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Era un caldo pomeriggio di ottobre di qualche anno fa.


Ricordi, Fabiana, quando siamo  state ospiti per due settimane nella villa dei nonni di Francesca, vicino a Siena?  La campagna toscana era splendida, moriva in  un fuoco di rosso e marrone, dentro il verde scuro dei cipressi.

Ci incantavamo ad ammirare le stanze settecentesche dagli alti soffitti, i letti con il baldacchino, gli intarsi dei mobili; e poi c’era la biblioteca, la mia passione; avevo scovato degli antichi libri di medicina, sui quali mi perdevo, seduta a un pesante tavolo di noce .


La stanza aveva dei finestroni alti  aperti su un cortile interno, dai quali entrava il sole di ottobre a illuminare  le mie letture.


 Tu eri più interessata al fratello di Francesca, Giovanni, taciturno, solitario, e con degli occhi strani, che mettevano a disagio, dicevi ;  ma lui non ti filava per niente e tu ci soffrivi, mentre io ti consolavo, dicendoti che con la tua bellezza lo avresti avuto, prima o poi.


 In verità avevo già  avvertito lo sguardo di Giovanni soffermarsi su di me, insistente: mi voleva, il segnale era inequivocabile e io volevo lui, eravamo  due cacciatori  all’inseguimento  della stessa  preda, noi stessi.

Nello stesso tempo non avevamo fretta, nei silenzi che ci accumunavano eravamo sicuri che prima o poi  ci saremmo trovati.

Tu non l’hai mai saputo questo, Fabiana, e perché dirtelo, non avresti capito, sei fatta per essere preda, non cacciatore .


 Così, in quel pomeriggio, mentre giù nel cortile esaminavi con occhio critico uno dei cavalli di Francesca, indecisa se montarlo o no per la passeggiata, io,in biblioteca , mi divertivo a leggere su un libro ottocentesco di un antico rimedio per i disturbi femminili, una orrenda impensabile pozione ; fu allora che  Giovanni venne a trovarmi: alzai gli occhi dal testo polveroso e ci salutammo  bruscamente, brevi parole dette con tono quasi rancoroso.

So che in quel momento avrebbe voluto insultarmi, come del resto avrei voluto fare io, per qualche cosa che ancora non avevamo commesso, ma che ci faceva già, verso di te,  colpevoli e complici.

 Rimasi incerta a fissarlo, e in quel momento tu mi chiamasti:


-Fede, affacciati alla finestra, guarda questo cavallo e dimmi…-


Io mi alzai e mi sporsi dal finestrone, le braccia sul davanzale, il busto proteso in avanti.


Allora  sentii che Giovanni era dietro di me, il cacciatore mi aveva trovato.

Quando le sue mani si infilarono sotto la gonna ad accarezzarmi tra le cosce, il  mio battito cardiaco aumentò talmente che ebbi paura tu potessi sentirlo; le sue dita ormai mi frugavano sotto lo slip, e  quando  mi trovarono pronta non riuscii più a parlarti, ti feci un sì con la testa, non ricordo  a che proposito, mentre le mie mutandine scivolavano via.


 Poi  lui , rannicchiatosi dietro l’alta finestra, mentre io mi piegavo in avanti per facilitargli la manovra, mi penetrò con rabbia, facendomi quasi urlare.


 Meno male che tu stavi due piani più sotto, non  potevi sentire il suo ansimare e i miei gemiti soffocati; appoggiai la fronte alle mani, e tu mi chiedesti:


-Che hai, male alla testa?-


 Ti feci cenno di sì, mentre stavo per perdermi  in quel piacere di rapina.

E mi mancò il respiro quando il ragazzo venne, con un ultima spinta.

Sentii distintamente il calore del suo seme, la vita che mi riempiva: fu una sensazione unica che raramente dopo di allora ho provato; quando si staccò da me, strinsi le cosce, per non perdere neppure una goccia  di lui,  nel tentativo di imprigionare quel sole nel mio ventre.


  Poco dopo Giovanni comparve nel vano dell’alta finestra, ti salutò e disse :


-Ero venuto a cercare un libro, ora scendo , vengo anch’io a cavallo...-


 Io ti guardai, amica mia, e ti sorrisi, augurandoti con la mente e con il cuore la buona fortuna....





A Ercole Patti di ”La cugina”




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