La stazione orbitale

Qui Sat-1ax, mi sentite? Qui Sat-1ax, mi sentite? Qui Sat-1ax, mi sentite?
Niente, nessuna risposta. Solo il fruscio dell'apparecchio radio, il ronzio dello spazio, un suono di onde elettromagnetiche smarrite nel vuoto: frsshh zzzzz frshhhh.
La Terra è una palla luminosa sotto di me, una palla bianco-azzurra immersa nel silenzio, bella i primi giorni, agghiacciante dopo 158 giorni.
Riempie quasi tutto l'oblò, in fin dei conti non è poi così distante, un infinitesimo tratto di strada se comparato alla distanza dal sole, per non considerare la distanza da Proxima Centauri, la stella più vicina al nostro sistema solare.
E' come se fossi dietro casa, a pochi passi da casa, e la casa è lì, grande e visibile di fronte a me, sotto di me, illuminata come una casa di amici in attesa dell'ospite, eppure stranamente impossibile da raggiungere, infinitamente lontana, fuori dalla portata della mia volontà, oltre le mie possibilità tecniche.
Che faranno a casa? Oggi è domenica, staranno pranzando, forse hanno invitato degli amici, mi immagino che gli amici gli saranno vicino in questo momento, oppure non gli hanno detto niente, sì forse non sanno niente, meglio così per ora.
Qui Sat-1ax, mi sentite? Zzzzzzzz, solo il ronzio continuo.
Mi sono agganciato al soffitto e resto a guardare fuori. Non è corretto dire che non ci sia niente, che ci sia solo il vuoto. Passano delle cose ogni tanto: scie gassose, filamenti che scivolano accanto allo scafo, polvere di stelle forse, macerie dello spazio, residui che navigano nello spazio da chissà quanto tempo.
Spazio.
Cos'è lo spazio oggi per me? Non è più quello che mi sta intorno, ciò che esterno a me, lo spazio definito dal confine del mio corpo, da scoprire, da tastare come un bambino che gattona e tocca, lo spazio.
Dico ancora sotto, sopra. Ma è pura astrazione linguistica, non esiste un sotto e un sopra, non c'è più la forza che determina l'esistenza di un sotto e di un sopra, la gravità.
Rimane un dentro e un fuori. Uno spazio dentro e uno spazio fuori.
Dentro e fuori la stazione orbitale. Un dentro e un fuori dal confine sempre più sottile, però. Un confine destinato a sfumare sempre di più, come una scia gassosa, come polvere di stelle.

Stazione orbitale Sat-1ax - Diario di bordo
158° giorno – la strumentazione di bordo è gravemente danneggiata ed irreparabile, l'impatto con il frammento di meteorite ha reso inservibile l'antenna radio e da giorni  non ho più la possibilità di comunicare con la base.
Non ho modo di verificare il mantenimento della rotta orbitale della stazione, temo che l'impatto abbia causato una deviazione di rotta che non sono in grado di compensare, dato che la pompa dell'idrogeno non funziona più e il poco che resta nei serbatoi – l'indicatore volumetrico funziona ancora per il momento – lo conservo per il funzionamento dell'impianto di pressurizzazione, che mi garantisce di continuare a vivere. Credo però di essere alla deriva, forse su di un' orbita ellittica che mi sta portando sempre più lontano dalla Terra.
Ieri ho dovuto spegnere anche lo stabilizzatore gravitazionale, per ridurre al minimo i consumi. Da due giorni sono in assenza di gravità. In  questo momento sto scrivendo seduto a testa in giù sul soffitto della stazione.

