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Nel viso vicinissimo al mio  gli occhi azzurri  così chiari da parer quasi bianchi e i capelli cortissimi, biondi e lucenti, sono talmente belli  da costringermi ad abbassare le palpebre, quasi  tu fossi uno sconosciuto sole capace di attirarmi per sempre nella sua orbita.


Allora le tue mani si muovono verso di me, mentre io, immobile nella mia orgogliosa nudità, ti aspetto, come sempre, da quando ti ho conosciuta.

Le dita, lunghe e sottili, vanno a tuffarsi nel folto bruno dei capelli, sparpagliandoli a raggiera sul cuscino.

Quasi acconciassi una bambola o una vittima sacrificale.

All’improvviso si leva un vento leggero che soffia tenero sul mio corpo, facendomi rabbrividire.

Desiderio, amorosa attesa, gioia.

Con tocco d’artista mi  scolpisci gli occhi, la bocca, le orecchie, come se prima non fossero stati altro che grezza materia.


Impalpabile il vento delle tue dita ridisegna il mio corpo, passando a volte come un fresco tepore, a volte indugiando, su e giù, fino a divenire brezza insopportabile.

Ora scala i mille gradini dei seni  fino alla loro sommità, alle piccole scure frecce di carne dove indugi tracciando cerchi concentrici attorno alle fragole rosso-cupo delle areole...

...per scendere poi sul ventre piatto, percorrendolo, quasi fosse una pianura, girando intorno all’ombelico, minuscola conchiglia vuota.

Qui le tue mani sono pennelli sapientemente  maneggiati che in dotto volteggio

insistono in linee dapprima spesse  per disperdersi poi in altre più sottili che completano un magico ideogramma.


Ideogrammi, vento, che come zefiro si avvicina al mio giardino segreto, nudo di carne nuda.

Attesa.

Vorrei che  i morbidi intrichi del mio sesso fossero petali di orchidea, per essere accarezzata da te come un fiore raro e prezioso.

Vorrei che il vento, così come gioca con le curve, i recessi e gli stami di quel fiore-labirinto, penetrasse nell’universo  altrettanto tortuoso della mia ferita.

Fiore-ferita.

Il vento turbinante nel suo dedalo....


...giunge in lunghi soffi, seguendo i viali spogli, i solchi laterali segreti come un esercito di aquiloni che conosce bene il territorio da occupare.

D’un tratto, invasi quei recessi, diventa burrasca  pronta ad assalire  la gemma rosata che separa quelle forre.

E comincia a girare vorticosamente intorno alla cima, un merletto delle alture, un monticello tenero.


Il vento è implacabile, con instancabile violenza  attacca il chicco di rubino pallido mentre io respiro e vivo solo per quel bocciolo, quella corolla di me stessa che invia  in ogni più remoto angolo del corpo onde  e lampi di piacere, colpi di gong, battiti cardiaci accellerati.

Mi pare di morir d’arsura, terra  ricoperta all’infinito da ossa di persone morte nel vano miraggio dell’acqua.

Ora la dolcezza delle tue dita diventa vento di supplizio fino a quando un ciclone si abbatte  sulla mia carne calcinata mentre miliardi di lance liquide finalmente scendono a bagnarmi.

Grido sinistro, quasi di martirio, il mio, che tuttavia è quello della gioia,

della beatitudine, dell’estasi.

Purezza e sacralità del piacere.


Poi il mio respiro rapido si fa sempre più lento e sembra quasi cessare;

vorrei restare così per sempre, non più donna ma onda, lago, mare.


-Dove sei?-

Mi chiedi  con quella tua strana esse sibilante

-Qui,  sono tornata...-

e ti accarezzo i contorni del viso per assicurarmi che tu  esisti davvero, nel mio tempo, vicino a me.


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