LA DITTA


La grande Ditta si era sempre presa cura di me. Mio padre aveva lavorato per quarant'anni al Project, e prima di lui mio nonno era stato una delle colonne del reparto Production. Giorno dopo giorno avevo visto la Ditta crescere di dimensioni. Le figliali sembravano moltiplicarsi come delle amebe. Avevo visto nascere il Work-over, il reparto Safety, la Security, la Corrosion, il Magazzino. Erano bei tempi quelli di mio nonno; ancora I dipendenti dei vari reparti parlavano tra di loro e persino con quelli dell'ufficio personale. La lingua ufficiale era l'inglese standard tecnico. Si usavano termini come " Screwdriver, hammer, speedometer, spanner, tank, I love you, e quant'altro. Con questa lingua ci si poteva capire con persone di tutte le nazionalita': tedeschi, francesi, spagnoli, croati, polacchi. Tranne con gli inglesi e gli americani,era possibile comunicare con tutti. Gli inglesi naturalmente pronunciavano un'altra lingua. All'epoca della mia assunzione I reparti erano oramai chiusi a tenuta stagna da anni. Ogni reparto cercava di tenere per se' I suoi segreti ed era divenuto quasi impossibile capire quale compito avessero, non solo I singoli dipendenti, ma anche I vari reparti stessi. Tutti gli operatori erano dei veri professionisti, gente preparata che lavorava bene, ma quasi nessuno conosceva precisamente quale fosse il proprio lavoro. Generalmente ogni compito era una piccola parte di un progetto piu' grande il cui scopo finale poteva difficilmente essere intuito. Si trattava spesso di raccogliere dati che dovevano essere inviati al settore di ricerca, negli Stati Uniti, dati che dovevano essere elaborati ed I risultati utilizzati per altri progetti od ulteriori ricerche. C'erano si' le varie mansioni, ma non erano interpretabili : " Analisi numerale dei rapporti periodici. Ottimizzazione informatica dei progetti comunicativi interaziendali. Formazione dei quadri e presa in carico dei settori non verbalizzanti del personale addetto alle revisioni", e cosi' via.
Ogni reparto cercava di mantenere segrete le proprie mansioni e di fermare le pratiche quanto piu' possibile. Questo per varie ragioni: la prima era di dare importanza al reparto. Quanto piu' uno si faceva pregare tanto piu' il suo compito diveniva importante. Un reparto che poteva fermare addirittura I lavori di tutti, raggiungeva il massimo del riconoscimento di importanza. Un altro buon motivo per ritardare era quello di pararsi il culo: piu' si aspettava e meno errori si potevano fare nell'espletamento delle varie pratiche. Il terzo e piu' importante motivo per dilazionare, era quello di dimostrare una perenne mancanza di organico e poter chiedere l'assunzione di altro personale. Quanto meno scoraggiare ogni tentativo di riduzione dello staff. Se si fossero sbrigati, gli altri si sarebbero abituati male, avrebbero preteso dei tempi sempre piu' brevi e questo era sicuramente da evitare. Calma e gesso dunque, per giocare a bigliardo. A volte capitava addirittura che I vari reparti combattessero una guerra intestina, l'uno contro l'altro, senza esclusione di colpi.
Mio padre, Il geometra Amleto Pancaldo era sempre vissuto in questo ambiente aziendale; all'interno si sentiva potente ed invincibile come un cobra nel suo rifugio. Fuori della Ditta non era nessuno, non sapeva difendersi e nemmeno da chi difendersi. Aveva sempre lavorato in una filiale estera, solo poche volte era stato in sede centrale a Milano ed immancabilmente, in quelle occasioni, era rimasto ammirato da tanta magnificenza e funzionalita'.
C'erano allora soltanto alcuni palazzoni intercomunicanti, pieni zeppi di uffici colmi di impiegati in giacca e cravatta, che si aggiravano tra le scrivanie con delle cartellette sottobraccio zeppe di fogli e di documenti. Le segretarie continuavano a battere a macchina con le loro facce serie e professionali dalle quali era facile dedurre che non capivano cosa stavano scrivendo e soprattutto perche' e a cosa dovesse servire cio' che scrivevano. Non lo capivano, ma non lo dovevano proprio capire. I geometri ed I ragionieri andavano avanti con il loro baillame di saluti ed inchini ad ogni scrivania. Per sportarsi dal proprio posto, ognuno doveva portare con se la cartellina coi documenti regolamentari. Ogni tanto tra la folla dei ragionieri dei periti e dei geometri si stagliava un giovane ingegnere, magro, ben curato, pulito, con I capelli tagliati corti ed ordinati e le penne stilografiche d'ordinanza in bell'evidenza sul taschino della giacca; sembrava un comandante in mezzo alla soldataglia. Eppure non tutti gli ingegneri avevano il neccessario carisma per far carriera. Il carisma non aveva nulla a che fare con la preparazione scolastica, e pochissimo con la preparazione tecnica. Era basato su doti personali di sicurezza ontologica e di capacita' di trattare con I dipendenti. Sentirsi naturalmente superiore e trattare alla pari: ecco quale era il segreto del carisma aziendale. Aiutare e prediligere I propri sottoposti era una delle cose piu' apprezzate e che davano piu' prestigio al dirigente. Ahime' se si scavava qualche millimentro sotto la superficie, ci si rendeva conto che questo atteggiamento era basato molto spesso, piu' sulla presunzione di una smisurata superiorita' che non su di una vera spinta altruistica. Nell'azienda tuttavia questi approfondimenti non erano neccessari e non avvevivano mai. Cosi', una delle qualita' che si richiedevano al manager era proprio questa sicurezza personale che dipendeva dalla certezza di essere assolutamente superiore ai propri dipendenti. Sicurezza che dava la possibilita' di poter delegare sempre di piu' I compiti, sino ad arrivare a non tenerne per se' nemmeno uno, e di riprendere la situazione in mano, assumendosi naturalmente tutti I meriti al momento opportuno. Se il manager era di razza, tale operazione poteva avvenire con grande naturalezza e con l'ammirazione da parte di tutti.
Questa descrizione della sede centrale e' quella che usava farmi mio padre e ,secondo me, risale ancora ai tempi antichi ed epici dell'azienda, ormai passati da un pezzo. Se mio padre vedesse ora la sua Ditta, stenterebbe a riconoscerla, tanto le cose sono cambiate, modernizzate sul piano strutturale, ma soprattutto sulla filosofia di base dell'organizzazione aziendale.
Uno dei momenti chiave della trasformazione della vita e del costume nella nostra Ditta avvenne nei primi anni del 2010. Mio padre ebbe l'onore di conoscere personalente l'esecutore di questa trasformazione: L'ingegnere Erminio Mitridiate. Una volta ebbe pure l'occasione di raccomandarmi a lui direttamete, senza seguire la via gerarchica.
L'ingegner Mitridiate era un manager di razza, si era fatto da solo lavorando per venti anni in quasi tutte le nostre filiali estere, fisicamente era alto, magro distinto, parlava con autorita' senza accalorarsi mai, aveva una voce da basso che gli usciva dal profondo: bu-bu-bu…Era naturalmente dotato di quel carisma da manager che lo obbligava a prendersi cura in prima persona dei suoi dipendenti. Quella mattina era seduto alla sua scrivania della sede centrale nel suo ufficio e nel reparto che lui stesso dirigeva: Progetti a lunghissimo termine.
L'idea che stava seguendo gia' da tempo era veramente avveniristica:
fondare un reparto di riproduzione aziendale dei quadri. Ci sarebbero voluti gli adeguati fondi, ma con l'andare del tempo, ci sarebbe stato un ritorno economico eccezionale. Si sarebbero evitati gli sprechi di tempo, lo stress per I dipendenti, le preoccupazioni per il futuro e per Il posto di lavoro ed inoltre, cosa piu' importante, I dipendenti sarebbero stati abituati da sempre alla vita aziendale.
Il progetto era grandioso: si trattava di scegliere degli stalloni per I vari dipartimenti e per I vari ruoli da ricoprire nell'organico aziendale da fare accoppiare, per I primi tempi con delle segretarie e poi in futuro con madri geneticamente predisposte a fornire I migliori ragionieri, I migliori geometri, I migliori tecnici e cosi' via , fino ad arrivare persino agli ingegneri ed ai manager. Non ci sarebbero piu' state fastidiose rivalita', giacche' uno nasceva gia' ragioniere o geometra o tecnico e si sarebbe sentito pienamente realizzato all'interno della sua azienda, nella posizione per lui piu' appropiata. L'interessamento ai problemi sessuali riproduttivi, in Ditta, era cominciato all'inizio degli anni 2000, quando in Giappone si constato' che durante l'orario lavorativo, molti dipendenti erano colti da raptus erotici e, dedicandosi a questi pensieri sottraevano tempo prezioso e soprattutto concentrazione all'attivita' lavorativa. Il primo rimedio posto in essere dall'ingegner Matzuo Shiray di Okawa, fu molto primitivo e risulto' peggiore del male stesso. Egli appronto' nella sua Ditta una stanza speciale divisa in due da una paratia bucherellata. Da una parte sarebbero dovuti entrare I maschi colti da raptus erotico, dall'altra le femmine. I maschi avrebbero dovuto introdurre I loro membri, muniti di preservativo, negli appositi buchi posti ad altezza anatomica, e le femmine sempre distratte dallo stesso problema, avrebbero potutto utilizzare quelli organi nel modo piu' adeguato. Il tempo massimo fu posto ad otto minuti. Era, come si puo' facilmente intuire, un rimedio rudimentale, grossolano e barbaro. Innanzi tutto molti dipendenti maschi, soprattutto quelli meno dotati, rimanevano per otto minuti con il loro piccolo pene esposto, senza che nulla accadesse. Potevano solo ascoltare le risatine che arrivavano dalla parte opposta della paratia. Questo li rendeva insicuri ed insoddisfatti e si riperquoteva negativamente sull'andamento del lavoro. Poi si vide che questo sistema per scaricare le energie non era affatto appagante, molti giovani impiegati e tecnici vi ricorrevano piu' e piu' volte e, durante la giornata lavorativa, pensavano al sesso molto piu' di prima. In questo modo il rendimento lavorativo non saliva ma scendeva. Fu per questo motivo, che I primi psicologi e psichiatri aziendali, proposero delle tecniche psicologiche e delle vere psicoterapie che facilitassero non lo scarico delle pulsioni sessuali, ma la loro sublimazione e deviazione sulle attivita' lavorative aziendali. Questa operazione si dimostro' piu' difficile del previsto. Innanzittutto, le persone che avevano precedentemente usato la paratia, non riuscivano piu' a sublimare ma cercavano uno scarico immediato delle loro pulsioni, tendendo ad usare sempre lo stesso modo che avevano precedentemente appreso. Poi si commise il secondo storico errore: si cerco' di deviare la pulsione sessuale verso la meta della carriera aziendale. Tutti cercavano di diventare tecnici specializzati, poi supervisor poi superintendent, poi district manager, poi area manager e cosi' via. Naturalmente non c'era posto per tutti. Tutti si misero a sgomitare, a non voler piu' fare lavori banali che non avrebbero potuto metterli in luce coi superiori. La competitivita' aumento' a dismisura , iniziarono le delazioni tra colleghi di lavoro. Vecchi amici non si guardavano piu' in faccia sopraffatti dall'invidia, ed il clima divenne sempre piu' irrespirabile, finche' oltre ad un cero limite, la produttivita' incomincio' a diminuire. Chi, dopo anni di sforzi non riusciva a salire alcun gradino gerarchico si sentiva un fallito e cadeva in una sorta di depressione cronica che lo accompagnava non di rado fino al pensionamento.
Allora si capi' che non era sulla carriera individuale che le energie pulsionali dovevano essere deviate, ma sulla stessa Ditta. Era la Ditta che avrebbe dato sicurezza, identita' e vita al proprio dipendente, lo avrebbe accompagnato dalla nascita alla morte, senza abbandonarlo mai, lo avrebbe seguito nei suoi hobbies, nelle sue aspirazioni e questo indipendentemente dal posto che avrebbe occupato nella gerarchia interna. In cambio erano richieste soltanto fedelta', dedizione assoluta e cieca obbedienza alle regole aziendali. Non piu' preoccupazioni, non piu' spese per lo studio, non piu' rivalita' distruttive : tutto sarebbe stato risolto all'interno dell'azienda e per merito dell'azienda per I fini stessi interni all'azienda. "Il benessere, la concordia, l'ordine e la civilta' all'interno dell'azienda, la barbarie al di fuori di essa", disse il presidente generale in un famoso discorso che passo' alla storia e segno' l'inizio di una nuova era. Da allora la Ditta non limito' piu' la sua produzione a pochi prodotti ma estese le sue attivita' fino a produrre tutto il necessario per la vita, quantomeno la vita dei propri dipendenti, in breve tempo diventammo autosufficienti, o quasi. Non fu difficile, basto' assorbire I consulenti esterni che fornivano I vari servizi ed inglobarli. La maggioranza dei dipendenti reagi' molto bene a queste innovazioni in fondo tutti avevano da guadagnare: non piu' ansieta', non piu' fastidiosi pensieri sul futuro. Tutto era gia' stato risolto, bastava sostenere la propria azienda e tutto sarebbe andato per il meglio. E' vero che qualche testa calda protesto' adducendo strani motivi , parlando di insoddisfazione e di alienazione. Fortunatamente, prima che guastassero anche altri dipendenti, questi individui furono lautamente liquidati e spediti nel mondo esterno. Ma torniamo al progetto di riproduzione aziendale, un progetto importantissimo che avrebbe consentito alla Ditta di essere sempre piu' indipendente dall'esterno e di non aver piu' bisogno di assumere e di formare nuovo personale. In quel tempo ero molto giovane avevo 16 anni, ero stato l'ultimo dipendente ad essere assunto dall'esterno e, forte della presunta raccomandazione che mio padre aveva cercato di ottenere per me , avevo presentato domanda al dipartimento dell'ingegner Mitridiate, per poter diventare stallone riproduttore. La cosa mi sembrava interessante, e poi avevo intravisto due o tre segretarie veramente niente male. La riproduzione avveniva sempre alla vecchia maniera e, per quanto ne sapevo io, sarebbe stato un lavoro molto piacevole. Il reparto era uno dei migliori di tutta la Ditta, vi erano grandi saloni pieni di specchi, rinfreschi e musica a tutte le ore. Parte del lavoro consisteva nel socializzare con le varie signorine, piu' tardi si sarebbe passati alla pratica, ed io ero ansioso di ben figurare. Naturalmente la mia meta principale era comunque aiutare la Ditta: " Non lo fo' per piacer mio ma per dare un dipendente alla Ditta" dicevamo tutti noi aspiranti nei colloqui preliminari. Riuscii a superare facilmente le selezioni medico fisiche ma fui fermato da tutti quei test psicologici. Un test psicologico non era altro che uno stimolo standardizzato al quale avremo dovuto dare una risposta scritta. Le risposte sarebbero poi state statisticamente valutate, cosi' gli esperti avrebbero capito se eravamo normali, nel senso che le risposte rientravano nel range della maggioranza o meno e potevano fornire indicazioni sul nostro futuro utilizzo. In altre parole serviva capire se dovevamo essere usati nel settore della contabilita', nel settore tecnico, nel settore sportivo, od addirittura addetti alla riproduzione dei manager. Intere giornate passate a rispondere a tavole di domande, test logico matematici e test proiettivi diedero come risultato che avevo scarsa resistenza alla noia per essere ammesso alle selezioni successive. Inoltre I test proiettivi evidenziarono un atteggiamento narcisistico che contrastava con le esigenze aziendali ed una fantasia che mi avrebbe potuto portare ad interpretare a modo mio, gli ordini dei superiori. Cosa decisiva, il mio narcisismo, mi avrebbe portato a riferire a me stesso, eventuali attenzioni che la partner avrebbe potuto rivolgermi. Avrei potuto innamorarmi di una sola partner, avrei potuto tentare di rivederla , magari anche al di fuori dell'orario di lavoro, e questo non era assolutamente tollerabile. Fui scartato, ma mi ripresi subito quando mi dissero che avrei potuto corteggiare ugualmente le segretarie, usando naturalmente le dovute cautele per non avere figli. La convivenza non era proibita, anzi a volte era perfino incoraggiata.