Mi sono agganciato al pavimento, due cavi che mi tengono giù, allacciati alla tuta sui fianchi, ma mi sento comunque come un palloncino che lentamente vuole liberarsi dalla corda che lo tiene legato alla mano del bambino: arriva a tendere la corda, poi con un piccolo strappo ritorna giù.
Questa mancanza di stabilità mi fa impazzire, cerco di ritrovare la calma con qualche esercizio yoga, ma non è affatto facile, i ganci  mi limitano nelle posizioni  ed è impossibile  restare completamente fermo, immobile.
Avevo cominciato a fare yoga già nei primi giorni, mi aveva molto aiutato ad accettare il silenzio, un silenzio che si trasformava in rumore dentro, un rumore di ricordi e di immagini che mi turbinavano nella mente, come se il mio dentro volesse compensare alle mancanze del fuori.
Tutto quel silenzio era stata la cosa più difficile all'inizio, il silenzio e il non poter parlare con qualcuno, a parte le comunicazioni radiofoniche con la base.
Ma almeno c'erano quelle, le voci alla radio, sentire che dall'altra parte c'era qualcuno, avere notizie, provare il piacere fisico di una voce conosciuta nelle orecchie.  Continuo a provarci, anche se so che la radio è rotta definitivamente, senza speranza.
Qui Sat-1ax, mi sentite?
Non resta che andare dentro, dentro di sé, cercare lì una stabilità che non può più arrivare da fuori, dove ormai mancano i riferimenti a cui aggrapparsi.
Piano, piano, con gli occhi chiusi, riesco a spegnere la mente, a dimenticarmi della mia presenza fisica su questa stazione orbitale alla deriva.
Gradualmente  comincio a non sentire più i ganci che mi tengono giù, dimentico questa forza esterna esercitata sul mio corpo altrimenti galleggiante. Entro nel piccolo movimento di fluttuazione, quello del palloncino, e visualizzo il mio corpo come un palloncino, leggero  e vuoto dentro.
Mi rilasso, forse mi addormento.

Sono bambino, seduto accanto a papà. Forse siamo in un parco, c'è un grande prato di fronte a noi, e siamo seduti su una panchina di legno.
I miei piedi non toccano terra. Papà è al mio fianco e legge il giornale.
Ho una sensazione di confusa inquietudine dentro di me, ma non so perché.
Sono seduto accanto a papà, non c'è nessun altro con noi e niente da fare, niente con cui distrarsi.
Papà smette di leggere il giornale e mi dice qualcosa, non capisco bene cosa. La mia mente è troppo confusa per capire quello che mi sta dicendo.
E' come se fossi dentro a un film, un film muto però, con papà che muove la bocca senza che gli escano delle parole.
Ho questa sensazione di essere lì e di essere altrove, e sento lo spazio di aria che mi separa da mio padre come un muro, un muro di silenzio.
Mio papà parla però, che cosa dice?
Ha ripreso a leggere il giornale. Scendo dalla panchina e vado via.

Qui Sat-1ax, mi sentite?
Non sto provando a comunicare via radio, ormai mi sono arreso all'evidenza.
Mi sono agganciato al soffitto e sto guardando dal piccolo oblò, e intanto ripeto, non so se mentalmente o sottovoce - faccio fatica a distinguere ormai – il messaggio convenzionale di chiamata:
Qui Sat-1ax mi sentite?
Mi ero svegliato coricato sul soffitto. Strano, mi ricordavo di essermi agganciato al pavimento, forse mi ero sganciato nel sonno.
Non mi ricordavo assolutamente più dove ero, e quando avevo riaperto gli occhi e visto il pavimento sotto di me, ero stato preso da una folle paura di cadere,     l' incubo della caduta nel vuoto, ma ero senza peso, appoggiato al soffitto come un palloncino lasciato libero da un bambino. La mia mente però, nei primi istanti del risveglio, non aveva accettato quella nuova situazione innaturale,  ed insieme al terrore mi era salita una nausea fortissima ed avevo cominciato a vomitare.
Lo schifo del mio vomito che mi ritornava in faccia, addirittura in bocca, dato che stavo ancora vomitando, mi aveva risvegliato di colpo.
Ero appeso al soffitto della stazione orbitale alla deriva, con la faccia cosparsa del mio vomito, che non poteva cadere da nessuna parte, visto che non c'era gravità.
Ora mi sono agganciato al soffitto e sto osservando la Terra dal piccolo oblò.
Qui Sat-1ax, mi sentite?

Stazione orbitale Sat-1ax - Diario di bordo
159° giorno – la strumentazione di bordo è gravemente danneggiata ed irreparabile, l'impatto con il frammento di meteorite ha reso inservibile l'antenna radio e da giorni  non ho più la possibilità di comunicare con la base.
Oggi ho  verificato che anche l'impianto di pressurizzazione comincia a funzionare male, non è ancora nella zona di allarme, ma la pressione si è sensi bilmente abbassata e il tenore in ossigeno è calato.
Questa mattina mi sono svegliato con un forte mal di testa, potrebbe essere un altro indicatore del cattivo funzionamento dell'impianto di pressurizzazione.
Ho paura. Signore aiutami.


