevo salvarlo. Quindi se non fosse sopravvissuto il corpo, sarebbe sopravvissuta la mente, che è diversa in ogni essere umano. Riuscimmo a riportare i suoi dati su un corpo nato dalle sue stesse cellule, e l'esperimento riuscì alla perfezione. Completammo la clonazione sia del corpo sia della mente. Il bambino clonato sopravvisse. Una cosa fantastica. Un passo avanti per l'umanità. Ma bisognava verificare se il neonato sarebbe cresciuto, se tu ti saresti sviluppato. Ti ho riportato a casa, nemmeno tua madre si è accorta dello scambio. Eri mio figlio, che nel nuovo corpo aveva continuato a vivere. Ti ho salvato la vita…”. “Non credo a una parola di quello che hai detto. Non ci credo e non ci crederò mai”. “Per questo” –continuò Antony, senza prestargli attenzione- “mi dovevi la vita. Senza di me non saresti sopravvissuto. Ed è per questo che non ho mai tollerato che tu volessi fare di testa sua, che tu mi disobbedissi, che tu mi andassi contro. Io ti salvo la vita, e tu mi ripaghi in questo modo? Anche se non potevi, e non dovevi, sapere cosa ti era successo, dovevi accettare la mia autorità senza discussioni. Comunque dopo che la tua clonazione era andata a buon fine, avevamo bisogno di effettuare un altro esperimento. Per verificare se il tuo era stato solo un caso, oppure il procedimento era quello giusto. Sai, tua madre, dopo il tuo presunto ricovero in ospedale voleva venirti a trovare, faceva troppe domande, voleva fare di testa sua… avrebbe rovinato tutto. Così il secondo esperimento è riuscito alla perfezione. Come avrai notato in questi ultimi anni, tua madre e io andiamo sempre d'accordo, non abbiamo più litigi. Il mio sogno era quello di creare una famiglia ideale, dove le normali relazioni non venissero intaccate da liti e discussioni inutili, e in parte si era realizzato. Ma…” – e in quel momento gli si corrugò la fronte- “hai osato andare via di casa, mi hai disobbedito, e questo non posso accertarlo. Meriti una punizione esemplare. Ti rinnego. Mio figlio, che vedi lì davanti a te, sarà un ragazzo più riconoscente e ubbidiente di te”. Andrew credeva che suo padre fosse impazzito, ma l'essere umano che gli stava di fronte, che poteva ormai definire come il suo clone, era la prova che stava dicendo la verità. Ma davvero lui era a sua volta un clone? Non riuscì in tempo a riprendersi da quelle sconcertanti rivelazioni, che Antony con un gesto fulmineo gli serrò le mani al collo e cominciò a strozzarlo. “Tu sei solo un impostore”. Andrew, con un filo di voce, riuscì a dire: “Sono…sono io tuo figlio”. “Ormai non lo sei più.” La stretta non era molto forte, forse cercava solo di stordirlo, il ragazzo dopo un calcio ben assestato riuscì a liberarsi. Aveva colpito suo padre, ma non gli importava. Lo guardò: nei suoi occhi vedeva ormai la pazzia più profonda. Voleva fuggire da lì. Ne andava della sua vita. Non voleva che l'utopia di Antony si avverasse, ma lui gli bloccava la strada, dato che la porta si trovava alle sue spalle. Si girò intorno, afferrò una sedia e cominciò a sbatterla violentemente sul tubo di vetro. “Cosa fai, fermo!”. Ma a Andrew non importava, era l'unica cosa che potesse fare. Già si stavano formando delle crepe. Il padre, che non si aspettava questa improvvisa reazione da parte del ragazzo, rimase per qualche attimo impietrito, poi si lanciò con rabbia verso di lui, ma questo riuscì con un colpo ben assestato a infrangere il vetro. Il liquido del tubo bagnò il pavimento circostante, mentre il corpo del clone cadde sui pezzi di vetro, che gli provocarono un taglio profondo su un braccio. “Cosa hai fatto…!?”. Antony cambiò obbiettivo, e si inginocchiò accanto al corpo del ragazzo che giaceva per terra, tentando di sollevarlo. Andrew era spaventato e confuso, ma in un attimo di lucidità corse verso la porta. Ma, all'improvviso, entrarono nella stanza gli uomini del camioncino bianco, e uno di questi gli tirò un pugno in pieno volto. Il ragazzo stramazzò a terra, intontito. In bocca percepiva il caldo sapore del sangue. Cominciò ad essere trascinato verso l'altra stanza da un paio di robuste braccia. La botta era stata troppo forte, Andrew non capiva più niente. Riuscì a malapena a intendere le parole di Antony: “Trasferite i suoi dati. Poi sbarazzatevi di lui, come avete fatto con gli altri esperimenti mal riusciti. Non ne deve rimanere traccia”…. Era passata una settimana, il tempo era ottimo, così Andrew decise di uscire e di andare dal suo amico Dannis. Mentre pedalava, guardò per un istante la lunga cicatrice che gli deturpava il braccio sinistro. Non si ricordava come se la fosse procurata, e quando l'aveva chiesto ai suoi genitori, questi avevano preferito cambiare argomento, soprattutto il padre, che si era arrabbiato molto per la domanda. Quindi Andrew aveva preferito desistere. Comunque si ricordava poco anche di cosa aveva fatto negli ultimi giorni. Sua madre gli aveva detto che era per colpa della stanchezza causata dal troppo caldo, ma non gli era sembrata molto convincente. Però ogni tanto aveva degli sprazzi improvvisi di ricordi sfocati, che gli avevano fatto capire qualcosa: mai fare arrabbiare suo padre.
Naar