LE DONNE E LA REALTA' VIRTUALE


Dopo la bocciatura ai test attitudinali fui destinato al project, ottenni un appartmentino al secondo piano di fronte al reparto "Esattificazione dei profitti e delle perdite" e mi misi assieme ad una segretaria di produzione tedesca. Si chiamava Alice era bionda con I fianchi larghi,la vita stretta,un bel seno, e soprattutto un bel sorriso. I primi tempi di convivenza non furono male, dal nostro appartamento potevamo sentire il ticchettio delle macchine da scrivere, le voci dei capi ufficio che impartivano ordini, I telefoni che squillavano. Dopo qualche mese potevamo perfino riconoscere le varie segretarie, da come rispondevano"Hello" al telefono. Tutti questi rumori divennero familiari e rassicuranti, la vita non avrebbe potuto riservarci cattive sorprese, il lavoro era facile ed eravamo stati pienamente accettati dai colleghi. Non litigavamo mai, ma non parlavamo molto. I nostri discorsi, come del resto tutti I discorsi tra colleghi erano piu' o meno cosi': lei -" Ti ricordi il geometra Caverzan?" Io - " Chi?"Lei-" Ma si' Caverzan dell' ufficio Ioni ed Elettroni, quello che lavorava vicini a Sgomberti, terza scrivania vicino al corridoio… con quella valigetta 24 ore…. che portava sempre quello strano cappello stinto….che parlava quasi sempre con Rififfo e Zito del magazzino. Si' dai Caverzan." Io- " Beh, che ha fatto?" Lei - " E' stato spostato di scrivania senza preavviso e non ha nemmeno trovato la puntartice." Io " Ah, beh, d'accordo". Era tutto qui. Parlavamo poco o nulla ma non litigavamo mai. A me piaceva quando ritornavo dal lavoro e la vedevo camminare per casa. Sempre col sorriso tra le labbra, bella, cosi' bionda e cosi' tedesca, con quella carnagione color miele, con quella sua voce vellutata e le sue movenze eleganti, mi parlava col suo aspetto e col suo sorriso. Del resto avevo intuito istintivamente che non si deve dividere lo spirito dalla materia e chi si chiede se va d'accordo mentalmente con la partner sbaglia di grosso. Non c'era ne' spirito ne' materia, ne' accordo intellettuale,ne' accordo fisico. Per quanto mi riguardava c'era solo lei, unica ed indivisibile, ed io sapevo che mi piaceva. Non mi importava sapere perche', ne' se era un'intesa piu' spirituale o fisica, forse era solo un' attrazione magnetica. Ci attiravamo e cio' era un bene che potevamo solo rovinare ponendoci mille domande inutili. Non parlavamo molto, ma ci capivamo al volo ed andavamo d'accordo. Alice non si offendeva, come le altre donne, per il mio disordine, non pensava che le mancassi di rispetto perche' buttavo per terra I libri ed I panni. Non ci badava e riordinava senza darsi un'eccessiva importanza, senza chiedermi come avrei fatto senza di lei, senza volersi vendicare colpo su colpo e senza risentimento. Capiva anche le mie debolezze, ma non ne aprofittava, non mi incolpava mai di averle rovinato la vita. Passammo assieme un bel periodo, poi piano piano comincio' ad intristirsi. Anche lei, come me, aveva passato l'infanzia all'esterno e ricordava spesso, con nostalgia, I periodi passati con I genitori. Giorno dopo giorno la situazione tra di noi peggiorava. Alice non aveva piu' voglia di uscire e rendeva poco anche durante il lavoro.
Il suo supervisor segnalo' il calo di rendimento al superintendent che la mando' dal medico. Dopo una serie di accertamenti ematochimici e strumentali, fu inviata da uno psicologo per una psicoterapia aziendale. Per alcuni mesi si reco' quattro volte la settimana al Centro di igiene mentale aziendale, ma il suo umore non tendeva a migliorare. Alle mie domande rispondeva evasivamente che non sapeva nemmeno lei I motivi del suo cambiamento, solamente non si sentiva piu' appagata da quella vita sempre uguale, e non trovava piu' sufficienti, le motivazioni che I nostri superiori ci avevano insegnato, durante gli anni della nostra educazione lavorativa. Finalmente, un bel giorno, fui convocato dal dottor Quadrangolo, il direttore del Centro di igiene aziendale. Lo psichiatra mi fece accomodare nel suo ufficio, mi rivolse alcune domande sul nostro rapporto, sulle nostre abitudini. Mi chiese pure se conoscevo anch'io I miei genitori e che cosa pensassi di loro. Annoto' ogni cosa nel suo portatile, annuendo garbatamente ad ogni mia parola. Alla fine mi disse che il caso di Alice era piuttosto comune per I dipendenti nati al di fuori della Ditta : Alice aveva un super io familiare in competizione con il super io aziendale e desiderava inconsciamente una gravidanza propria, desiderava un bambino. Tutto cio' era frutto di un'educazione arcaica, dove ancora esistevano interiorizzati prepotentemente il modello paterno e materno che gli ideali aziendali non erano ancora riusciti a scacciare. La psicoterpia sarebbe stata piuttosto lunga: si doveva rafforzare il super io aziendale e il desiderio di maternità di Alice avrebbe potuto trovare una realizzazione parziale attraverso un suo impiego negli asili nido, come puericultrice. Non sarebbe stato da escludere, almeno per i primi tempi, l’uso di alcuni psicofarmaci. Mi avviai verso casa con il cuore in tumulto: avere figli, che idea pazzesca! Come avremo potuto allevarli, nel nostro appartamento, senza l’aiuto di nessuno? E che soddisfazione avrebbe potuto darci un marmocchio sempre bagnato, che piangeva continuamente e che aveva sempre bisogno di noi. Per questo c’erano gli asili nido, con le puericultrici, appositamente addestrate. E anche loro dovevano fare dei turni sempre piu’ brevi per non esaurirsi, tanti erano i piagnistei che dovevano sopportare. Appena tornato a casa espressi tutte le mie perplessità ad Alice: “ Un bambino era l’ultima cosa di cui avevamo bisogno in quel momento, inoltre non era nemmeno permesso dai regolamenti della Ditta, era semplicemente un desiderio pazzesco. Avremmo dovuto trasferirci all’esterno, perdere tutti i nostri privilegi, lasciare un lavoro sicuro che sapevamo svolgere tranquillamente, per un avvenire incerto, per noi, e per lo stesso bambino. Che idea balorda!” Alice mi guardava con gli occhi sbarrati e diceva che avevo ragione, che capiva perfettamente le mie ragioni e che tuttavia non sapeva nemmeno lei esprimere cio’ che le mancava. Comincio’ a passare interi pomeriggi stesa sul divano, senza parlare, senza lamentarsi, ma senza manifestare alcun interesse per le cose di sempre. Non trovava piu’ le parole per esprimere i suoi sentimenti nemmeno a se stessa. L’inesprimibile era diventato troppo inesprimibile. Non trovava piu’ le parole perche’ aveva a che fare con qualcosa di indistinto, non era solo la mancanza di un figlio, era tutto l’insieme che non poteva piu’ tollerare, e non sapeva dirlo perche’, qualsiasi spiegazione plausibile, avrebbe cozzato con tutto cio’ che le avevano insegnato in Ditta da quando era bambina. Si trovava per la prima volta a combattere con qualcosa di indistinto, come una grossa nuvola nera, vuota di contenuti e di significati, ma piena di ansia e di sofferenza. Non riuscendo piu’ a spiegarsi con nessuno, non trovando alcun contenitore per le sue sofferenze, Alice cominci ad avere paura di tutto, ma principalmente paura di impazzire o di essere già diventata pazza. Le cose, malgrado l’interessamento del dottor Quadrangolo, continuavano a peggiorare. Alice tento’ anche di frequentare l’asilo infantile dove conobbe una puericultrice: la maestra Catinetta, una donna ancora giovane e molto umana, che si interesso' al suo caso e cerco' di diventarle amica. Tutto cio',ٍ senza miglioramento alcuno. Alice sembrava sul punto di scoppiare da un momento all’altro. Infatti, un giorno rincasai, e non la trovai più sul solito divano. Dopo brevi indagini venni a sapere che se ne era andata senza preavviso. Era scappata dalla Ditta, verso il mondo esterno, senza lasciarmi nemmeno un messaggio. Per un po’ cercai di rintracciarla, di avere almeno qualche notizia, ma tutto fu vano. Dopo la scomparsa di Alice anch'io ebbi un periodo di depressione. Mi sembrava che la vita di tutti I giorni non avesse piu' alcun senso, cosi' mi misi a leggere molti romanzetti proibiti che parlavano della vita nel mondo esterno, la vita dei tempi in cui le ditte non erano ancora chiuse: leggevo di viaggi, di avventure, di attivita' pericolose, di esplorazioni, persino di caccia. Per qualche periodo mi baleno' persino l'idea di uscire fuori dalla protezione della Ditta, di andarmene in cerca di fortuna e di affrontare le difficolta' del mondo esterno per mio conto, senza l'aiuto di nessuno. Poi capii che non era neccessario : non c'erano viaggi piu' belli, non c'erano cacce piu' avventurose, pericolose e che mi avrebbero potuto dare le stesse emozioni e pericoli dell'andare a donne. Cosi' cominciai ad uscire sempre con segretarie diverse, talvolta mi spingevo fino alle aggressivissime manager. Ognuna di loro era diversa, era un'intero universo da esplorare. Bastava un gesto, un' inflessione diversa nel modo di parlare, un sorriso, una ritrosia, una particolarita' qualsiasi, a risvegliare in me l'istinto della scoperta nuova. Mi sentivo un novello Ulisse alla scoperta dell'universo. " Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza". Nella metafora del corpo e della mente femminile trovavo la risposta a tutta la mia sete di avventura e di novita'. Mi piacevano le segretarie del project con le loro calze nere, I loro modi impeccabili ed impersonali, mi piaceva far loro dei complimenti, come si usava una volta, ed osservare la loro reazione sempre compiaciuta e meravigliata. Anche se qualche volta, qualcuna di queste ragazze mi prendeva in giro per I miei modi antiquati, a lungo andare, se io mi dimostravo sufficientemente sincero, tutte erano piacevolmente colpite e ricambiavano l'interesse che io avevo per loro, non fosse altro che per poter ricevere ancora una volta un'immagine positiva di se stesse. Io mi comportavo come uno specchio che restituisce sempre e comunque un'immagine positiva. Ed era vero, non mentivo, mi piacevano veramente tutte. Anche le manager, cosi' prepotenti, cosi' arroganti mi procuravano in fondo delle emozioni piacevoli. E poi erano veramente pericolose: altro che la caccia alla tigre, quella era veramente una caccia pericolosa. Le donne manager tendevano a graffiarti l'anima e a masticarti, piu' che a morderti. Per loro il fatto stesso che in Ditta, la loro posizione gerarchica era superiore alla mia, bastava ed avanzava per sentirsi superiori in tutto e per tutto. Per loro, io ero un semplice impiegato, e dovevo sentirmi onorato per il solo fatto di avere il permesso di frequentarle. Con loro era una continua battaglia, volevano sempre decidere tutto , erano cosi' propositive e cosi' sicure di se', che talvolta risultava difficile la stessa comunicazione: erano abituate a comandare e basta! Il corteggiamento diventava con loro un'attivita' molto piu' pericolosa ed avventurosa della caccia praticata dai nostri antenati del mondo esterno. Gli antichi cacciatori erano sempre avvantaggiati anche rispetto alla piu' feroce delle belve, mentre qui' era una battaglia ad armi pari, che si doveva condurre con garbo ed intelligenza. Poteva divenire un'attivita' pericolosa anche fisicamente: si sentiva sempre piu' parlare di nuove malattie sessualmente trasmesse e molto pericolose. Probabilmente vi erano stati dei rapporti sessuali tra la gente dell'esterno e qualche dipendente della Ditta, fatto sta che anche fra di noi si era diffuso un certo contagio di queste malattie. E' vero che se un dipendente veniva scoperto affetto da una malattia contagiosa, veniva calorosamente invitato dalle autorita' ad andarsene fuori, tuttavia un certo pericolo rimaneva. L'avventura quindi non mi mancava, ma non le amavo, le scopavo ma non provavo sentimenti per loro. Era solo una specie di sport, una specie di gara al termine della quale era solo il nostro narcisismo a rimanere soddisfatto o deluso, non vi era un reale scambio di sentimenti e nemmeno di comunicazioni veramente intime, cercavamo solo di fare bella figura per poter avere una migliore immagine di noi stessi. Tutto qui. Non volevamo veramente conoscere l'altro, ma noi stessi. Dopo un po' mi stufai anche di questa vita, e mi avvicinai alla realta' virtuale. Bastava indossare un casco computerizzato ed uno speciale guantone, oggi sostituiti dai piu' pratici elettrodi cerebrali, e potevi entrare in un nuovo mondo, potevi recarti in pochi minuti in localita' lontanissime, senza dover sopportare gli inevitabili disagi, I disguidi, I ritardi, il traffico di ogni viaggio. Nei viaggi virtuali visitai tutto il mondo, ma ancora non mi bastava. Poi finalmente Il nostro settore di informatica lancio' un nuovo tipo di programmi virtuali : erano delle vere e proprie esperienze di vita durante le quali non solo potevi visitare luoghi realmente esistiti o anche inventati ex novo, ma potevi conoscere anche nuove persone. Fu proprio durante uno di questi viaggi che incontrai la mia attuale compagna che chiamero' Alice Virtuale. La conobbi durante una festa da ballo, era bionda anche lei, ed assomigliava a Merilin Monroe, tutte le curve al posto giusto, tutta morbida ed accogliente, pronta a farsi proteggere e sempre molto interessata a tutto cio' che le dicevo. Non era mai occupata, almeno quando c'ero io, rideva sempre alle mie battute e si divertiva per tutto quanto facevamo assieme. Me ne innamorai subito perdutamente, mi sembrava di vivere in un paradiso, il tempo passava senza noia, le giornate erano regolate sul mio tempo soggettivo, quindi quando dovevo riposare ci si riposava e quando ero pronto all'azione c'era sempre qualcosa da fare: si giocava a tennis senza eccessiva fatica fisica e si potevano fare delle giocate di gran classe, bastava pensarle; si facevano delle feste meravigliose, il tempo era fantastico ed il panorama splendido. E' vero, ogni tanto si sentiva uno sgradevole stranissimo odore, come di plastica bruciata che rendeva l'esperienza irreale, ma era soltanto un errore del programma, che sarebbe stato corretto quanto prima. Il mio amore per Alice Virtuale era perfetto. C'era un'intesa psico-fisica totale. Ogni volta che l'abbracciavo, lei vibrava di passione, sapeva capirmi, sapeva attendere I miei tempi, non si lamentava di non essere stata compresa, mai un risentimento a causa mio carattere o sull mio disordine , non si sentiva trascurata ne' poco importante. E non era una bambola di cartone come mi aveva fatto notare una volta il dottor Quadrangolo, lei mi dava anche dei buoni consigli, mi sapeva prendere e mi amava veramente senza volermi cambiare. Sempre piu' persone ormai spendevano gran parte del loro tempo libero in realta' virtuale e tutti ne erano entusiasti. I nuovi programmi erano cosi' avanzati ,che con l'aiuto di qulche innoqua pastiglietta, l'illusione dell'esperienza virtuale diveniva allucinazione vera e propria. Non ci si accorgeva piu'di avere una doppia vita, ma si credeva di vivere realmente l'esperienza che la realta' virtuale offriva. Ed era splendido. Bastava solo ricordarsi di salvare ogni volta, sul disco fisso, l'esperienza appena trascorsa altrimenti si correva il rischio di ripetere per due volte la stessa avventura e cio' risultava veramente penoso e stucchevole, specialmente con Alice Virtuale che ormai amavo con tutto il cuore. Rimanevo veramente nauseato quando ero costretto a ripetere per due volte, quasi esattamente gli stessi discorsi, e quando vedevo ripresentarsi ,alla stessa battuta, lo stesso identico sorriso o peggio quando la vedevo accendersi di passione per me, nello stesso identico momento in cui cio' era accaduto la volta precedente. Il dottor Quadrangolo, quando gliene parlai, mi disse anche che quei programmi erano stati studiati sulla base dei miei test psicologici proiettivi. Cioe' veniva costruita una realta' su misura per ognuno di noi. Quindi non era Alice Virtuale che io amavo ma , ancora una volta me stesso. Ancora una volta era il mio narcisismo ad essere accontentato , ma non avrei potuto ricavare niente di veramente nuovo, niente di veramente arricchente da quelle esperienze, che in realta' continuavano a parlare e riparlare sempre e solo di me. Anzi secondo lo psichiatra, erano come una specie di droga che a lungo andare avrebbe finito per atrofizzare sia il mio corpo che il mio cervello. Per quanto riguardava il corpo, io ne avevo cura e facevo un po' di ginnastica tutti I giorni, prima di recarmi In ufficio. Quanto al cervello , per il lavoro che facevamo, bastavano pochissimi neuroni, e a me, come a molti altri, la realta' virtuale piaceva troppo per rinunciarvi. Poi ad un certo punto non si sapeva piu' cosa fosse reale e cosa non lo fosse, e nemmeno cio' mi importava molto. Ormai con Alice Virtuale avevo messo su famiglia ed avevamo avuto due figli: Roberto e Marco. Il primo aveva gia' 25 anni, si era gia' laureato in ingegneria, ed era avviato ad una brillante carriera di dirigente, non so bene di quale attivita', mentre Marco continuava ad avere cinque o sei anni, era molto simpatico, anche se un po' rumoroso. A differenza di quanto avevo sentito dire sui bambini, I miei non disturbavano mai, non avevo mai avuto a che fare con pannolini sporchi, pianti notturni o malattie del sabato sera. Qualche volta Marco piangeva, ma sempre al momento giusto, quando io ero disponibile e ben preparato. Li avevo proprio educati bene ed erano venuti su proprio come volevo io. Forse saranno stati solamente delle proiezioni dei miei desideri, come avrebbe detto Quadrangolo, ma io li volevo bene ugualmente e loro non ne soffrivano anzi ricambiavano il mio sentimento. Ogni volta che li vedevo, erano contenti, mi raccontavano tutte le loro esperienze e chiedevano consigli, soprattutto il piu' vecchio, Roberto ascoltava, e teneva sempre in grande considerazione tutto cio' che gli dicevo. Mi aiutava quando avevo qualche problema, era molto studioso ,ma anche molto sportivo, giocava bene a calcio, ed era titolare della squadra del programma, era gentile con tutti, ma allo stesso tempo molto sicuro di se e deciso. Forse era solamente tutto cio' che sarei voluto essere io. Anche mio padre avrebbe voluto fare di me un ingegnere, avrebbe voluto che gli avessi fatto fare bella figura con gli amici primeggiando nello sport e nella scuola, avrebbe voluto che gli avessi procurato qualche rivincita, ma io sembravo essere un bastian contrario. Quando giocavo a calcio e vedevo che c'era lui a vedermi, le mie gambe si bloccavano, non mi divertivo piu', sbagliavo ogni passaggio e tiro diventando sempre piu' rigido ed imbranato. Soffrivo molto per queste ingerenze egoistiche da parte di mio padre, tanto che, alla fine, sono arrivato ad odiarlo e ad evitarlo, perche' avevo capito quanto distruttivo, per la mia personalita' potesse essere questo tipo di comportamento. I miei figli non soffrivano affatto per questo problema, non avevano nemmeno bisogno di essere spinti da me perche' si comportavano cosi' spontaneamente. Roberto era divenuto ingegnere in poche sedute di programma e aveva gia' 25 anni nonostante fosse passato ben poco tempo dalla sua nascita. Questo poteva accadere perche', durante la vita virtuale, non si sprecava tempo, e le esperienze importanti si succedevano ad un ritmo diverso. Se penso al mio passato ho la sensazione che la mia vita potrebbe essere riassunta in pochissime scene: l'immagine tranquilla di mio nonno che mi sorride mentre mi accompagna a fare un giro in bicicletta, mia madre preoccupata, mio padre che urla, Io, sdraiato su di un prato che parlo ad un amico, osservando una coccinella e mi rendo conto di esistere, la prima volta che ho guardato una donna in un modo un po' diverso, la prima volta che ho visto Alice, poche cose che ho studiato al liceo che mi sono piaciute, la prima sbronza, le partite di calcio, le partite di tennis, I ghiaccioli, il mare, e poco altro. Il resto del tempo ha poca importanza lo passiamo a fissare un punto bianco sul muro, a pensare a quanto abbiamo fatto, lo passiamo in bagno o annoiandoci. Gran parte della vita passa mentre siamo affacendati a vestirci, lavarci, o fare le faccende domestiche. Non conta molto, forse serve solo a ruminare, a digerire quanto ci e' capitato di significativo. Invece durante le esperienze vissute in realta' virtuale, tutto cio' non avviene, si vive solo il tempo che ha significato, non appena si e' pronti a farlo. E' incredibile constatare quante cose si possono fare in questo modo . Per questo Roberto si era laureato in un periodo cosi' breve, e mi aveva quasi raggiunto come eta'. Marco invece continuava ad avere cinque o sei anni, probabilmente perche' non eravamo pronti, o meglio, non ero ancora pronto a vederlo crescere. Per questo passavo ormai gran parte del tempo libero in realta' virtuale, perche' era cosi' piacevole e non ci si annoiava mai. Per quanto potesse dire il dottor Quadrangolo, per me, la mia famiglia virtuale era una famiglia vera e propria. Non avrei mai potuto lasciarli soli, senza di me, loro non potevano vivere, non esistevano nemmeno. Del resto farsi una famiglia durante le esperienze virtuali era un'attivita' lecita, anzi consigliata dalla Ditta. L'importante era non crearsi una famiglia reale con figli propri, per I quali si sarebbe inevitabilmete avuto un atteggiameto di favore o iperprotettivo che sarebbe stato inevitabilmente contrario all'etica aziendale.