Ho fatto quel sogno della corsa. Quanto mi manca la corsa!
Da anni la corsa faceva parte integrante della mia vita, uno stile di vita oltre che un fondamentale esercizio per mantenermi in forma.
Sentire il proprio corpo vivo che stantuffa aria nei polmoni e il cuore che accelera per portare quel gas vitale in tutto il corpo, i muscoli tesi nello sforzo, l'elasticità dei tendini, la presa del piede sulla terra.
Quanto mi manca tutto ciò, la possibilità di prendere ed andare via, leggero come vento dentro il passo che si fa più veloce, la sensazione fisica di essere vivo, macchina vivente che pulsa aria e sangue, te lo senti circolare dentro quel sangue che lavora per farti vivere, e la testa che se ne va insieme ai piedi.
La mente che lavora per conto suo, dentro uno spazio di movimento che naturalmente porta a far correre anche il pensiero,  veloce e leggero che insegue mille percorsi e li frantuma, li ripulisce dalle ossessioni della stanzialità, da quel sordo accumularsi in zone ferme del cervello, mute ossessioni.
Aria pulita dentro e aria sporca  fuori, sempre più velocemente, e dentro l'aria i residui della giornata, i detriti del pensiero, le angosce di non farcela, i programmi di ogni giorno.
Qui, fermo, appeso al soffitto, oppure perso a galleggiare nel vuoto della stazione orbitale, senza il mio peso da affondare nel terreno, senza la sensazione di pestare la terra, con  la mente che si conficca nella pianta del piede, che ruota, si alza, vola e ridiscende pronto ad un'altra rotazione.
Qui fermo, appeso al soffitto, come un palloncino.

La Terra, quella luminosa palla bianco-azzurra là fuori.
La mia vita là, la mia famiglia, le mie cose, là fuori, lontano. Mi sembra che sia più lontana, forse la deriva mi sta veramente portando più lontano, ma potrebbe essere solo un'impressione, la paura che si allontani.
Ormai passo la maggior parte del tempo agganciato quassù, lo sguardo fisso fuori, verso l'unica cosa che esiste, l'unica cosa che adesso conti per me. Comincio anche a sentirmi molto stanco, nonostante l'innaturale senso di leggerezza causato dall'assenza di peso, e respiro faticosamente.
Un velo di detriti più fitto degli altri passa davanti all'oblò: sembrano onde del mare che accarezzano lo scafo, mi sembra persino di sentirne lo sciacquio contro il metallo nel silenzio irreale che mi circonda.
E' una spuma soffice che assume forme cangianti, come nuvole dello spazio.
Mi perdo ad osservare il formarsi e il disfarsi delle forme che mi passano davanti, bambini in fila indiana che vanno a scuola, profili di montagne, occhi che mi osservano nel silenzio del fuori.
Con uno sforzo mi avvicino di più all'oblò. Quegli occhi!
Occhi che mi osservano muti e che mi sembrano chiedere qualcosa, vogliono una risposta da me. Quegli occhi!
E' stato un attimo e poi la spuma si è sbriciolata di nuovo ed ha lasciato solo il nero della notte, grande scenario muto al protagonismo assoluto della Terra, che non ammette rivali attorno a sé.
E' stato un attimo, ma in quell'attimo là fuori ho visto passare mio padre.

Sono sospeso nel cielo dentro la stazione orbitale da 159 giorni. Un essere celeste, un dio dimenticato in un angolo di cielo.
Il cielo, il mio sogno di sempre, la possibilità che ho sempre sentito come mia, la possibilità di liberarmi dall'aggancio pesante della terra, di andarmene via come un uccello.
Da bambino scalavo gli alberi e me ne stavo per ore sui rami più alti, da solo.
Non avevo bisogno di altro: il cielo e i miei sogni.
I sogni erano diventati desideri, i desideri programmi, i programmi realizzazioni. Il cielo era diventata la  mia vita, la mia professione.
Appena mi stacco da terra, scordo tutto come se assieme alla gravità lasciassi giù anche i problemi, le fatiche, i doveri.
Il volo.
La mia mente vola via, sopra alle nuvole. Le cose acquistano un sapore diverso, i pensieri si fanno più puliti, più semplici, pensieri da uccello forse.
Si diventa animali diversi, si perde quel peso terrestre, quella fatica centrata nella terra come un palo e si diventa animali celesti, leggeri, aerei.
Non ci sono parole, lassù. Non c'è bisogno di parole, di descrizioni, di spiegazioni. E' aria, vento, spuma di nuvole, azzurro di cielo.
La  fatica che ho sempre provato giù, il peso di vivere, si scioglie dentro la spuma delle nuvole, forme informi, estasi della leggerezza, schiuma del mare celeste.
Silenzio.
E' il silenzio la sua musica, un silenzio senza imbarazzo, un silenzio fuori senza rumore dentro, il silenzio dell'uccello che gioca con le correnti aeree e si libra nell'aria, fermo in mezzo al cielo.
Io sono sospeso nel cielo dentro la stazione orbitale, da 159 giorni.