LA RIPRODUZIONE AZIENDALE


I primi tentativi di riproduzione aziendale geneticamente assistita, risalivano ad una ventina d'anni prima, ed erano stati condotti, neanche a farlo apposta, in Germania e Giappone. I primi ragionieri di quel progetto erano gia' usciti, ed I risultati sembravano incoraggianti. Si trattava di soggetti di piccola taglia, per l'uomo l'altezza era di 1,65 massimo 1,68, erano tollerati 2 cm in piu' od in meno rispetto allo standard, per le femmine 8 cm. in meno dei maschi. La statura era stata mantenuta cosi' per una forma di rispetto verso I manager, il cui standard non prevedeva limitazioni di statura, ed accanto a soggetti decisamente alti, ve ne erano alcuni imbarazzantemente bassini che dovendo ricorrere sempre all'uso dei tacchi avrebbero potuto sviluppare, col tempo, delle disfunzioni a livello dell' articolazione tibio- tarsica e dell'astragalo. Questi ragionieri, dunque, erano magri e scattanti, lo sguardo vigile ed attento, avevano una precoce tendenza alla stempiatura ed alla calvizie, caratteristica quest' ultima che non era da considerare un difetto, ma un segno di tipicita'. Altra caratteristica di tipicita' era la tendenza precoce all'astigmatismo, tanto che verso I venticinque anni , tutti I ragionieri portavano gli occhialetti cerchiati in oro che la Ditta consigliava. La femmina aveva un attaccamento al capo-ufficio a dir poco commovente, il maschio era leggermente piu' indipendente e nervoso, ma sempre fedelissimo ai superiori ed all'azienda. Questi soggetti avevano una predisposizione naturale alla contabilita' ed alla registrazione di dati di ogni genere, dati che potevano in pochi minuti recuperare. Queste qualita' naturali sarebbero poi state vieppiu' incrementate da un addestramento intensivo che cominciava gia' all'eta' di quattro o cinque anni e terminava verso I diciotto. Era un addestramento molto settoriale che incrementava le doti di attenzione di rapidita' di calcolo, di ordine, disciplina ed abnegazione, ma scoraggiava ogni forma di iniziativa personale che sarebbe stata deleteria. Se I ragionieri erano venuti subito bene, i tecnici ed addetti ai lavori manuali ed all'aggiustaggio presentavano invece qualche piccolo difetto, in parte dovuto alla genetica, in parte all'educazione scelta per questo tipo di personale. Geneticamente erano stati usati dei riproduttori dotati di molto senso pratico, intuito per le cose materiali, grande manualita', ma scarsa fantasia. L'educazione scelta fu principalmente tecnica, tesa ad affinare sempre di piu' queste stesse doti: le materie letterarie umanistiche furono ridotte all'osso a favore dei laboratori pratici, delle materie specifiche e della pratica in stabilimento. I primi tecnici che uscirono furono dei giovanottoni in apparenza chiassosi ed allegri, che riuscivano a riparare ogni cosa. Erano dotati di un intuito naturale per le cose meccaniche, elettrotecniche ed elettroniche. Quando mettevano le mani su qualche aggeggio, lo smontavano e lo riparavano immediatamente, ma non erano assolutamente in grado di spiegare a parole perche' avevano agito in quella maniera: se interrogati rimanevano a bocca aperta fissando un punto nel vuoto. Qualcuno rispondeva: " Perche' di si', perche' l'ho visto fare", ma non sarebbero riusciti ad aggiungere altro, nemmeno sotto tortura. Questo, per la Ditta, non era un difetto grave, il guaio era, che questi nuovi tecnici, cominciarono ad ammalarsi, in eta' giovanile, di malattie psicosomatiche. Soffrivano precocemente di ipertensione arteriosa, asma bronchiale fin da bambini, ulcera gastrica, rettocolite ulcerosa, enterite segmentaria, infarto del miocardio, una miriade di malattie cutanee, cefalea e molti altri disturbi. Nessuno aveva mai raccontato loro le fiabe e le storie dell'infanzia, cosi' erano troppo pragmatici e non avevano nessuna vita fantasmatica. Sembravano essere senza immaginazione e trasformavano ogni conflitto interiore ogni fantasia distruttiva in una malattia. Tutto doveva obbligatoriamente passare attravarso il corpo, cosi', una gelosia verso un collega di lavoro, rimaneva inconsapevole, ma si trasformava ben presto in una gastrite, l'esclusione dalla squadra di calcio degli amici, diveniva un fastidioso mal di testa, una contrarieta' diveniva un rossore cutaneo e se perdurava piu' a lungo si organizzava in una malattia vera e propria della pelle. Non si lamentavano di altro che delle loro malattie organiche, sembravano incapaci di provare sentimenti od emozioni, almeno di esprimerli a livello verbale; cosi' li esprimevano con la sofferenza fisica. Le puericultrici li avevano allevati , nutriti e curati benissimo, almeno da un punto di vista puramente igienico, nessuno aveva pensato pero' che la vita fantasmatica fosse importante persino per un tecnico. Cosi' nei loro pensieri non c'erano mai state fate, streghe, draghi, mostri, angeli, diavoli, ma solo viti, bulloni, trapani e torni. I periti erano ancora peggio, soffrivano degli stessi disturbi degli operai ed erano inoltre piu' sapientoni e piu' arroganti, non accetavano alcuna spiegazione che non fosse puramente tecnica e dimostrabile matematicamente. Veniva da prenderli a pedate. Si dice che I primi tecnici a cominciare a soffrire cronicamente di tali malattie, siano stati addirittura abbandonati nel mondo esterno, dove siano sopravissuti solamente per qualche anno, poi di loro si sono perse le tracce. In seguito tale comportamento inumano e' stato sospeso, e questi tecnici, considerati ormai obsoleti, sono stati ritirati dal lavoro, messi precocemente in pensione e, tenuti lontano da ogni forma di contrarieta' stress o preoccupazione, hanno potuto vivere una vita quasi normale. Successivamente, con opportune modifiche, sia genetiche, che soprattutto educative, si e' riusciti a portare l'aspettativa di vita media dei tecnici fino a quasi 65 anni. Abbastanza per poter svolgere profiquamente il loro lavoro.
Nessuno sa dove si trovava il centro di riproduzione per I manager. Certo e' che oltre alle materie tecniche e matematiche studiavano anche letteratura, filosofia( leggevano soprattutto Neitsche dei filosofi moderni e lo stoicismo degli antichi) e sviluppavano appieno la loro naturale e genetica tendenza al comando.