Stazione orbitale Sat-1ax - Diario di bordo
160° giorno – la strumentazione di bordo è gravemente danneggiata ed irreparabile, l'impatto con il frammento di meteorite ha reso inservibile l'antenna radio e da giorni  non ho più la possibilità di comunicare con la base.
Ho spento tutte le altre strumentazioni, anche il computer e gli apparecchi fotografici automatici che hanno continuato a scattare  fotografie della Terra anche in questi ultimi giorni, mi ero dimenticato della loro esistenza.
La pressione  e il tenore dell'ossigeno continuano a calare, non so quanto potrò resistere, non posso simularlo al computer. Temo di cominciare ad avere delle allucinazioni, l'alto tenore parziale di azoto può esserne la causa, ma forse era solo il mio volto riflesso all'oblò quello che ho visto.
Domani spegnerò anche tutte le luci, oggi non me la sono sentita. L'idea di sprofondare nel buio totale, di immergermi completamente nella notte del fuori mi terrorizza, ma se voglio mantenere qualche possibilità di salvezza devo farlo.
Spero ancora che qualcuno venga a salvarmi.
Ho paura, Signore aiutami.

Sto correndo. Finalmente sto correndo, il senso della libertà ritrovata.
Sto correndo nella stazione orbitale ed è bellissimo, ci ho provato e mi sono messo a correre ed ho capito che è possibile. Corro in ogni direzione, quando arrivo ad una parete continuo a correre e i piedi si aggrappano alla parete e salgono,  corro sulla parete e poi sul soffitto senza cadere e ridiscendo giù.
Come mai non ci ho pensato prima? L'assenza di gravità me lo permette, mi sento una lucertola che corre in tutte le direzioni, indifferente alle cognizioni di alto e basso, libero di muovermi e di aderire a tutte le superfici.
Dovevo solo abituarmi, liberare la mente dalle costrizioni convenzionali della gravità, sono libero, senza il peso della gravità, leggero e veloce.
L'uomo vince sempre, penso, siamo essere superiori che si adeguano alle situazioni e che si evolvono, dobbiamo solo attraversare il confine che crediamo invalicabile, il limite che ci siamo posti fino a che non siamo costretti a guardare le cose con occhi nuovi, con mente libera e aperta, e il corpo risponde alle nuove esigenze, si adatta, ed è gioia pura, il piacere della scoperta, il nuovo terreno da conquistare, come con la conquista della posizione eretta d'altronde.
Ecco, questa è la mia conquista della posizione eretta. Io conquisto la posizione obliqua e addirittura quella rovesciata e niente è più facile e naturale di questo, una volta che me lo sono concesso.
Un passo dietro l'altro, su, giù, su, giù, su, giù.
Mi sveglio, ancora agganciato al soffitto, sono tutto sudato e mi manca l'aria.

Con le ultime energie sono sceso a grande fatica in basso, un percorso nel buio totale per un paio di metri, verso il  basso, verso ciò che ancora mi ostino a considerare come il basso, la zona dove c'è il letto.
A tentoni, lentamente, come se stessi scalando la cima di un ottomila, sono riuscito a scendere e mi sono sdraiato a letto.
Ho stretto le cinghie del letto per non volare via, finalmente posso riposare.
Il dolore alla testa sta diventando insopportabile.
Vedo mio padre disteso nel suo letto, per quanti mesi era stato disteso completamente paralizzato in quel letto?
Ero andato a trovarlo spesso, con assiduità. Lo aiutavo a mangiare, lo pulivo.
Mi ero riavvicinato a mio padre quando lui era diventato un essere inerme, assolutamente incapace di badare a se stesso, insufficiente alla propria vita.
Gli ero stato accanto con affetto.
Gli ero stato accanto con la sorda soddisfazione di essere io a dominare la situazione, di essere io a decidere per lui.
Solo così eravamo stati capaci di ritrovare un rapporto. Un rapporto di bisogno, dove io davo e lui riceveva.
L'inversione del rapporto. Solo in quel totale rovesciamento l'avevo ritrovato.
Non so se anche lui mi avesse ritrovato.