MONSIGNOR CARAVAGGIO E LA RELIGIONE AZIENDALE


Durante gli anni dell'inizio della riproduzione aziendale, avvenne anche un altro importante fatto che contribui' a sganciarci ulteriormente e definitivamente dal mondo esterno. All'interno della Ditta, di solito la Domenica mattina, si tenevano delle cerimonie religiose. Considerando che I dipendenti provenivano da quasi tutte le parti del mondo, ed avevano diverse religioni, durante tali cerimonie si usava leggere, volta per volta, un brano del Vangelo o della Bibbia alternato ad un brano del Corano o anche di altri testi sacri. Tali funzioni, di solito, venivano officiate da qualche dipendente particolarmente pio o interessato alla religione. Man mano che la Ditta cresceva e si separava dal mondo esterno, il bisogno di religiosita' nei dipendenti andava aumentando, cosi', visto che, pur avendo numerosi filiali in tutto il mondo, la sede centrale della nostra Ditta si trovava in Italia, la chiesa cattolica romana comincio' ad interessarsi di questo potenziale serbatoio di fedeli. Il Santo padre dedico' una pastorale ai nuovi sviluppi del mondo del lavoro dove si asseriva il dovere della chiesa di indirizzare verso giuste mete,la spiritualita' che andava crescendo in tutti I luoghi dove si lavorava. Per questo, nella nostra Ditta, venne inviato un gruppo di giovani prelati con a capo un promettente e giovanissimo vescovo: monsignor Adelmino Caravaggio.
Caravaggio proveniva da un' umile famiglia, I suoi genitori erano stati operai emigrati in Svizzera. Inizio' la sua esistenza come ragazzo prodigio. Educato personalmente dal padre, non ando' mai a scuola, dimostrandosi particolarmente versato nelle scienze matematiche e fisiche, tanto da essere ammesso, una volta fatto ritorno in Italia, ancora giovanissimo, nei circoli culturali di Lovari (PD). Dimostro' subito una notevole vivacita' intellettuale ed una eccezionale abilita' oratoria, tanto che I compagni di gioco lo soprannominarono "Bue muto". Durante I primi studi teologici si interesso' al dogma della trinita' sviluppando una personalissima teoria per la quale lo Spirito Santo era suddivisibile in altre tre persone : la colomba, il passerotto e l'aquila. Inutile dire chi comandava delle tre: a volte la colomba ed il passerotto non venivano nemmeno interpellati. Dopo qualche seduta di elettroshock il suo pensiero torno' ad essere piu' ortodosso e dimentico' almeno momentaneamente l'aquila ed il passerotto. Verso I sedici anni si innamoro' del filosofo Plotino (204-270 D.C.), tanto che la madre seriamente preoccupata per le tendenze sessuali del giovane, consulto' molti medici ricavandone soltanto altre scariche di elettroshock, a voltaggio ancora piu' alto, per se stessa e per il figlio.
La sua prima opera giovanile: " Potrebbe essere, ma potrebbe anche non essere." dimostra un grande possibilismo ed una grande apertura mentale. Il suo pensiero poi, si modifica molto, come dimostra il suo successivo lavoro: "Te lo dico io com'e'" e raggiunge la maturita' con il saggio: "E' cosi' perche' te l'ho detto io, e basta!" In cui Caravaggio diviene piu' consapevole delle sue possibilita' e delle sua aspirazioni.
La sua carriera eclesiastica e' rapidissima, tanto che al momento del suo ingresso in Ditta egli e' il piu' giovane vescovo del mondo. Fin dall'inizio la sua attivita' fu frenetica. Egli dopo un breve periodo invito' segretamente il Santo Padre ad abbandonare Roma e a trasferire la sacra sede in Ditta. Naturalmente il santo Padre rifiuto' categoricamente e consiglio' altre scariche ad alto voltaggio. Sembra che questa posizione ufficiale di Roma abbia coinciso con l'inizio del disaccordo che avrebbe successivamente portato alla divisione tra la Chiesa Romana e la chiesa delle grandi Ditte. Caravaggio torno' poi alla sua primitiva idea sullo Spirito Santo e modifico' la liturgia. Come prima cosa cambio' il modo di muoversi dei chierichetti durante le funzioni. Essi non dovevano camminare ma muoversi con piccoli brevi e rapidi saltelli a ricordare il passerotto, la terza persona dello Spirito Santo. Altre differenze riguardavano il sacramento della comunione: se un fedele toccava con I denti la particola, doveva farsi devitalizzare tutti I denti. Alcuni dissero che aveva istituito questa nuova regola, unicamente per aiutare un suo primo cugino dentista, che dopo la laurea, si era trovato con poco lavoro. Ma tali voci non trovarono mai conferma e rimasero sempre a livello di pettegolezzo. Un'altra questione che contribui' a dividere la religione cattolica ufficiale dalla nostra, fu quella delle famiglie virtuali. Monsignor Caravaggio si schiero' subito a favore della riproduzione aziendale e delle famiglie virtuali, malgrado la chiesa ufficiale avesse fin dall'inizio osteggiato tali pratiche. Caravaggio e gli altri prelati interni sostennero l'idea che la Ditta avrebbe potuto degnamente sostituire sia il padre che la madre e che le famiglie virtuali avevano la stessa dignita' delle famiglie reali, sostenne che l'amore virtuale non e' un falso sentimento e volle addirittura intromettersi personalmente nei programmi virtuali a sostenere dei corsi di educazione sessuale obbligatori per chi si volesse sposare.
In seguito a questi corsi ci fu un calo della libido anche durante le esperienze virtuali. Persino I cartoni animati furono presi da dubbi laceranti e rimorsi. Ricordo che nemmeno mia moglie Alice Virtuale, con la quale non avevo avuto prima alcun tipo di problema, cadde in una sorta di depressione. Non ci voleva piu' stare con me. Voleva misurarsi la temperatura basale prima di ogni rapporto o che addirittura le esaminassi il muco cervicale con un microscopio prima di fare l'amore. Inutile dire che queste pratiche spegnevano ogni mio ardore. Grazie a Caravaggio, anche in virtuale, erano entrati I problemi, anche perche' il metodo Ogino Knaus non funzionava nemmeno li', e nemmeno in realta' virtuale era possibile rischiare di avere un figlio dopo ogni rapporto. Monsignor Caravaggio ed I suoi sostenevano che bisognava essere responsabili ed usare dei metodi naturali. Quale miglior metodo naturale che quello di esaminare il muco cervicale prima di ogni rapporto? A me sembrava la cosa meno naturale del mondo, e poiche' la gente aveva iniziato ad abbandonare anche la realta' virtuale, ci pensarono I tecnici informatici della Ditta a risolvere questo problema. In ogni programma di esperienze virtuali, cominciarono a crescere degli strani alberi che producevano delle minuscole bacche rosse, se assunte regolarmente, queste bacche, avevano un valido effetto anticoncezionale. Il primo passo dei prelati fu quello di vietare immediatamente tali bacche. I tecnici programmatori obiettarono che, era impossibile definirle non naturali, proprio perche' crescevano naturalmente sugli alberi. A questo punto Caravaggio si ritrovo' in una posizione di stallo perche' avrebbe dovuto dichiarare non naturale tutta la realta' virtuale come aveva gia' fatto la chiesa cattolica romana, ma poiche' aveva fatto proprio di questo argomento un suo cavallo di battaglia per differenziarsi dalle posizioni ecclesiastiche ufficiali, egli rimase molto perplesso: disse solo che bisognava agire " Cum grano salis " e dimentico' ,per il momento, il problema dei metodi contraccettivi naturali. Fortunatamente gli interventi innovativi di monsignor Caravaggio non si limitarono a questo. Egli fondo' il primo seminario aziendale interno da dove avrebbe raccolto ed avrebbe preparato teologicamente, numerose nuove vocazioni. Modifico' sostanzialmete il catechismo sostituendo I peccati contro il padre e la madre con I peccati contro la Ditta ed il lavoro: " Onora la Ditta ed il Lavoro". Unifico' il Battesimo la Cresima e La Comunione che sarebbero stati celebrati con un' unica cerimonia. Tutto questo per evitare spese inutili. Egli aveva notato infatti che soprattutto I fotografi ed I ristoratori erano diventati particolarmente esosi e approfittavano senza alcuno scrupolo di queste feste di natura religiosa, considerando che, per la gente, erano divenute quasi obbligatorie. Inoltre tutti erano stanchi di dover invitare tutti I colleghi, I capi-ufficio, ed I superiori in generale e, se proprio volevano fare festa preferivano farlo liberamente, quando ne avevano voglia e con chi volevano loro, non quando erano obbligati. I fotografi, essendo ormai abituati a farsi pagare, per un album di fotografie, cifre che un dipendente guadagnava in alcuni mesi di lavoro, protestarono energicamente, ma furono sommenrsi dalla gratitudine della gente che si schiero', per la prima volta, apertamente a favore del clero. Questo successo popolare entusiasmo' e diede coraggio a monsignor Caravaggio. I rapporti della nuova chiesa aziendale con la chiesa ufficiale erano divenuti nel frattempo tesissimi. Il Santo Padre accusava apertamente I nostri religiosi di eresia, e continuava ad insistere affinche' si pentissero. Finalmente, dopo aver fatto uno storico sogno premonitore: riguardante un piatto di bollito, che aveva mangiato tanti anni prima, con tanto di cren e varie salse, e che gli era particolarmente piaciuto, Caravaggio, seguendo dei misteriosi nessi associativi, decise di provocare uno scisma tra la religione Cattolica Romana e la religione ufficiale della Ditta. Il giorno successivo al sogno del bollito, egli rispose all'ultima lettera del Papa che titolava "Pentiti", con un'altra missiva che cominciava cosi': "Ravvediti!" " ERESIA" gli rispose il papa. "ANATEMA" replico' Caravaggio. Ormai non c'era piu' spazio per le trattative, e dopo aver ripetutto ancora una volta il sogno del bollito, Caravaggio si incorono' primo patriarca ( inizialmente voleva chiamarsi babbo', ma poi opto' per il piu' serio patriarca) di tutte le chiese aziendali, ed assunse il nome di Gianni Silvio 1. Pose la Santa Sede a Milano, nella sede della nostra Ditta, la totalita' dei fedeli comprendeva oltre a quelli delle nosrtr filiali, anche quelli delle altre grandi Ditte del mondo. A noi era toccato il grande onore di dover ospitare Il primo pontefice di questa nuova grande religione che contava gia' milioni di fedeli in tutto il mondo. Il Santo Padre tento', a questo punto, di ricucire lo strappo invitando il nuovo patriarca a desistere dal suo proposito in cambio del perdono e del ritorno in seno a Santa Romana chiesa: " Dio e' misericordioso, sarai sempre benvenuto tra noi" disse il papa. " Hai tempo fino a Lunedi' per unirti a noi sotto il mio patriarcato" gli fece eco Caravaggio. E tutto fu compiuto.
Da allora fece di tutto per differenziare la nostra religione da quella di Roma: Studio' per cinque anni un nuovo tipo di incenso con un odore leggermente diverso. Poi decise di aggingervi un po' di LSD e le visioni mistiche aumentarono di colpo. Entro' nel consiglio di amministrazione della Ditta col grado di consigliere spirituale e tento' in tutti I modi di ripristinare il potere temporale della chiesa. Elimino' il secondo comandamento " Onora il padre e la madre" e lo sostitui' con il nuovo comandamento: " Onora la Ditta che ti fa da padre e da madre". Chiari' e sottolineo' l'esistenza di tutta una serie di peccati mortali contro la Ditta che per lungo tempo erano stati sottovalutati. Essi comprendevano : arrivare in ritardo al lavoro, impegnarsi poco ed avere uno scarso rendimento, mancare di rispetto ai superiori, discutere criticare o deridere le decisioni della Ditta. Chi commetteva tali peccati andava incontro alle pene dell'inferno, a meno che non si confessase e si pentisse. La penitenza per tali colpe era, comunque a discrezione del sacerdote, e poteva comprendere anche, nei casi piu' gravi, l'espulsione immediata nel mondo esterno. Diede dignita' di sacramento al matrimonio virtuale e raccomando' di amare e rispettare la moglie e di provvedere all'educazione dei figli virtuali. Sottolineo' il fatto che la vita virtuale non era una vacanza dalla moralita', ma che esprimeva una importante parte della spiritualita' dell'uomo, e che quindi doveva essere vissuta secondo I dettami della religione dell'umanita' e della moralita'. Vieto' I contatti con le persone estranee alla Ditta e lancio' una scomunica per tutti coloro che, senza permesso, avessero osato abbandonare l'azienda per il mondo esterno. Da tempo ormai si erano notati degli strani contatti tra impiegati della Ditta e persone che appartenevano al mondo esterno. C'era uno strano commercio di merci ed una familiarita' non gradita tra alcuni personaggi che si aggiravano ai confini della Ditta, sui quali la nostra polizia stava indagando. Avventurieri cercavano di vendere sottobanco I brevetti dei nostri tecnici all'esterno, e questo con ripercussioni sul nostro mondo che sarebbero state molto difficili da interpretare al momento. Inoltre da dove provenivano tutte quelle nuove malattie veneree e non, che erano comparse da qualche tempo tra I nostri impiegati? I medici sostenevano che il nostro sistema immunitario si era ormai disabituato a tutti I germi ed gli antigeni che pullulavano fuori, per cui una malattia, che un tempo sarebbe stata di lieve gravita', rischiava di virulentarsi e di divenire fatale ai nostri giorni. Erano problemi che si erano venuti a crare in seguito al nostro isolamento. In seguito a tutte le protezioni che il sistema aveva messo in atto, eravamo divenuti piu' deboli rispetto agli esterni. Abituati ormai a respirare l'aria a temperatura e umidita' costante della Ditta, mal potevamo sopportare le intemperie esterne, e tutto cio' cominciava a diventare un processo irreversibile. Il nuovo precetto della nostra chiesa era quindi molto opportuno, anche per evitare gravi problemi di salute. Dal punto di vista dogmatico la religione della Ditta differiva dal cattolicesimo ufficiale, oltre che per la questione delle ulteriori tre persone dello Spirito Santo, anche per il problema del Figlioque, problema che ci accomunava agli ortodossi. Questo del Figlioque era un problema di cui nessuno aveva mai capito il senso, nemmeno io, tuttavia, tutti sapevamo che esisteva e che costituiva una incolmabile divisione tra noi e loro. Ad avvalorare questi dogmi, in seguito a degli scavi nei vecchi uffici della direzione, sotto il pavimento, tra le macerie, furono rinvenute delle antiche pergamene con chiaramente visibili dei disegni di un' aquila, un passerotto ed una colomba che si stagliavamo sopra un grandissimo edificio. I nostri religiosi, unici ad essere autorizzati a farlo, interpretarono subito questi antichi scritti come prova dell'esistenza delle tre persone dello Spirito Santo, che vegliavano sopra il grande edificio della Ditta. Dall'interpretazione dell'antico testo si ricavarono altri dati preziosi che confermarono la superiorita' e la giustezza della nostra religione. Che queste antiche pergamene fossero soprannaturali, era anche dimostrato dal fatto, che furono ritrovate cementate in un pavimento che non poteva avere piu' di centocinquanta anni. Come avevano fatto a materializzarsi in un luogo di cosi' improbabile e di recente costruzione, proprio in quei pochi metri quadrati in cui si stavano svolgendo I lavori di demolizione del pavimento, sarebbe rimasto uno dei piu' grandi misteri della nostra religione. Le pergamene divennero ben presto degli importanti testi sacri, esse permisero una interpretazione piu' precisa della bibbia e del nuovo testamento che porto' ad ulteriori innovazioni e differenziazioni sul piano della teologia e della liturgia. Innanzitutto si diede maggior risalto alla figura di S. Giuseppe, patrono del lavoro. Tutti I dipendenti avrebbero dovuto trarre esempio dall'abnegazione, dalla pazienza e dall'obbedienza di S. Giuseppe nell'esercitare il loro lavoro. Il nostro paradiso sarebbe stato piuttosto simile a quello dei mussulmani. Avremmo tutti dovuto lavorare con la qualifica massima, ma avremo potuto finalmente farlo solo per il nostro piacere, senza dover rendere conto a nessun superiore. Avremmo potuto realizzare solo le nostre idee, nessuno piu' ci avrebbe dato un ordine, e saremmo stati sempre pienamente consapevoli del perche' agivamo in un modo piuttosto che in un altro. Saremmo stati circondati, aiutati, ed accuditi da segretarie meraviglise, accondiscendenti, dolci e sensibili ( le donne da segretari maschi) e avremmo avuto sempre e solo collaboratori fedeli, leali ed amichevoli. Inoltre avremmo potuto incontrarci, se lo avessimo voluto, con la nostra compagna virtuale. Nel mio caso sarei potuto rimanere per sempre con Alice Virtuale e con I miei figli. Ognuno avrebbe avuto tutto il tempo disponibile, tutte le capacita' e le facilitazioni per poter coltivare al massimo grado I suoi hobbies. In altre parole, tutti avrebbero realizzato massimamente le proprie attitudini e potenzialita', senza raggiungere mai un limite oltre il quale non sarebbe stato piu' possibile proseguire. Inoltre, poiche' la nostra religione non ammetteva l'immanentismo, ogni persona avrebbe conservato una propria anima individuale, cosi' ciascuno avrebbe potuto raggiungere il massimo delle sue possibilita' e non saremmo mai diventati tutti uguali. Inoltre Monsignor Caravaggio aveva chiarito che anche nell'aldila' sarebbe stato possibile migliorare continuamente le proprie prestazioni con l'impegno e la pratica ripetuta. In altre parole Il lavoro non sarebbe terminato dopo la morte, ma sarebbe stato un lavoro, scelto, piacevole ed arricchente. Se questo continuo miglioramenteo avesse avuto una fine o se fosse andato avanti all'infinito non era dato saperlo. Certamente non si sarebbe fermato per mancanza di entusiasmo o di mezzi o per stanchezza o per la sclerosi e l'impotenza fisica portate dall'eta'. Sarebbe stata soltanto la liberta' e la volonta' individuale a determinare l'impegno da dedicare a queste attivita'. I nostri teologi postularono infatti che una certa forma di volonta' individuale e di liberta', sarebbero continuate ad esistere anche al termine della nostra esistenza. Cosi' ci sarebbero stati vari livelli di paradiso a seconda del grado di perfezione spirituale raggiunta in un dato momento. Se questa corsa verso la perfezione fosse durata all'infinito oppure no, era un argomento che appassionava teologi e filosofi. Sarebbe mai stato possibile eseguire una musica cosi' perfetta da non poter piu' essere migliorata in alcun modo? Sarebbe stato possibile comporre una musica che avesse trasmesso al massimo grado tutte le emozioni che ogni musica puo' dare? Sarebbe stata non piu' una musica, ma "La Musica". La musica come l'avrebbe suonata Dio stesso. Sarebbe stato mai possibile giocare a tennis tanto perfettamente, che nessun miglioramento, nessuna nuova invenzione, nessuna giocata avrebbe potuto, nemmeno per un momento, nel corso della partita, essere tentata in un altro modo? Non giocare a tennis, ma giocare il "Tennis". E se una perfezione in tutte le cose fosse stata possibile, cosa sarebbe successo poi di noi? Saremmo arrivati al cospetto di Dio? Avremmo finalmente potuto contemplare e capire il suo volto? Avremmo mantenuto ancora la nostra individualita' e la nostra liberta' o ci saremmo fusi con Lui? Queste erano le principali domande che si ponevano I nostri teologi, senza raggiungere un accordo definitivo. C'era chi, come Monsignor Caravaggio sosteneva che il paradiso consistesse in questo meraviglioso miglioramento continuo dell'uomo, in tutte le sue forme , ma che non sarebbe mai stato possibile raggiungere la perfezione. Raggiungere la perfezione equivaleva a dire che L'uomo poteva raggiungere Dio, e questa rimaneva un' eresia. Tra gli alti prelati, c'era chi invece postulava una specie di punto di arrivo che avrebbe coinciso con la beatitudine totale, l'adorazione e la contemplazione di Dio. Tutti comunque, ammettevano che anche raggiunti I propri limiti, l'uomo poteva ancora progredire, usando la volonta', l'energia ed I mezzi di conoscenza infiniti di cui avrebbe potuto disporre. Questa concezione avvicinava la nostra religione al Buddismo che postulava un continuo miglioramento dello spirito umano attraverso successive reincarnazioni, la differenza era che da noi, secondo Caravaggio, questo miglioramento probabilmente sarebbe continuato all'infinito e avrebbe costituito di per se una delle principali gioie del paradiso. Non sarebbe stato mai neccessario raggiungere il nirvana, cioe' la mancanza di volonta', la pace assoluta, l'unione definitiva con l'universo e con Dio. L'inferno invece altro non era che un luogo in cui si lavorava senza sapere perche'. Si svolgevano soltanto piccole parti ripetitive di un lavoro piu' vasto, del cui scopo finale nessuno era a conoscenza. Tutti I dannati avevano posizioni gerarchiche umilissime ed erano continuamente vessati da terribili superiori che , qualsiasi cosa avessero fatto, avrebbero trovato sempre da ridire. Tutto questo per sempre , ogni mattina ed ogni sera, compresa la Domenica. Durante il tempo libero, dovevano sdraiarsi in speciali vasche nere piene di fuoco attizzate da demoni, le cui sembianze erano le stesse dei loro superiori, capi ufficio e manager. Tuttavia, nemmeno I dannati dell'inferno perdevano la loro volonta' e la loro liberta', ed era ammesso anche per loro, se malgrado tutto, avessero lavorato bene e con passione e fossero riusciti a farlo, non soltanto per migliorare la loro posizione, ma per il bene della Ditta, di poter raggiungere un giorno il paradiso. Infatti qualsiasi colpa umana, anche il tradimento della stessa Ditta, per quanto potesse essere orribile, rimaneva sempre una colpa finita. L'uomo per quanto malvagio e libero non sarebbe mai riuscito a commettere un peccato di dimensioni infinite, per cui Dio, essendo infinitamente giusto , non avrebbe mai potuto permettere che fosse condannato ad una pena infinita. L'obiezione dei teologi romani, che era l'uomo stesso, con la sua liberta' a scegliersi l'inferno, nella nostra religione non reggeva, in quanto la liberta' e la volonta' dello spirito umano perduravano anche nell'altra vita. Anche dall'inferno, dunque si poteva uscire, o meglio, nemmeno l'inferno durava per sempre, non per tutti almeno. Soltanto chi avesse deciso coscientemente di continuare ad esercitare male il proprio lavoro ed I propri compiti sarebbe dovuto rimanere all'inferno. Il purgatorio, non essendo piu' neccessario, non esisteva come luogo separato, era soltanto l'ultimo stadio dell'inferno e rappresentava il momento in cui le anime dei peccatori si rendevano pienamente conto del male che avevano compiuto in vita. Questa visione escatologica contribuiva a differenziare ancora meglio la nostra religione da quella del mondo esterno. Ormai erano moltissime le cose, religiose e non, che ci separavano da chi viveva fuori: La nostra condizione economica, per gran parte di noi, era migliore. Nessuno temeva di non trovare il lavoro e nessuno aveva la preoccupazione di non trovare l'occupazione adeguata. Tutto era gia' deciso alla nascita o nei primi anni di vita, in base alle predisposizioni genetiche ed attitudinali dimostrate precocemente. Ogni tipo di stress era quindi evitato ai nostri giovani, che potevano dedicare cosi' tutte le loro energie al lavoro per il quale erano piu' portati. I nostri psicologi avevano studiato tutti I migliori metodi per sublimare l'aggressivita' e trasformarla in energia positiva. Energia che poteva essere usata per I nobili scopi dell'utilita' della Ditta. Non esistevano quasi I furti, e non esisteva nemmeno la poverta' perche' le condizioni economiche minime erano garantite per tutti. Era garantita l'istruzione, la casa e la mensa aziendale. Lo stipendio serviva solo per le spese voluttuarie ed era soltanto leggermente diverso per le varie categorie di dipendenti. Nessuno era ricchissimo e nessuno era povero, la differenza consisteva soltanto nella posizione lavorativa, ma nemmeno questo era causa d'invidia perche' tale posizione veniva assegnata molto precocemente e nessuno poteva mettere in dubbio la giustezza di tale scelta. Forse eravamo un po' meno liberi, ma molto piu' ordinati e sicuri dei nostri simili, che per forza o per volonta', dovevano ancora vivere fuori.
C'era chi giurava, e tra essi monsignor Caravaggio, che il sistema di vita addottato nella nostra Ditta sarebbe divenuto un sistema di sviluppo sociale obbligatorio, un sistema di evoluzione sociale analogo al passaggio biologico dalla unicellularita', alla pluricellularita' che era avvenuto in tutti gli organismi superiori. In altre parole, come un mammifero era superiore ad un'ameba, cosi' la nostra Ditta era superiore ad ogni altro sistema basato sull'individualismo, per quanto evoluto fosse. Il guaio era che questi organismi pluricellulari, che mi raffiguravo come grossi scarafaggi, pur volendo fare il nostro bene, erano troppo brutti. Si muovevano sulle nostre teste, incuranti delle nostre singole volonta', senza nemmeno avere piena coscienza di cio' che essi stessi volevano o stavano facendo. Una cosa comunque era certa: essi volevano vivere

ALICE VIRTUALE

Finalmente conobbi una donna reale, una collega d’ufficio della quale mi sembrava di essere innamorato, ma prima di approfondire questa nuova storia dovevo assolutamente recarmi, almeno un'altra volta, in realta' virtuale e spiegare ogni cosa ad Alice Virtuale ed alla mia famiglia. ne avevo già accennato alla mia compagna reale, lei non aveva fatto altro che ridacchiare, quasi fosse una cosa da bambini. Quasi che le esperienze virtuali fossero da considerare alla stregua di giocattoli per passare il tempo e nulla piu'. Non era assolutamente cosi'. Alice Virtuale non era una semplice proiezione di me stesso: si era molto modificata dalla prima volta che l'avevo conosciuta era completamente diversa. In qualsiasi parte si trovasse: nella Ram del mio compiuter, nel disco fisso, o nella CPU, non era una semplice parte del computer, era una entita' autonoma, ne ero sicuro quando l'avevo vicina e sentivo il calore del suo corpo. Quandi mi veniva incontro sorridente e contenta di vedermi, ero sicuro: non poteva essere solamente un pezzo di plastica lavorato. Anche se apparteneva ad un programma inizialmente elaborato da un tecnico, qualunque cosa fosse, fosse pure una sequenza continuamente variabile di 0 e di 1 in qualche circuito integrato, lei, da qualche parte esisteva e mi aspettava. Del resto che cosa c'era di cosi' diverso nel pensiero umano? In fondo anche le membrane esterne dei nostri neuroni si polarizzavano in seguito al contatto con dei mediatori chimici, e da questo contatto partiva un potenziale d'azione che si propagava lungo una fibra nervosa fino a raggiungere la successiva sinapsi. Cosi' la corrente nervosa passava di cellula in cellula, da area nervosa ad area nervosa dando origine a seconda dell'area interessata ad emozioni, immagini, suoni, colori. Sarebbe bastato collegare il nervo acustico all'area visiva ed avremo potuto vedere I suoni ed I rumori, oppure collegare I nervi ottici con l'area acustica ed avremmo potuto udire I colori. Il mondo sarebbe stato diverso: ci saremo mossi nello spazio riconoscendo I suoni o I rumori degli oggetti, ed avremmo potuto vedere le luci di una sinfonia di Beethoven. Mi sa che avremmo perso molto: quali armonie di suoni avrebbe potuto pareggiare la sensazione che ci hanno offerto le curve di Marilin Monroe? Giusto il canto delle sirene che spingeva I marinai a trovare la morte nell'oceano, poteva offrire un paragone accettabile. Le battute di Woody Allen,che colori e che forme, avrebbero dovuto avere per farci ridere? Difficile da prevedere. Indubbiamente se avessimo adottato questa modalita' fin dalla nascita I nostri centri nervosi, le nostre aree cerbrali acustica e visiva avrebbero imparato a lavorare in un altro modo. Tuttavia il pensiero piu' evoluto sarebbe nato sempre dalla miscela ( elaborazione) di tutte queste nostre sensazioni: una pausa tra afferenze ed efferenze, tra input ed output. Tutto cio' in fondo non era molto diverso da quanto accadeva ad Alice. Anche I nostri processi fisiologici del pensiero, come I suoi, obbedivano alla legge del tutto o niente: o la depolarizzazione era sufficiente a scatenare un potenziale d'azione o non si aveva alcun potenziale. L'intensita' degli stimoli era dovuta alla frequenza dei potenziali d'azione ed alla quantita' delle fibre e delle cellule interessate. Ma per ogni singolo neurone il potenziale d'azione obbediva alla legge del tutto o niente, come avveniva nei circuiti integrati: assenza di tensione uguale 0 presenza di tensione uguale 1. Quando pensavo ad Alice Virtuale, non in termini di donna ma in termini di entita' programmata, me la immaginavo come un grandissimo pannello sul quale si accendevano e si spegnevano contemporaneamente milioni di lucette colorate che davano origine ad infinite combinazioni sempre diverse che rappresentavano quell'entita' sempre nuova, sempre mutevole che io chiamavo Alice. Avevo segretamente da sempre sperato che Alice Virtuale oltre a poter interagire con me, potesse provare anche qualche cosa che assomigliasse in qualche modo a cio' che noi usiamo chiamare emozioni, stati d'animo, sentimenti. La cosa sarebbe stata molto lusinghiera per me ma per quanto ne sapevo era impossibile. Come tutte le cose che mi piacevano o era pericolosa o faceva assolutamente male o era impossibile.
Da alcuni giorni vivevo nella continua sensazione che qualcuno, da qualche parte, mi stesse aspettando. Sapevo che la cosa non era possibile, tuttavia non ci potevo fare nulla. Avvertivo una specie di ansieta' continua ed un senso di colpa che mi spingevano a tornare in realta' virtuale.Quel pomeriggio, per correttezza, informai ancora una volta di cio' la mia compagna reale, lei disse di sbrigarmi il piu' presto possibile, cosi' poi avremmo potuto dedicarci ai nostri nuovi progetti che tanto le stavano a cuore. Non indugiai oltre, mi avviai verso il computer, inserii il programma, che per la verita' occupava ormai tutto il disco fisso, applicai alle tempie gli elettrodi e me ne andai. Trovai la nostra abitazione virtuale accogliente come sempre, esattamente come l'avevo lasciata, notai a malapena che c'era anche una gradevole musica di sottofondo, entrai nel soggiorno ed Alice Virtuale mi venne incontro con le braccia aperte ed il sorriso sulle labbra. " Quanto mi sei mancato amore" mi disse. Era l'unica entita nell'intero universo che mi avesse mai chiamato amore, ed era anche l'unica entita' dalla quale io avrei tollerato di farmi chiamare cosi'. Se lo avesse fatto qualche altra persona, nel mondo reale, avrei avvertito una sorta di nota stonata, come una presa in giro od una forzatura. Mi sarei subito chiesto: Dov'e' la fregatura? Era difficile poter dire Amore seriamente e conservare la faccia. Nemmeno io l'avevo mai fatto. Al massimo avevo detto qualche volta mi piaci o ti voglio bene, ma non ricordavo di avere mai detto ti amo. La cosa diventava sempre piu' difficile man mano che gli anni passavano: alla mia eta' ormai erano rimasti in pochi, a parte qualche deficiente, gli uomini che potevano seriamente dire ti amo. Io avrei tollerato volentieri un ti voglio tanto bene soprattutto dal piccolo Francesco, la cui serieta' e sincerita' avevo gia' imparato ad apprezzare, ma lui, proprio per questi motivi, si sarebbe guardato bene dal dirmelo. Con Alice Virtuale le cose erano del tutto diverse: lei era stata fatta apposta per dirmi" ti amo" quindi, non c'era traccia di ironia, di risentimento per cose passate, di interesse in lei e nella sua voce. Era un paradosso che la realta' virtuale, in queste cose, apparisse meno finta di quella reale. " Dove sei stato? Temevo che tu non arrivassi piu. Lo sai senza di te io non posso vivere. Senza di te non esisto." Anche questo era sicuramente vero. Se il programma non andava Alice rimaneva spenta, non esisteva e non poteva avere nuove esperienze ne' acquisire niente di nuovo. L'unica cosa che io mettevo in dubbio era che cio' le potesse veramente importare. La presi tra le braccia, feci aumentare la musica, abbassai le luci ed incominciammo a danzare insieme. Mi sembrava un buon modo per dirle che avevo un'altra donna reale e che non sarei piu' potuto tornare. Mentre stringevo il suo corpo caldo e sentivo I suoi seni sodi sul mio petto, mi veniva sempre piu' difficile credere che si trattasse solamente di un pezzo di programma che interagiva col computer, no dovunque si trovasse e qualunque cosa fosse, lei era un'entita' autonoma, che io stavo stringendo tra le mie braccia. Accanto a me sembrava felice, era felice di ascoltarmi e non aveva mai niente di meglio da fare che interessarsi a me, al mio lavoro, ed alle mie idee, non provava risentimento, odio, invidia, non si metteva in competizione. L'unica cosa che mi dimostrava era il dispiacere che aveva provato per la mia lunga assenza ed il piacere che provava in quel momento di vedermi e di potermi riabbracciare. " Anche a me sei mancata Alice" dissi. Ancora una volta sentivo che qualsiasi cosa potesse essere Alice Virtuale, fosse pure un insieme pulsante di differenze di potenziale racchiuse nei circuiti integrati del mio computer, essa esisteva veramente come entita' unica, separata dal resto del computer ed era sempre diversa di volta in volta. Ricordava tutto quello che avevamo fatto insieme e ne traeva insegnamenti nuovi per modificare il suo comportamento futuro. Continuava tuttavia a rimanere perennemente innamorata di me, a vedere in modo positivo tutte le mie azioni, ad idealizzarmi, come fanno le adolescenti innamorate. Con lei sarei rimasto per sempre un principe azzurro, anche ad ottanta anni. Per fortuna, la realta' virtuale ringiovaniva anche me e non comportava eccessivo dispendio di energie fisiche, cosi' avrei potuto sostenere per sempre quella parte da attor giovane. Alice continuava a stringermi sempre piu' forte ed a muoversi sinuosamente, potevo avvertire il suo profumo ed il suo corpo caldo tra le mie braccia. Non l'avevo mai vista cosi' bella, era estremamente spontanea, si muoveva naturalmente con una grazia da ballerina, ed era veramente difficile resisterle. Mi stava stregando in un modo nuovo, diverso dalle altre volte, quasi avesse intuito quello che avrei dovuto dirle. Cercai di concentrarmi su cio' che dovevo dire, mi feci forza ed iniziai: " Alice devo parlarti. Dall'ultima volta che ci siamo visti sono accadute molte cose, anche per questo mi sono dovuto assentare per cosi' tanto tempo. Tu sai che prima di conoscere te, avevo una ragazza con la quale ho convissuto per qualche tempo. Ebbene ora lei e' tornata ed abbiamo deciso di rimetterci insieme." Alice si mise a piangere sommessamente. "Vuoi dire che non ci rivedremo piu', questa tua decisione sara' la fine della mia esistenza, tu lo sai, senza di te io non posso vivere. Rimarro' per sempre spenta, non potro' piu' acquisire nuovi dati, moriro'." " Non dire parole grosse" replicai, "comunichero' al tecnico informatico la mia decisione. Con qualche aggiustamento del programma, tu potrai essere adattata ad un altro dipendente e potrai continuare ad esistere."
"No, ti prego, non farlo, questa e' la cosa peggiore che hai detto, non sarei piu' io. Io sono stata fatta per te ,non sarei piu' io se dovessi vivere con un altro uomo, tu lo sai, sei tutta la mia vita, non sono parole vuote, e' la pura verita' e lo sai." " Alice", replicai quasi stizzito," non farla troppo lunga, tu non puoi nemmeno provare sentimenti. Sei soltanto stata programmata per rispondermi in questo modo e per compiacermi. Ma se ti comporti cosi', non mi compiaci affatto, tu non sai cos'e' l'amore, non puoi dire se mi ami veramente o no". " Perche' tu pensi di sapere cos'e' l'amore?" Rispose lei inaspettatamente " Io so solo che sono nata per esistere e non desidero sparire nel nulla o modificare cio' che sono, qualsiasi cosa io sia e dovunque mi trovi. Per quanto riguarda il fatto di essere stata programmata, sei sicuro di non esserlo stato anche tu? Ti senti pienamente libero? Hai costruito da solo il tuo cervello individuale che ti fa provare quei sentimenti che ti fanno sentire cosi' superiore, o l'hai trovato gia' fatto quando sei nato? Se ci pensi bene anche tu sei stato programmato a reagire in qualche modo predeterminato; tutto cio' che hai potuto modificare ti e' derivato dall'esperienza. Lascia anche a me questa possibilita'." Forse avevano scaricato nel programma di Alice Virtuale qualche Giga di filosofia meccanicistica. Si' forse era vero che anche noi eravamo stati determinati dal nostro DNA, dal nostro codice genetico, certamente non eravamo pienamente liberi, almeno pero' continuavamo ad esistere allo spegnimento del computer, anche dopo la morte sosteneva monsignor Caravaggio, ma questo era tutto da vedere. Per la prima volta mi sentivo leggermente a disagio parlando con Alice Virtuale. " Vorresti forse dire che a partire dall'esperienza, sei arrivata a provare qualcosa di simile a quello che gli uomini chiamano emozioni, sentimenti, amore? Cosa vuoi significare quando mi dici che mi ami" chiesi leggermente irritato. " Non lo so, so solo che sono stata fatta fatta cosi', non so se provo qualcosa di analogo a quello che voi chiamate emozione, tuttavia non mi va di sparire nel nulla per sempre . Il programma a cui appartengo non e' semplice, ormai ha una memoria di parecchi Gigabite, anche se la nostra unita' di memoria piu' elementare puo' assumere soltanto due stati che vengono associati ai numeri 0 ed 1, il programma ha ormai raggiunto un grado di complessita' tale, vi sono cosi' tanti sistemi di feed back al suo interno, che non credo sia piu' possibile rispondere semplicisticamente ad una domanda come questa. Anche I vostri neuroni, l'unita' elementare del vostro pensiero, del resto obbediscono alla legge del tutto o niente: 0 oppure 1, potenziale d'azione o ritorno al potenziale di riposo. Io so soltanto che esisto e che vivo per te. Questo non lo posso cambiare, diventerei un'entita' totalmente differente da quella che sono ora, andrei al di la' dello scopo per cui sono stata creata. Questo e' un mio limite." " Senti Alice" dissi irritato " Questa discussione sta diventando paradossale. Tu dici : Io so soltanto che esisto. Io invece sono convinto che sicuramente esisti, ma altrettanto sicuramente non sai di esistere, non hai l'autocoscienza, non la puoi avere. Tutto quello che tu mi dici e' frutto della tua programmazione e delle successive esperienze che hai potuto fare. Non puoi avere l'autocoscenza, del resto anche l'uomo prima di divenire cosciente di se stesso ha impiegato forse migliaia di anni, ed anche adesso la parte che agisce consapevolmente e' solo la punta di un iceberg, tutto il resto e' inconscio, difficilmente spiegabile ed a volte in contrasto con il nostro io, con la nostra parte conscia. Non per nulla abbiamo anche imparato ad usare delle difese contro I nostri desideri inconsci e se queste difese non reggono ci ammaliamo, perdiamo la capacita' di godere la vita. Non e' possibile che tu abbia sviluppato l'autocoscienza." " Io non voglio essere spenta, non e' questo un inizio di autocoscienza?" " Questa discussione e' come un gatto che si morde la coda" dissi " sei sempre tu a dire di non voler essere spenta, ma tutto cio' che dici ti e' stato immesso da chi ti ha programmato".Anche tu sei stato programmato" mi disse disperata Alice " anche tu risulti da una parte programmata, il DNA e da una parte appresa, le esperienze". " Basta!" Aggiunsi in tono perentorio-" Sono venuto per dirti addio, domani avvisero' il tecnico di fare alcune piccole modifiche al tuo programma, cosi' potrai continuare ad esistere, sarai solamente adattata per un altro dipendente. " No ti prego, non farlo" scongiuro' Alice " Non sarei piu' io e' come se morissi due volte. Piuttosto tienimi spenta, potresti sempre ripensarci. Prenditi un po' di tempo, che fretta c'e'. E' possibile che io sia solamente una figurina colorata costruita sui tuoi desideri per compiacerti, ma puo' darsi che stia diventando qualcosa di piu'. Ti scongiuro prenditi un altro po' di tempo." " Ho gia' deciso." Risposi " Oramai ho una compagna reale, sarebbe come condurre due vite parallele, non sarebbe onesto. E' inutile che tu insista. Il programma dovra' essere adattato per un altro dipendente, vedrai, non te ne accorgerai nemmeno. Io potrei venire qualche volta a farti visita, naturalmente come un vecchio amico e nulla piu'". A questo punto Alice ebbe una reazione che non avrei mai piu' dimenticato: mi strinse ancora piu' forte tra le sue braccia, mi avvolse nel suo profumo, e mentre la musica cresceva, mi diede un lunghissimo ed appassionato bacio e mi disse: " Addio amore". Ebbi un bagliore luminoso, avvertii un terribile ronzio nelle orecchie e mi trovai stordito, seduto sulla poltrona dello studio della mia casa reale a fissare lo schermo spento del computer. Fuori infuriava un violento temporale; per una strana ragione il programma era saltato: un calo di tensione mi disse il tecnico piu' tardi. Tentai di riavviare il programma, riuscii ad entraci, trovai la casa I mobili, ma di Alice nessuna traccia. Si erano salvati anche numerosi file sonori di estensione Wav, Files che erano stati la colonna sonora della mia storia con Alice Virtuale. Malgrado la situazione paradossalmente drammatica non potei evitare un pensiero quasi comico: Alice virtuale mi aveva lasciato anche la casa. Sicuramente sarebbe spettata a lei in un normale matrimonio. Lei invece, anche questa volta, si era comportata in questo modo sicuramente irreale. Chiesi al tecnico dei computer come era stato possibile il verificarsi di una perdita di programma cosi' settoriale: era scomparsa solo Alice ed I due miei figli virtuali, dei quali scoprii, non me ne importava nulla. Il tecnico mi rispose che molto probabilmente in seguito al temporale, si era danneggiato un cluster del disco fisso, relativo all'indice dei personaggi. In particolare proprio quello di Alice Virtuale: cosi' il programma era esistente ma non piu' operativo. Per uno di quei strani casi del destino il cluster si era danneggiato proprio mentre Alice mi stava dicendo addio per sempre. Come al solito le cose potevano trovare due spiegazioni antitetiche: Una razionale, squallida, ma possibile ( il danno al cluster), l'altra romantica, spirituale, ma impossibile ( il suicidio di Alice per amore). Optai per l'opzione piu' razionale, anche se Alice Virtuale sarebbe rimasta per sempre nel mio cuore ed inconsciamente da allora mi sentii per sempre colpevole nei sui riguardi. Dopo vari tentativi di ritrovare Alice Virtuale vi rinunciai per sempre.