Era sul suo letto. L'ultimo giorno della sua vita, gli ultimi minuti della sua vita.
Io ero accanto a lui, ai piedi del letto. Vorrei dire che gli tenevo la mano mentre lui stava morendo, ma non è vero.
Ero ai piedi del suo letto, e lui stava morendo.
Lui lo sapeva, io lo sapevo.
Era disteso supino, completamente immobile, gli occhi aperti sul nulla, cosa guardavano quegli occhi? Forse gli occhi erano già di là, e guardavano a qualcosa che non era lì nella stanza.
La stanza era buia, quasi completamente buia, come adesso, dove l'unica luce viene da quella palla luminosa lontana, la nostra vita.
Forse lui era qui, ed osservava da qua sopra la Terra, con gli occhi già sopra ad osservare da lontano la scena.
Questa è poesia.
In realtà, nell'unica realtà che mi era accessibile, lui era un corpo immobile che giaceva nel suo letto, arreso all'evidenza della morte che lo stava prendendo.
Non c'era lotta.
Erano gli ultimi respiri, le ultime boccate della vita, i suoi polmoni che mantenevano il ricordo del meccanismo vitale del respiro.
Io ero lì con lui, ma lui era già via, c'era solo il suo respiro con me, un respiro debole, sempre più debole, il suo ultimo sguardo alla vita.
Come una musica che si abbassa impercettibilmente ad ogni tac del diapason, sempre più bassa.
E' sempre la stessa musica, ma sempre più bassa, fino a che l'orecchio non la sente più, ma la musica c'è sempre, non c'è l'istante in cui la musica termina, un confine netto, il segno chiaro del passaggio dalla  musica al silenzio.
C'è. Il tac del diapason. Non c'è.
Così sembra, ma non è così, è solo la nostra incapacità a cogliere il passaggio dalla vita alla morte, che non è un passaggio, ma un continuo, un respiro che inizia nella vita e termina nella morte.
Papà era morto.
Silenzio.

Stazione orbitale Sat-1ax - Diario di bordo
Non so che giorno sia – la strumentazione di bordo è gravemente danneggiata ed irreparabile, l'impatto con il frammento di meteorite ha reso inservibile l'antenna radio e da giorni  non ho più la possibilità di comunicare con la base.
Ho spento le luci, ora è tutto e buio, dentro e fuori. Questo sarà il mio ultimo rapporto, e lo scrivo alla luce della piccola torcia tascabile, che sta già esaurendo le sue batterie.
Fatico a distinguere il dentro dal fuori, l'unico riferimento è la palla bianco-azzurra che nuota lontana nel nero che la circonda, che è lo stesso nero a circondare me stesso.
Non posso riportare nessun dato obiettivo, nessuna registrazione strumentale, è tutto spento. Non mi muovo praticamente più per risparmiare il poco ossigeno che resta, la testa è pesante ed ho un forte male alle orecchie.
L'unica domanda ormai è quale sarà l'organo del mio corpo a cedere per primo.
Le batterie della piccola torcia si stanno esaurendo, la luce è molto flebile ora.
Ho paura, Signore aiut

Sto dormendo e sto sognando.
Così scrive chi racconta queste ultime righe: a qualche parola, a qualche verbo deve fare ricorso per essere comprensibile.
Io non so, non posso definire quello che non si conosce, quello che si scopre una sola volta, l'ultima.
Sento il mio respiro, lo sento da fuori, non più da dentro, non sono più dentro.
Sono.
Non sono.
Ho gli occhi ancora aperti.
Tutto intorno il buio.
Nel buio, un volto si abbassa verso di me, lo stesso volto che ho visto qualche giorno fa all'oblò, una scia gassosa, polvere di stelle.
Silenzio.