LA DITTA REAGISCE

Dopo la scomparsa definitiva di Alice virtuale la situazione interna cominciò a precipitare cominciavo ad avvertire sempre più distintamente una strana sensazione di oppressione e di paura non più mitigata dalle mie permanenze in realtà virtuale. c Il giornale della Ditta e la televisione a circuito interno continuavano a diffondere notizie allarmanti che mettevano in rilievo le intollerabili ingerenze provenienti dall'esterno. Monsignor Caravaggio appariva quasi ogni giorno sugli schermi, era invitato a moltissime trasmissioni e batteva continuamente su di un solo tasto: secondo lui la nostra civilta' sarebbe stata destinata a scomparire se le cose non fossero cambiate drasticamente a breve termine. Tutti I nuovi permessi per recarsi all'esterno furono sospesi, inoltre si parlava gia' di revocare anche quelli gia' esistenti e di vietare ai dipendenti il lavoro part-time. Le voci relative a misteriose epidemie derivanti da rapporti dei dipendenti con untuori provenienti dal mondo esterno diventavano sempre più insistenti e minacciose. Il disagio che provavo cominciava ad accrescersi ed a trasformarsi in paura. L’aspetto architettonico stesso della Ditta andava modificandosi e diventava congruo con i miei sentimenti. Dalle finestre rigorosamente chiuse e protette da vetri speciali, sgradevolmente giallastri, potevo vedere gli edifici della Ditta interamente ricoperti dai nuovi pannelli imbottiti di piombo: sembrava una prigione piu' che un posto di lavoro. Improvvisamente ebbi uno sgradevole presentimento: a che cosa dovevano servire tutte quelle protezioni? Una strana idea comincio' a farsi strada ossessivamente nel mio cervello. Qualcosa che avevo probabilmente sempre saputo, che tutti avevamo sempre saputo, ma che non aveva mai raggiunto la soglia della nostra coscienza. Qualcosa di talmente orribile che nessun uomo avrebbe potuto sopportare, una decisione che nessun uomo avrebbe mai voluto prendere e che quindi era stata demandata ad un' entita' sovraindividuale che doveva assumersela su di se' e decidere al di sopra di noi tutti per il nostro bene. Quasi a confermare il mio presentimento, proprio in quel momento parti' il segnale d'allarme generale. In tutti gli uffici, in tutte le officine, in tutti I locali della Ditta, il rumore assordante, sgradevole, terrificante delle sirene esplose a tutto volume. Contemporaneamente dagli altoparlanti posti un po' ovunque, la voce di monsignor Caravaggio esortava tutti alla calma ed a mantenere il controllo dei nervi. Era solo la nostra Ditta che si stava difendendo dalle aggressioni esterne, e questa volta sarebbe stata l'ultima difesa, quella definitiva. Monsignor Caravaggio assicurava che per I dipendenti non ci sarebbe stato alcun pericolo: grazie alle nuove tecnologie, a quei famosi pannelli imbottiti di piombo ed ai vetri speciali eravamo completamente protetti e sicuri. Mentre la voce calma e sicura di Caravaggio continuava a fornire rassicurazioni, quello che tutti ormai da tempo ci aspettavamo divenne improvvisamente e definitivamente realtra' sotto I nostri occhi e le nostre orecchie. Si udi' un gran frastuono un rumore spaventoso ed innaturale seguito dopo pochi istanti da altre esplosioni ancora piu' forti. In pochi minuti, in tutto il mondo erano stati lanciati migliaia di missili atomici della potenza pari a circa 40 chilotoni di TNT, al nucleo di uranio. In tutte le citta' di tutto il mondo, un missile atomico ogni 20 chilomentri stava esplodendo distruggendo definitivamente quella che era stata la civilta' esterna alle grandi Ditte, anzi, per migliaia di anni, l'unica civilta' umana esistente. Dalle finestre dell'ufficio potevamo vedere le enormi esplosioni, I bagliori che si succedevano. Non ci furono scene di panico, tutti avevamo inconsciamente immaginato per anni questo momento ed ora che era arrivato ci sembrava di stare assistendo ad una scena inevitabile scritta , dalla notte nei tempi nel DNA, nel destino dell'uomo. Alice mi abbraccio' e pianse sommessamente e compostamente. Io pensai al mio amico Agostino, a tutti I collaboratori che avevano lavorato con noi nello scatolificio, pensai alla citta' di Milano, ai suoi rumori, alle sue contraddizioni stridenti, ai soldi ed alla spietatezza economica, alla sua meravigliosa liberta', pensai alle speranze di milioni e milioni di persone troncate in quel preciso istante, ma non riuscivo a piangere, rimanevo inspiegabilmente calmo a guardare. Le bombe produssero tre tipi di forze distruttrici: un' onda d'urto procedente alla velocita' del suono che appiatti' tutti gli edifici; raggi termici ad una temperatura superiore alla superficie solare che bruciarono, ustionarono, distrussero ogni essere vivente per un raggio che arrivava a toccare il raggio della bomba sganciata piu' prossimamente; e radiazioni che si propagavano alla velocita' della luce e la cui efficacia mortale sarebbe perdurata nel tempo. Tutto era stato studiato accuratamente per non dare scampo ad alcuno, era stata preferita la strategia di sganciare tante piccole bombe contemporaneamente, (ognuna di queste bombe aveva circa la potenza di quattro volte quella sganciata ad Hiroscima) rispetto a quella di sganciarne poche e potentssime. Il 35% dell'energia totale delle bombe consisteva in raggi termici, circa il 50% era contenuto nell'onda d'urto,e circa il 15% era energia radioattiva, era un coktail mortale dal quale non ci sarebbe stato scampo per nessuno. Varie colonne a forma di fungo si levarono instantaneamente dalle varie esplosioni e salirono fino a raggiungere la stratosfera. Dopo circa 20 minuti si sviluppo' una tempesta di fuoco causata dalla rarefazione dell'aria sovrastante le zone colpite dalle bombe; inizio' poi un forte vento proveniente da tutte le direzioni che continuo' per ore. Tizzoni ardenti di materiali infiammabili, lamiere cartoni mulinavano nell'aria e ricadevano sul terreno portando distruzione e morte e contribuendo ad incendiare ogni altro materiale infiammabile. Il vento fu accompagnato da una pioggia nera, densa e vischiosa, provocata dalla condensazione del vapore acqueo contenuto nella massa dell'aria ascendente. La pioggia provoco' la ricaduta sul terreno delle particelle radioattive. Fortunatamente gli scienziati della Ditta avevano previsto tutto cio', ed avevano approntato degli speciali strumenti che usavano ventilatori e getti d'acqua e che mettendosi in funzione, avrebbero provveduto ad allontanare gran parte delle particelle radioattive dagli stabilimenti della Ditta. La voce calma di Caravaggio dagli altoparlanti ci fece sapere che I nostri scienziati avevano trovato il modo di ridurre di moltissimo il tempo di dimezzamento della radioattivita', entro pochi anni saremo potuti uscire liberamente dagli edifici della Ditta e andare a ricostruire il mondo. Ci stavamo avviando verso una nuova era di prosperita' e di pace, il prezzo da pagare era stato altissimo, ma era stata l'unica soluzione possibile, l'unica soluzione definitiva che avrebbe eliminato per sempre ogni tensione sociale, ogni differenza intollerabile tra gli uomini e avrebbe permesso la nostra sopravvivenza in questo pianeta per un tempo indefinitamente lungo. Molti piangevano sommessamente guardando dalle finestre lo spettacolo della fine della civilta' dalla quale provenivamo, alcuni avevano amici al di fuori della Ditta, alcuni avevano addirittura sperato di poter uscire a farsi una nuova vita. Ora che tutto era finito ci sembrava che ogni cosa avesse seguito il suo corso naturale, che questa catastrofe fosse stata scritta da sempre nel destino del mondo. L'angelo della morte era passato ed aveva diviso I buoni dai cattivi: era il prezzo che l'umanita' doveva pagare per poter sopravvivere. Era stata presa una decisione necessaria che nessuna persona, nessun individuo singolo avrebbe potuto prendere, infatti la responsabilita' di quanto stava accadendo non era di un uomo, ma era della Ditta stessa. Era la Ditta che leggendo nel nostro inconscio collettivo aveva agito nell'unico modo che noi pur non potendo ammettere avevamo inconscamente desiderato, l'unico modo che avrebbe garantito per sempre la nostra sicurezza e la sua stessa esistenza. Fino all'ultimo momento infatti, nessun dipendente, nemmeno monsignor Caravaggio stesso poteva sospettare che avrebbero sganciato tutte quelle bombe ed avrebbero distrutto ogni forma di vita esterna. Tutti pero' avevano contribuito con una piccola parte di aiuto alla realizzazione di quel piano, ognuno aveva fornito il suo piccolo mattone senza voler sapere a che cosa fosse servito tutto cio'. La coscienza di quanto stava per accadere ci era stata risparmiata, ed in futuro probabilmente avremmo dovuto comprendere che la coscienza individuale non era di per se' un bene. Forse era stato proprio il desiderio di autocoscienza, di autoaffermazione e di liberta' individuale che ci aveva fatto precipitare dall' Eden, dal paradiso terrestre. Forse era stato proprio questo il peccato originale che aveva distinto l'uomo dalle altre creature e che lo aveva messo in una posizione di disarmonia con la natura. Probabilmente, in futuro avremmo dovuto abituarci a ridurre di molto, se non a far scomparire la nostra autoconsapevolezza a favore della Ditta. La Ditta ci avrebbe riaperto le porte dell'Eden ed avremmo potuto vivere per sempre felici in un nirvana collettivo, demandando ogni difficile decisione, ogni angoscia. Avremo finalmente potuto vivere in modo innocente senza piu' avere la gravosa consapevolezza del bene e del male. Non era nemmeno una novita', gia' da molti anni, anche nel mondo esterno, le istituzioni pubbliche si comportavano in questo modo. Negli ospedali, ad esempio, vi erano dei medici bravissimi ed onestissimi ed ognuno faceva bene il suo lavoro: il chirurgo operava in modo encomiabile, l'anestesista addormentava il paziente, lo seguiva nel decorso operatorio e non gli faceva sentire alcun dolore. L'infermiere assisteva con competenza ed umanita' e qualche volta era l'unico ad accorgersi che malgrado la perfezione tecnica, qualcosa non andava. Gli impiegati dell'Asl sbrigavano in modo diligente ed ineccepibile tutte le pratiche burocratiche in modo che un successivo controllo avrebbe confermato la regolarita' di quell'operazione. E tutti insieme cosa facevano? Molte volte medicalizzavano un problema di natura psicologica. Molte persone affette da cefalea insistente, dopo varie visite mediche, alla fine ottenevano un'operazione, che so, una rinoplastica per raddrizzare il setto nasale. Il sintomo iniziale regrediva per qualche tempo, poi ritornava o se ne presentava uno nuovo, ugualmente sfumato ed inafferrabile, ma che avrebbe insistito finche' non avesse trovato un'altra soluzione medica, l'unica soluzione immediata ed accettata da tutti. La stessa sorte accadeva a molte persone che avevano trasformato la loro ansia, la loro sofferenza esistenziale, in sintomi somatici, piu' facili da essere accettati ed accolti dall'istituzione sanitaria. L'istituzione rispondeva con grande efficienza, ma nell'unico modo che aveva a disposizione, nell'unico modo per il quale era stata creata: medicalizzare tutti I problemi umani. Anche I pazienti preferivano una soluzione che li etichettava come malati nel corpo, piuttosto che rendersi conto di aver vissuto una vita insoddisfacente, piena di astio, di rancore e di paura di perdere quelle piccole sicurezze, quelle piccole comodita', quei piccoli privilegi cosi' difficilmente raggiunti. Ognuno cercava la risoluzione immediata dei propri problemi e non voleva capire che, in molti casi la soluzione migliore era convivere con I propri disturbi, con I propri problemi senza averne un'eccessiva paura. In fondo la piu' grande sofferenza dell'uomo era la paura stessa, ma l'istituzione dava le risposte che poteva dare e non altre: il chirurgo tagliava, l'anestesista addormentava, il burocrate timbrava e nessuno si chiedeva se il risultato di tutte quelle azioni competenti, ineccepibili e professionali fosse veramente utile o no. Sarebbe stata una domanda che tutti avrebbero data per scontata e nessuno avrebbe accettato. Anche I politici erano persone molto competenti: sapevano perfettamente l'arte di ottenere il consenso, l'arte di ottenere I voti. Erano persone intelligenti ed illuminate che il popolo stesso aveva eletto. I tecnici, gli ingegneri poi, erano veramente dei superuomini, risolvevano I problemi piu' difficili con una competenza ed un ingegno ammirevoli. E tutti insieme spesso costruivano delle cattedrali nel deserto che non servivano a niente se non ad ottenere altri voti e ad impiegare altri tecnici. Chi governava rappresentava l'elite, la crema della societa', gente abituata a prendere delle decisioni immediate, senza battere ciglio. I militari erano ottimi strateghi, maestri nell'arte del comando degli uomini e tecnici che conoscevano benissimo come raggiungere I migliori risultati con il minimo sforzo e la massima rapidita'. E tutti insieme che facevano? Facevano delle guerre nelle quali morivano sempre piu' civili e meno militari. Tutte queste persone intelligenti e ragionevoli finivano invariabilmente per scegliere la solita via per risolvere ogni controversia, la stessa via che sceglievano anche I bambini dell'asilo: la lotta, la lite, la guerra. Accadeva invariabilmente cosi' quando le istituzioni divenivano troppo grandi ed I compiti dei singoli gruppi di dipendenti erano rigidamente divisi a tenuta stagna. Nessuno poteva sapere che cosa faceva il suo collega di un altro reparto. Tutti pensavano a far bene il loro lavoro ma nessuno era piu' interessato a che cosa potesse servire quel movimento di tanti piccoli ingranaggi che invariabilmente schiacciavano, trasformavano, modificavano ed alla fine creavano ogni desiderio, ogni esigenza dell'uomo, conformandola alla natura stessa dell'istituzione. In fondo era una forma di difesa che l'uomo aveva a disposizione per affrontare la sofferenza o i problemi troppo impegnativi o troppo sgradevoli per essere fronteggiati mantenendo la piena consapevolezza. Cosi' anche la nostra Ditta, divenuta l'istituzione per eccellenza, aveva risposto alla sua maniera al nostro bisogno di sicurezza, alle nostre paure di essere annientati e sopraffatti dalla realta' esterna. La Ditta aveva preservato ogni dipendente dal prendere una decisione insopportabile, probabilmente aveva fatto cio' che era giusto, aveva interpretato la volonta' inconsapevole dei suoi dipendenti. Adesso che il destino era compiuto, nessuno di noi era sorpreso, molti piangevano sommessamente, ma era come se tutti avessimo saputo che prima o poi sarebbe dovuto succedere. Alcuni giovani impiegati, che probabilmente non avevano mai messo piede all'esterno, avevano addirittura iniziato a correre per I corridoi degli uffici e degli stabilimenti sventolando le bandiere della Ditta e gridando vittoria! Vittoria! Cantando l'inno della Ditta, schiamazzando, scherzando e festeggiando. A me sembravano dei cori sacrileghi e quantomeno inopportuni in un momento come quello, ma se c'era qualcuno che pensava di aver vinto chissa' quale guerra, significava che la Ditta, ancora una volta, aveva ben intepretato I sentimenti reconditi dei suoi dipendenti e si era presa la responsabilita' di prendere la giusta decisione per tutti. Questo era anche cio' che stava ripetendo attraverso gli altoparlanti la voce tranquilla di monsignor Caravaggio: " Era stata presa la decisione giusta, l'unica possibile e compatibile con la nostra sopravvivenza. Del resto, se le Ditte di tutto il mondo erano state concordi ed avevano deciso per noi all'unanimita', significava che questa scelta era la migliore non solo per il nostro bene egoistico, ma anche per creare una societa' diversa, piu' giusta, basata sui valori della fratellanza universale e della solidarieta' tra I dipendenti."
Quella sera, monsignor Caravaggio celebro' una messa in suffragio delle anime di tutti gli uomini che quello stesso giorno erano morti in tutto il mondo. Ebbe parole di comprensione per chi aveva perso la vita, li chiamo' nostri fratelli e disse che le Ditte non avevano mai considerato I singoli uomini come nemici. Nemico era solamente il sistema che avevano adottato perche' era divenuto piu' forte dell'uomo stesso ed invariabilmente, malgrado le piu' buone intenzioni da parte dei singoli, con la scusa della liberta', avrebbe finito per trascinare l'umanita' verso l'odio, l'egoismo, il razzismo e l'incomprensione tra uomo ed uomo. Disse che in futuro avremmo dovuto adattarci ad una riduzione, ed alla fine ad una scomparsa della personalita' e della coscienza individuale affinche' si potesse sviluppare appieno la consapevolezza della Ditta che sarebbe divenuta essa stessa un individuo e avrebbe pensato per noi. Singolarmente eravamo troppo deboli, troppo mutevoli, leggeri ed influenzabili per essere affidabili. Le enormi energie, e le tecnologie che avevamo raggiunto erano troppo potenti per essere affidate all'uomo soggetto com'era alle passioni, all'odio, al risentimento, all'amore e persino alla pazzia. Nessuno si sarebbe fidato ciecamente delle decisioni di un uomo. Tutti avrebbero pensato prima o poi che egli avrebbe agito per I propri interessi o soggiogato da altri gruppi di potere. Invece se avessimo imparato ad affidarci ciecamente alle Ditte avremmo potuto vivere per sempre fiduciosi di raggiungere ognuno esattamente la posizione piu' adatta alle sue possibilita'. Bastava solamente scordarsi di essere degli individui separati gli uni dagli altri e vivere come formiche in grossi formicai dimenticando la consapevolezza individuale. Una formica da sola non si era mai vista, non esisteva nemmeno disse Caravaggio, ma all'interno di un formicaio poteva vivere sicura e potente. Capii finalmente qual'era la meta della teologia della Ditta di monsignor Caravaggio: annullare la consapevolezza e la responsabilita' dei singoli uomini e far nascere delle entita' pensanti sovraindividuali che avrebbero badato a noi e ci avrebbero governato per sempre. Avremmo dovuto vivere come degli insetti pronti ad ogni sacrificio per il bene della nostra societa', del nostro termitaio. Compresi che un'epoca era finita, ora avremmo potuto vivere per sempre in quel giardino dell'Eden senza conoscere qual'era il bene ed il male, liberi da ogni responsabilita', preservati dallo stress delle scelte. Compresi subito che l'umanita' per moltissimi anni avrebbe attraversato una nuova eta' dell'oro.
Era troppo bello, troppo semplice, troppo facile per funzionare veramente. Mi resi anche conto che oramai ero troppo vecchio per quella vita diversa. Cosi' preferii procurarmi una tuta protettiva e mi preparai, quella sera stessa, ad uscire fuori ed ad affrontare la radioattivita'.
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LA DITTA


La grande Ditta si era sempre presa cura di me. Mio padre aveva lavorato per quarant'anni al Project, e prima di lui mio nonno era stato una delle colonne del reparto Production. Giorno dopo giorno avevo visto la Ditta crescere di dimensioni. Le figliali sembravano moltiplicarsi come delle amebe. Avevo visto nascere il Work-over, il reparto Safety, la Security, la Corrosion, il Magazzino. Erano bei tempi quelli di mio nonno; ancora I dipendenti dei vari reparti parlavano tra di loro e persino con quelli dell'ufficio personale. La lingua ufficiale era l'inglese standard tecnico. Si usavano termini come " Screwdriver, hammer, speedometer, spanner, tank, I love you, e quant'altro. Con questa lingua ci si poteva capire con persone di tutte le nazionalita': tedeschi, francesi, spagnoli, croati, polacchi. Tranne con gli inglesi e gli americani,era possibile comunicare con tutti. Gli inglesi naturalmente pronunciavano un'altra lingua. All'epoca della mia assunzione I reparti erano oramai chiusi a tenuta stagna da anni. Ogni reparto cercava di tenere per se' I suoi segreti ed era divenuto quasi impossibile capire quale compito avessero, non solo I singoli dipendenti, ma anche I vari reparti stessi. Tutti gli operatori erano dei veri professionisti, gente preparata che lavorava bene, ma quasi nessuno conosceva precisamente quale fosse il proprio lavoro. Generalmente ogni compito era una piccola parte di un progetto piu' grande il cui scopo finale poteva difficilmente essere intuito. Si trattava spesso di raccogliere dati che dovevano essere inviati al settore di ricerca, negli Stati Uniti, dati che dovevano essere elaborati ed I risultati utilizzati per altri progetti od ulteriori ricerche. C'erano si' le varie mansioni, ma non erano interpretabili : " Analisi numerale dei rapporti periodici. Ottimizzazione informatica dei progetti comunicativi interaziendali. Formazione dei quadri e presa in carico dei settori non verbalizzanti del personale addetto alle revisioni", e cosi' via.
Ogni reparto cercava di mantenere segrete le proprie mansioni e di fermare le pratiche quanto piu' possibile. Questo per varie ragioni: la prima era di dare importanza al reparto. Quanto piu' uno si faceva pregare tanto piu' il suo compito diveniva importante. Un reparto che poteva fermare addirittura I lavori di tutti, raggiungeva il massimo del riconoscimento di importanza. Un altro buon motivo per ritardare era quello di pararsi il culo: piu' si aspettava e meno errori si potevano fare nell'espletamento delle varie pratiche. Il terzo e piu' importante motivo per dilazionare, era quello di dimostrare una perenne mancanza di organico e poter chiedere l'assunzione di altro personale. Quanto meno scoraggiare ogni tentativo di riduzione dello staff. Se si fossero sbrigati, gli altri si sarebbero abituati male, avrebbero preteso dei tempi sempre piu' brevi e questo era sicuramente da evitare. Calma e gesso dunque, per giocare a bigliardo. A volte capitava addirittura che I vari reparti combattessero una guerra intestina, l'uno contro l'altro, senza esclusione di colpi.
Mio padre, Il geometra Amleto Pancaldo era sempre vissuto in questo ambiente aziendale; all'interno si sentiva potente ed invincibile come un cobra nel suo rifugio. Fuori della Ditta non era nessuno, non sapeva difendersi e nemmeno da chi difendersi. Aveva sempre lavorato in una filiale estera, solo poche volte era stato in sede centrale a Milano ed immancabilmente, in quelle occasioni, era rimasto ammirato da tanta magnificenza e funzionalita'.
C'erano allora soltanto alcuni palazzoni intercomunicanti, pieni zeppi di uffici colmi di impiegati in giacca e cravatta, che si aggiravano tra le scrivanie con delle cartellette sottobraccio zeppe di fogli e di documenti. Le segretarie continuavano a battere a macchina con le loro facce serie e professionali dalle quali era facile dedurre che non capivano cosa stavano scrivendo e soprattutto perche' e a cosa dovesse servire cio' che scrivevano. Non lo capivano, ma non lo dovevano proprio capire. I geometri ed I ragionieri andavano avanti con il loro baillame di saluti ed inchini ad ogni scrivania. Per sportarsi dal proprio posto, ognuno doveva portare con se la cartellina coi documenti regolamentari. Ogni tanto tra la folla dei ragionieri dei periti e dei geometri si stagliava un giovane ingegnere, magro, ben curato, pulito, con I capelli tagliati corti ed ordinati e le penne stilografiche d'ordinanza in bell'evidenza sul taschino della giacca; sembrava un comandante in mezzo alla soldataglia. Eppure non tutti gli ingegneri avevano il neccessario carisma per far carriera. Il carisma non aveva nulla a che fare con la preparazione scolastica, e pochissimo con la preparazione tecnica. Era basato su doti personali di sicurezza ontologica e di capacita' di trattare con I dipendenti. Sentirsi naturalmente superiore e trattare alla pari: ecco quale era il segreto del carisma aziendale. Aiutare e prediligere I propri sottoposti era una delle cose piu' apprezzate e che davano piu' prestigio al dirigente. Ahime' se si scavava qualche millimentro sotto la superficie, ci si rendeva conto che questo atteggiamento era basato molto spesso, piu' sulla presunzione di una smisurata superiorita' che non su di una vera spinta altruistica. Nell'azienda tuttavia questi approfondimenti non erano neccessari e non avvevivano mai. Cosi', una delle qualita' che si richiedevano al manager era proprio questa sicurezza personale che dipendeva dalla certezza di essere assolutamente superiore ai propri dipendenti. Sicurezza che dava la possibilita' di poter delegare sempre di piu' I compiti, sino ad arrivare a non tenerne per se' nemmeno uno, e di riprendere la situazione in mano, assumendosi naturalmente tutti I meriti al momento opportuno. Se il manager era di razza, tale operazione poteva avvenire con grande naturalezza e con l'ammirazione da parte di tutti.
Questa descrizione della sede centrale e' quella che usava farmi mio padre e ,secondo me, risale ancora ai tempi antichi ed epici dell'azienda, ormai passati da un pezzo. Se mio padre vedesse ora la sua Ditta, stenterebbe a riconoscerla, tanto le cose sono cambiate, modernizzate sul piano strutturale, ma soprattutto sulla filosofia di base dell'organizzazione aziendale.
Uno dei momenti chiave della trasformazione della vita e del costume nella nostra Ditta avvenne nei primi anni del 2010. Mio padre ebbe l'onore di conoscere personalente l'esecutore di questa trasformazione: L'ingegnere Erminio Mitridiate. Una volta ebbe pure l'occasione di raccomandarmi a lui direttamete, senza seguire la via gerarchica.
L'ingegner Mitridiate era un manager di razza, si era fatto da solo lavorando per venti anni in quasi tutte le nostre filiali estere, fisicamente era alto, magro distinto, parlava con autorita' senza accalorarsi mai, aveva una voce da basso che gli usciva dal profondo: bu-bu-bu…Era naturalmente dotato di quel carisma da manager che lo obbligava a prendersi cura in prima persona dei suoi dipendenti. Quella mattina era seduto alla sua scrivania della sede centrale nel suo ufficio e nel reparto che lui stesso dirigeva: Progetti a lunghissimo termine.
L'idea che stava seguendo gia' da tempo era veramente avveniristica:
fondare un reparto di riproduzione aziendale dei quadri. Ci sarebbero voluti gli adeguati fondi, ma con l'andare del tempo, ci sarebbe stato un ritorno economico eccezionale. Si sarebbero evitati gli sprechi di tempo, lo stress per I dipendenti, le preoccupazioni per il futuro e per Il posto di lavoro ed inoltre, cosa piu' importante, I dipendenti sarebbero stati abituati da sempre alla vita aziendale.
Il progetto era grandioso: si trattava di scegliere degli stalloni per I vari dipartimenti e per I vari ruoli da ricoprire nell'organico aziendale da fare accoppiare, per I primi tempi con delle segretarie e poi in futuro con madri geneticamente predisposte a fornire I migliori ragionieri, I migliori geometri, I migliori tecnici e cosi' via , fino ad arrivare persino agli ingegneri ed ai manager. Non ci sarebbero piu' state fastidiose rivalita', giacche' uno nasceva gia' ragioniere o geometra o tecnico e si sarebbe sentito pienamente realizzato all'interno della sua azienda, nella posizione per lui piu' appropiata. L'interessamento ai problemi sessuali riproduttivi, in Ditta, era cominciato all'inizio degli anni 2000, quando in Giappone si constato' che durante l'orario lavorativo, molti dipendenti erano colti da raptus erotici e, dedicandosi a questi pensieri sottraevano tempo prezioso e soprattutto concentrazione all'attivita' lavorativa. Il primo rimedio posto in essere dall'ingegner Matzuo Shiray di Okawa, fu molto primitivo e risulto' peggiore del male stesso. Egli appronto' nella sua Ditta una stanza speciale divisa in due da una paratia bucherellata. Da una parte sarebbero dovuti entrare I maschi colti da raptus erotico, dall'altra le femmine. I maschi avrebbero dovuto introdurre I loro membri, muniti di preservativo, negli appositi buchi posti ad altezza anatomica, e le femmine sempre distratte dallo stesso problema, avrebbero potutto utilizzare quelli organi nel modo piu' adeguato. Il tempo massimo fu posto ad otto minuti. Era, come si puo' facilmente intuire, un rimedio rudimentale, grossolano e barbaro. Innanzi tutto molti dipendenti maschi, soprattutto quelli meno dotati, rimanevano per otto minuti con il loro piccolo pene esposto, senza che nulla accadesse. Potevano solo ascoltare le risatine che arrivavano dalla parte opposta della paratia. Questo li rendeva insicuri ed insoddisfatti e si riperquoteva negativamente sull'andamento del lavoro. Poi si vide che questo sistema per scaricare le energie non era affatto appagante, molti giovani impiegati e tecnici vi ricorrevano piu' e piu' volte e, durante la giornata lavorativa, pensavano al sesso molto piu' di prima. In questo modo il rendimento lavorativo non saliva ma scendeva. Fu per questo motivo, che I primi psicologi e psichiatri aziendali, proposero delle tecniche psicologiche e delle vere psicoterapie che facilitassero non lo scarico delle pulsioni sessuali, ma la loro sublimazione e deviazione sulle attivita' lavorative aziendali. Questa operazione si dimostro' piu' difficile del previsto. Innanzittutto, le persone che avevano precedentemente usato la paratia, non riuscivano piu' a sublimare ma cercavano uno scarico immediato delle loro pulsioni, tendendo ad usare sempre lo stesso modo che avevano precedentemente appreso. Poi si commise il secondo storico errore: si cerco' di deviare la pulsione sessuale verso la meta della carriera aziendale. Tutti cercavano di diventare tecnici specializzati, poi supervisor poi superintendent, poi district manager, poi area manager e cosi' via. Naturalmente non c'era posto per tutti. Tutti si misero a sgomitare, a non voler piu' fare lavori banali che non avrebbero potuto metterli in luce coi superiori. La competitivita' aumento' a dismisura , iniziarono le delazioni tra colleghi di lavoro. Vecchi amici non si guardavano piu' in faccia sopraffatti dall'invidia, ed il clima divenne sempre piu' irrespirabile, finche' oltre ad un cero limite, la produttivita' incomincio' a diminuire. Chi, dopo anni di sforzi non riusciva a salire alcun gradino gerarchico si sentiva un fallito e cadeva in una sorta di depressione cronica che lo accompagnava non di rado fino al pensionamento.
Allora si capi' che non era sulla carriera individuale che le energie pulsionali dovevano essere deviate, ma sulla stessa Ditta. Era la Ditta che avrebbe dato sicurezza, identita' e vita al proprio dipendente, lo avrebbe accompagnato dalla nascita alla morte, senza abbandonarlo mai, lo avrebbe seguito nei suoi hobbies, nelle sue aspirazioni e questo indipendentemente dal posto che avrebbe occupato nella gerarchia interna. In cambio erano richieste soltanto fedelta', dedizione assoluta e cieca obbedienza alle regole aziendali. Non piu' preoccupazioni, non piu' spese per lo studio, non piu' rivalita' distruttive : tutto sarebbe stato risolto all'interno dell'azienda e per merito dell'azienda per I fini stessi interni all'azienda. "Il benessere, la concordia, l'ordine e la civilta' all'interno dell'azienda, la barbarie al di fuori di essa", disse il presidente generale in un famoso discorso che passo' alla storia e segno' l'inizio di una nuova era. Da allora la Ditta non limito' piu' la sua produzione a pochi prodotti ma estese le sue attivita' fino a produrre tutto il necessario per la vita, quantomeno la vita dei propri dipendenti, in breve tempo diventammo autosufficienti, o quasi. Non fu difficile, basto' assorbire I consulenti esterni che fornivano I vari servizi ed inglobarli. La maggioranza dei dipendenti reagi' molto bene a queste innovazioni in fondo tutti avevano da guadagnare: non piu' ansieta', non piu' fastidiosi pensieri sul futuro. Tutto era gia' stato risolto, bastava sostenere la propria azienda e tutto sarebbe andato per il meglio. E' vero che qualche testa calda protesto' adducendo strani motivi , parlando di insoddisfazione e di alienazione. Fortunatamente, prima che guastassero anche altri dipendenti, questi individui furono lautamente liquidati e spediti nel mondo esterno. Ma torniamo al progetto di riproduzione aziendale, un progetto importantissimo che avrebbe consentito alla Ditta di essere sempre piu' indipendente dall'esterno e di non aver piu' bisogno di assumere e di formare nuovo personale. In quel tempo ero molto giovane avevo 16 anni, ero stato l'ultimo dipendente ad essere assunto dall'esterno e, forte della presunta raccomandazione che mio padre aveva cercato di ottenere per me , avevo presentato domanda al dipartimento dell'ingegner Mitridiate, per poter diventare stallone riproduttore. La cosa mi sembrava interessante, e poi avevo intravisto due o tre segretarie veramente niente male. La riproduzione avveniva sempre alla vecchia maniera e, per quanto ne sapevo io, sarebbe stato un lavoro molto piacevole. Il reparto era uno dei migliori di tutta la Ditta, vi erano grandi saloni pieni di specchi, rinfreschi e musica a tutte le ore. Parte del lavoro consisteva nel socializzare con le varie signorine, piu' tardi si sarebbe passati alla pratica, ed io ero ansioso di ben figurare. Naturalmente la mia meta principale era comunque aiutare la Ditta: " Non lo fo' per piacer mio ma per dare un dipendente alla Ditta" dicevamo tutti noi aspiranti nei colloqui preliminari. Riuscii a superare facilmente le selezioni medico fisiche ma fui fermato da tutti quei test psicologici. Un test psicologico non era altro che uno stimolo standardizzato al quale avremo dovuto dare una risposta scritta. Le risposte sarebbero poi state statisticamente valutate, cosi' gli esperti avrebbero capito se eravamo normali, nel senso che le risposte rientravano nel range della maggioranza o meno e potevano fornire indicazioni sul nostro futuro utilizzo. In altre parole serviva capire se dovevamo essere usati nel settore della contabilita', nel settore tecnico, nel settore sportivo, od addirittura addetti alla riproduzione dei manager. Intere giornate passate a rispondere a tavole di domande, test logico matematici e test proiettivi diedero come risultato che avevo scarsa resistenza alla noia per essere ammesso alle selezioni successive. Inoltre I test proiettivi evidenziarono un atteggiamento narcisistico che contrastava con le esigenze aziendali ed una fantasia che mi avrebbe potuto portare ad interpretare a modo mio, gli ordini dei superiori. Cosa decisiva, il mio narcisismo, mi avrebbe portato a riferire a me stesso, eventuali attenzioni che la partner avrebbe potuto rivolgermi. Avrei potuto innamorarmi di una sola partner, avrei potuto tentare di rivederla , magari anche al di fuori dell'orario di lavoro, e questo non era assolutamente tollerabile. Fui scartato, ma mi ripresi subito quando mi dissero che avrei potuto corteggiare ugualmente le segretarie, usando naturalmente le dovute cautele per non avere figli. La convivenza non era proibita, anzi a volte era perfino incoraggiata.



LE DONNE E LA REALTA' VIRTUALE


Dopo la bocciatura ai test attitudinali fui destinato al project, ottenni un appartmentino al secondo piano di fronte al reparto "Esattificazione dei profitti e delle perdite" e mi misi assieme ad una segretaria di produzione tedesca. Si chiamava Alice era bionda con I fianchi larghi,la vita stretta,un bel seno, e soprattutto un bel sorriso. I primi tempi di convivenza non furono male, dal nostro appartamento potevamo sentire il ticchettio delle macchine da scrivere, le voci dei capi ufficio che impartivano ordini, I telefoni che squillavano. Dopo qualche mese potevamo perfino riconoscere le varie segretarie, da come rispondevano"Hello" al telefono. Tutti questi rumori divennero familiari e rassicuranti, la vita non avrebbe potuto riservarci cattive sorprese, il lavoro era facile ed eravamo stati pienamente accettati dai colleghi. Non litigavamo mai, ma non parlavamo molto. I nostri discorsi, come del resto tutti I discorsi tra colleghi erano piu' o meno cosi': lei -" Ti ricordi il geometra Caverzan?" Io - " Chi?"Lei-" Ma si' Caverzan dell' ufficio Ioni ed Elettroni, quello che lavorava vicini a Sgomberti, terza scrivania vicino al corridoio… con quella valigetta 24 ore…. che portava sempre quello strano cappello stinto….che parlava quasi sempre con Rififfo e Zito del magazzino. Si' dai Caverzan." Io- " Beh, che ha fatto?" Lei - " E' stato spostato di scrivania senza preavviso e non ha nemmeno trovato la puntartice." Io " Ah, beh, d'accordo". Era tutto qui. Parlavamo poco o nulla ma non litigavamo mai. A me piaceva quando ritornavo dal lavoro e la vedevo camminare per casa. Sempre col sorriso tra le labbra, bella, cosi' bionda e cosi' tedesca, con quella carnagione color miele, con quella sua voce vellutata e le sue movenze eleganti, mi parlava col suo aspetto e col suo sorriso. Del resto avevo intuito istintivamente che non si deve dividere lo spirito dalla materia e chi si chiede se va d'accordo mentalmente con la partner sbaglia di grosso. Non c'era ne' spirito ne' materia, ne' accordo intellettuale,ne' accordo fisico. Per quanto mi riguardava c'era solo lei, unica ed indivisibile, ed io sapevo che mi piaceva. Non mi importava sapere perche', ne' se era un'intesa piu' spirituale o fisica, forse era solo un' attrazione magnetica. Ci attiravamo e cio' era un bene che potevamo solo rovinare ponendoci mille domande inutili. Non parlavamo molto, ma ci capivamo al volo ed andavamo d'accordo. Alice non si offendeva, come le altre donne, per il mio disordine, non pensava che le mancassi di rispetto perche' buttavo per terra I libri ed I panni. Non ci badava e riordinava senza darsi un'eccessiva importanza, senza chiedermi come avrei fatto senza di lei, senza volersi vendicare colpo su colpo e senza risentimento. Capiva anche le mie debolezze, ma non ne aprofittava, non mi incolpava mai di averle rovinato la vita. Passammo assieme un bel periodo, poi piano piano comincio' ad intristirsi. Anche lei, come me, aveva passato l'infanzia all'esterno e ricordava spesso, con nostalgia, I periodi passati con I genitori. Giorno dopo giorno la situazione tra di noi peggiorava. Alice non aveva piu' voglia di uscire e rendeva poco anche durante il lavoro.
Il suo supervisor segnalo' il calo di rendimento al superintendent che la mando' dal medico. Dopo una serie di accertamenti ematochimici e strumentali, fu inviata da uno psicologo per una psicoterapia aziendale. Per alcuni mesi si reco' quattro volte la settimana al Centro di igiene mentale aziendale, ma il suo umore non tendeva a migliorare. Alle mie domande rispondeva evasivamente che non sapeva nemmeno lei I motivi del suo cambiamento, solamente non si sentiva piu' appagata da quella vita sempre uguale, e non trovava piu' sufficienti, le motivazioni che I nostri superiori ci avevano insegnato, durante gli anni della nostra educazione lavorativa. Finalmente, un bel giorno, fui convocato dal dottor Quadrangolo, il direttore del Centro di igiene aziendale. Lo psichiatra mi fece accomodare nel suo ufficio, mi rivolse alcune domande sul nostro rapporto, sulle nostre abitudini. Mi chiese pure se conoscevo anch'io I miei genitori e che cosa pensassi di loro. Annoto' ogni cosa nel suo portatile, annuendo garbatamente ad ogni mia parola. Alla fine mi disse che il caso di Alice era piuttosto comune per I dipendenti nati al di fuori della Ditta : Alice aveva un super io familiare in competizione con il super io aziendale e desiderava inconsciamente una gravidanza propria, desiderava un bambino. Tutto cio' era frutto di un'educazione arcaica, dove ancora esistevano interiorizzati prepotentemente il modello paterno e materno che gli ideali aziendali non erano ancora riusciti a scacciare. La psicoterpia sarebbe stata piuttosto lunga: si doveva rafforzare il super io aziendale e il desiderio di maternità di Alice avrebbe potuto trovare una realizzazione parziale attraverso un suo impiego negli asili nido, come puericultrice. Non sarebbe stato da escludere, almeno per i primi tempi, l’uso di alcuni psicofarmaci. Mi avviai verso casa con il cuore in tumulto: avere figli, che idea pazzesca! Come avremo potuto allevarli, nel nostro appartamento, senza l’aiuto di nessuno? E che soddisfazione avrebbe potuto darci un marmocchio sempre bagnato, che piangeva continuamente e che aveva sempre bisogno di noi. Per questo c’erano gli asili nido, con le puericultrici, appositamente addestrate. E anche loro dovevano fare dei turni sempre piu’ brevi per non esaurirsi, tanti erano i piagnistei che dovevano sopportare. Appena tornato a casa espressi tutte le mie perplessità ad Alice: “ Un bambino era l’ultima cosa di cui avevamo bisogno in quel momento, inoltre non era nemmeno permesso dai regolamenti della Ditta, era semplicemente un desiderio pazzesco. Avremmo dovuto trasferirci all’esterno, perdere tutti i nostri privilegi, lasciare un lavoro sicuro che sapevamo svolgere tranquillamente, per un avvenire incerto, per noi, e per lo stesso bambino. Che idea balorda!” Alice mi guardava con gli occhi sbarrati e diceva che avevo ragione, che capiva perfettamente le mie ragioni e che tuttavia non sapeva nemmeno lei esprimere cio’ che le mancava. Comincio’ a passare interi pomeriggi stesa sul divano, senza parlare, senza lamentarsi, ma senza manifestare alcun interesse per le cose di sempre. Non trovava piu’ le parole per esprimere i suoi sentimenti nemmeno a se stessa. L’inesprimibile era diventato troppo inesprimibile. Non trovava piu’ le parole perche’ aveva a che fare con qualcosa di indistinto, non era solo la mancanza di un figlio, era tutto l’insieme che non poteva piu’ tollerare, e non sapeva dirlo perche’, qualsiasi spiegazione plausibile, avrebbe cozzato con tutto cio’ che le avevano insegnato in Ditta da quando era bambina. Si trovava per la prima volta a combattere con qualcosa di indistinto, come una grossa nuvola nera, vuota di contenuti e di significati, ma piena di ansia e di sofferenza. Non riuscendo piu’ a spiegarsi con nessuno, non trovando alcun contenitore per le sue sofferenze, Alice cominci ad avere paura di tutto, ma principalmente paura di impazzire o di essere già diventata pazza. Le cose, malgrado l’interessamento del dottor Quadrangolo, continuavano a peggiorare. Alice tento’ anche di frequentare l’asilo infantile dove conobbe una puericultrice: la maestra Catinetta, una donna ancora giovane e molto umana, che si interesso' al suo caso e cerco' di diventarle amica. Tutto cio',ٍ senza miglioramento alcuno. Alice sembrava sul punto di scoppiare da un momento all’altro. Infatti, un giorno rincasai, e non la trovai più sul solito divano. Dopo brevi indagini venni a sapere che se ne era andata senza preavviso. Era scappata dalla Ditta, verso il mondo esterno, senza lasciarmi nemmeno un messaggio. Per un po’ cercai di rintracciarla, di avere almeno qualche notizia, ma tutto fu vano. Dopo la scomparsa di Alice anch'io ebbi un periodo di depressione. Mi sembrava che la vita di tutti I giorni non avesse piu' alcun senso, cosi' mi misi a leggere molti romanzetti proibiti che parlavano della vita nel mondo esterno, la vita dei tempi in cui le ditte non erano ancora chiuse: leggevo di viaggi, di avventure, di attivita' pericolose, di esplorazioni, persino di caccia. Per qualche periodo mi baleno' persino l'idea di uscire fuori dalla protezione della Ditta, di andarmene in cerca di fortuna e di affrontare le difficolta' del mondo esterno per mio conto, senza l'aiuto di nessuno. Poi capii che non era neccessario : non c'erano viaggi piu' belli, non c'erano cacce piu' avventurose, pericolose e che mi avrebbero potuto dare le stesse emozioni e pericoli dell'andare a donne. Cosi' cominciai ad uscire sempre con segretarie diverse, talvolta mi spingevo fino alle aggressivissime manager. Ognuna di loro era diversa, era un'intero universo da esplorare. Bastava un gesto, un' inflessione diversa nel modo di parlare, un sorriso, una ritrosia, una particolarita' qualsiasi, a risvegliare in me l'istinto della scoperta nuova. Mi sentivo un novello Ulisse alla scoperta dell'universo. " Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza". Nella metafora del corpo e della mente femminile trovavo la risposta a tutta la mia sete di avventura e di novita'. Mi piacevano le segretarie del project con le loro calze nere, I loro modi impeccabili ed impersonali, mi piaceva far loro dei complimenti, come si usava una volta, ed osservare la loro reazione sempre compiaciuta e meravigliata. Anche se qualche volta, qualcuna di queste ragazze mi prendeva in giro per I miei modi antiquati, a lungo andare, se io mi dimostravo sufficientemente sincero, tutte erano piacevolmente colpite e ricambiavano l'interesse che io avevo per loro, non fosse altro che per poter ricevere ancora una volta un'immagine positiva di se stesse. Io mi comportavo come uno specchio che restituisce sempre e comunque un'immagine positiva. Ed era vero, non mentivo, mi piacevano veramente tutte. Anche le manager, cosi' prepotenti, cosi' arroganti mi procuravano in fondo delle emozioni piacevoli. E poi erano veramente pericolose: altro che la caccia alla tigre, quella era veramente una caccia pericolosa. Le donne manager tendevano a graffiarti l'anima e a masticarti, piu' che a morderti. Per loro il fatto stesso che in Ditta, la loro posizione gerarchica era superiore alla mia, bastava ed avanzava per sentirsi superiori in tutto e per tutto. Per loro, io ero un semplice impiegato, e dovevo sentirmi onorato per il solo fatto di avere il permesso di frequentarle. Con loro era una continua battaglia, volevano sempre decidere tutto , erano cosi' propositive e cosi' sicure di se', che talvolta risultava difficile la stessa comunicazione: erano abituate a comandare e basta! Il corteggiamento diventava con loro un'attivita' molto piu' pericolosa ed avventurosa della caccia praticata dai nostri antenati del mondo esterno. Gli antichi cacciatori erano sempre avvantaggiati anche rispetto alla piu' feroce delle belve, mentre qui' era una battaglia ad armi pari, che si doveva condurre con garbo ed intelligenza. Poteva divenire un'attivita' pericolosa anche fisicamente: si sentiva sempre piu' parlare di nuove malattie sessualmente trasmesse e molto pericolose. Probabilmente vi erano stati dei rapporti sessuali tra la gente dell'esterno e qualche dipendente della Ditta, fatto sta che anche fra di noi si era diffuso un certo contagio di queste malattie. E' vero che se un dipendente veniva scoperto affetto da una malattia contagiosa, veniva calorosamente invitato dalle autorita' ad andarsene fuori, tuttavia un certo pericolo rimaneva. L'avventura quindi non mi mancava, ma non le amavo, le scopavo ma non provavo sentimenti per loro. Era solo una specie di sport, una specie di gara al termine della quale era solo il nostro narcisismo a rimanere soddisfatto o deluso, non vi era un reale scambio di sentimenti e nemmeno di comunicazioni veramente intime, cercavamo solo di fare bella figura per poter avere una migliore immagine di noi stessi. Tutto qui. Non volevamo veramente conoscere l'altro, ma noi stessi. Dopo un po' mi stufai anche di questa vita, e mi avvicinai alla realta' virtuale. Bastava indossare un casco computerizzato ed uno speciale guantone, oggi sostituiti dai piu' pratici elettrodi cerebrali, e potevi entrare in un nuovo mondo, potevi recarti in pochi minuti in localita' lontanissime, senza dover sopportare gli inevitabili disagi, I disguidi, I ritardi, il traffico di ogni viaggio. Nei viaggi virtuali visitai tutto il mondo, ma ancora non mi bastava. Poi finalmente Il nostro settore di informatica lancio' un nuovo tipo di programmi virtuali : erano delle vere e proprie esperienze di vita durante le quali non solo potevi visitare luoghi realmente esistiti o anche inventati ex novo, ma potevi conoscere anche nuove persone. Fu proprio durante uno di questi viaggi che incontrai la mia attuale compagna che chiamero' Alice Virtuale. La conobbi durante una festa da ballo, era bionda anche lei, ed assomigliava a Merilin Monroe, tutte le curve al posto giusto, tutta morbida ed accogliente, pronta a farsi proteggere e sempre molto interessata a tutto cio' che le dicevo. Non era mai occupata, almeno quando c'ero io, rideva sempre alle mie battute e si divertiva per tutto quanto facevamo assieme. Me ne innamorai subito perdutamente, mi sembrava di vivere in un paradiso, il tempo passava senza noia, le giornate erano regolate sul mio tempo soggettivo, quindi quando dovevo riposare ci si riposava e quando ero pronto all'azione c'era sempre qualcosa da fare: si giocava a tennis senza eccessiva fatica fisica e si potevano fare delle giocate di gran classe, bastava pensarle; si facevano delle feste meravigliose, il tempo era fantastico ed il panorama splendido. E' vero, ogni tanto si sentiva uno sgradevole stranissimo odore, come di plastica bruciata che rendeva l'esperienza irreale, ma era soltanto un errore del programma, che sarebbe stato corretto quanto prima. Il mio amore per Alice Virtuale era perfetto. C'era un'intesa psico-fisica totale. Ogni volta che l'abbracciavo, lei vibrava di passione, sapeva capirmi, sapeva attendere I miei tempi, non si lamentava di non essere stata compresa, mai un risentimento a causa mio carattere o sull mio disordine , non si sentiva trascurata ne' poco importante. E non era una bambola di cartone come mi aveva fatto notare una volta il dottor Quadrangolo, lei mi dava anche dei buoni consigli, mi sapeva prendere e mi amava veramente senza volermi cambiare. Sempre piu' persone ormai spendevano gran parte del loro tempo libero in realta' virtuale e tutti ne erano entusiasti. I nuovi programmi erano cosi' avanzati ,che con l'aiuto di qulche innoqua pastiglietta, l'illusione dell'esperienza virtuale diveniva allucinazione vera e propria. Non ci si accorgeva piu'di avere una doppia vita, ma si credeva di vivere realmente l'esperienza che la realta' virtuale offriva. Ed era splendido. Bastava solo ricordarsi di salvare ogni volta, sul disco fisso, l'esperienza appena trascorsa altrimenti si correva il rischio di ripetere per due volte la stessa avventura e cio' risultava veramente penoso e stucchevole, specialmente con Alice Virtuale che ormai amavo con tutto il cuore. Rimanevo veramente nauseato quando ero costretto a ripetere per due volte, quasi esattamente gli stessi discorsi, e quando vedevo ripresentarsi ,alla stessa battuta, lo stesso identico sorriso o peggio quando la vedevo accendersi di passione per me, nello stesso identico momento in cui cio' era accaduto la volta precedente. Il dottor Quadrangolo, quando gliene parlai, mi disse anche che quei programmi erano stati studiati sulla base dei miei test psicologici proiettivi. Cioe' veniva costruita una realta' su misura per ognuno di noi. Quindi non era Alice Virtuale che io amavo ma , ancora una volta me stesso. Ancora una volta era il mio narcisismo ad essere accontentato , ma non avrei potuto ricavare niente di veramente nuovo, niente di veramente arricchente da quelle esperienze, che in realta' continuavano a parlare e riparlare sempre e solo di me. Anzi secondo lo psichiatra, erano come una specie di droga che a lungo andare avrebbe finito per atrofizzare sia il mio corpo che il mio cervello. Per quanto riguardava il corpo, io ne avevo cura e facevo un po' di ginnastica tutti I giorni, prima di recarmi In ufficio. Quanto al cervello , per il lavoro che facevamo, bastavano pochissimi neuroni, e a me, come a molti altri, la realta' virtuale piaceva troppo per rinunciarvi. Poi ad un certo punto non si sapeva piu' cosa fosse reale e cosa non lo fosse, e nemmeno cio' mi importava molto. Ormai con Alice Virtuale avevo messo su famiglia ed avevamo avuto due figli: Roberto e Marco. Il primo aveva gia' 25 anni, si era gia' laureato in ingegneria, ed era avviato ad una brillante carriera di dirigente, non so bene di quale attivita', mentre Marco continuava ad avere cinque o sei anni, era molto simpatico, anche se un po' rumoroso. A differenza di quanto avevo sentito dire sui bambini, I miei non disturbavano mai, non avevo mai avuto a che fare con pannolini sporchi, pianti notturni o malattie del sabato sera. Qualche volta Marco piangeva, ma sempre al momento giusto, quando io ero disponibile e ben preparato. Li avevo proprio educati bene ed erano venuti su proprio come volevo io. Forse saranno stati solamente delle proiezioni dei miei desideri, come avrebbe detto Quadrangolo, ma io li volevo bene ugualmente e loro non ne soffrivano anzi ricambiavano il mio sentimento. Ogni volta che li vedevo, erano contenti, mi raccontavano tutte le loro esperienze e chiedevano consigli, soprattutto il piu' vecchio, Roberto ascoltava, e teneva sempre in grande considerazione tutto cio' che gli dicevo. Mi aiutava quando avevo qualche problema, era molto studioso ,ma anche molto sportivo, giocava bene a calcio, ed era titolare della squadra del programma, era gentile con tutti, ma allo stesso tempo molto sicuro di se e deciso. Forse era solamente tutto cio' che sarei voluto essere io. Anche mio padre avrebbe voluto fare di me un ingegnere, avrebbe voluto che gli avessi fatto fare bella figura con gli amici primeggiando nello sport e nella scuola, avrebbe voluto che gli avessi procurato qualche rivincita, ma io sembravo essere un bastian contrario. Quando giocavo a calcio e vedevo che c'era lui a vedermi, le mie gambe si bloccavano, non mi divertivo piu', sbagliavo ogni passaggio e tiro diventando sempre piu' rigido ed imbranato. Soffrivo molto per queste ingerenze egoistiche da parte di mio padre, tanto che, alla fine, sono arrivato ad odiarlo e ad evitarlo, perche' avevo capito quanto distruttivo, per la mia personalita' potesse essere questo tipo di comportamento. I miei figli non soffrivano affatto per questo problema, non avevano nemmeno bisogno di essere spinti da me perche' si comportavano cosi' spontaneamente. Roberto era divenuto ingegnere in poche sedute di programma e aveva gia' 25 anni nonostante fosse passato ben poco tempo dalla sua nascita. Questo poteva accadere perche', durante la vita virtuale, non si sprecava tempo, e le esperienze importanti si succedevano ad un ritmo diverso. Se penso al mio passato ho la sensazione che la mia vita potrebbe essere riassunta in pochissime scene: l'immagine tranquilla di mio nonno che mi sorride mentre mi accompagna a fare un giro in bicicletta, mia madre preoccupata, mio padre che urla, Io, sdraiato su di un prato che parlo ad un amico, osservando una coccinella e mi rendo conto di esistere, la prima volta che ho guardato una donna in un modo un po' diverso, la prima volta che ho visto Alice, poche cose che ho studiato al liceo che mi sono piaciute, la prima sbronza, le partite di calcio, le partite di tennis, I ghiaccioli, il mare, e poco altro. Il resto del tempo ha poca importanza lo passiamo a fissare un punto bianco sul muro, a pensare a quanto abbiamo fatto, lo passiamo in bagno o annoiandoci. Gran parte della vita passa mentre siamo affacendati a vestirci, lavarci, o fare le faccende domestiche. Non conta molto, forse serve solo a ruminare, a digerire quanto ci e' capitato di significativo. Invece durante le esperienze vissute in realta' virtuale, tutto cio' non avviene, si vive solo il tempo che ha significato, non appena si e' pronti a farlo. E' incredibile constatare quante cose si possono fare in questo modo . Per questo Roberto si era laureato in un periodo cosi' breve, e mi aveva quasi raggiunto come eta'. Marco invece continuava ad avere cinque o sei anni, probabilmente perche' non eravamo pronti, o meglio, non ero ancora pronto a vederlo crescere. Per questo passavo ormai gran parte del tempo libero in realta' virtuale, perche' era cosi' piacevole e non ci si annoiava mai. Per quanto potesse dire il dottor Quadrangolo, per me, la mia famiglia virtuale era una famiglia vera e propria. Non avrei mai potuto lasciarli soli, senza di me, loro non potevano vivere, non esistevano nemmeno. Del resto farsi una famiglia durante le esperienze virtuali era un'attivita' lecita, anzi consigliata dalla Ditta. L'importante era non crearsi una famiglia reale con figli propri, per I quali si sarebbe inevitabilmete avuto un atteggiameto di favore o iperprotettivo che sarebbe stato inevitabilmente contrario all'etica aziendale.




LA RIPRODUZIONE AZIENDALE


I primi tentativi di riproduzione aziendale geneticamente assistita, risalivano ad una ventina d'anni prima, ed erano stati condotti, neanche a farlo apposta, in Germania e Giappone. I primi ragionieri di quel progetto erano gia' usciti, ed I risultati sembravano incoraggianti. Si trattava di soggetti di piccola taglia, per l'uomo l'altezza era di 1,65 massimo 1,68, erano tollerati 2 cm in piu' od in meno rispetto allo standard, per le femmine 8 cm. in meno dei maschi. La statura era stata mantenuta cosi' per una forma di rispetto verso I manager, il cui standard non prevedeva limitazioni di statura, ed accanto a soggetti decisamente alti, ve ne erano alcuni imbarazzantemente bassini che dovendo ricorrere sempre all'uso dei tacchi avrebbero potuto sviluppare, col tempo, delle disfunzioni a livello dell' articolazione tibio- tarsica e dell'astragalo. Questi ragionieri, dunque, erano magri e scattanti, lo sguardo vigile ed attento, avevano una precoce tendenza alla stempiatura ed alla calvizie, caratteristica quest' ultima che non era da considerare un difetto, ma un segno di tipicita'. Altra caratteristica di tipicita' era la tendenza precoce all'astigmatismo, tanto che verso I venticinque anni , tutti I ragionieri portavano gli occhialetti cerchiati in oro che la Ditta consigliava. La femmina aveva un attaccamento al capo-ufficio a dir poco commovente, il maschio era leggermente piu' indipendente e nervoso, ma sempre fedelissimo ai superiori ed all'azienda. Questi soggetti avevano una predisposizione naturale alla contabilita' ed alla registrazione di dati di ogni genere, dati che potevano in pochi minuti recuperare. Queste qualita' naturali sarebbero poi state vieppiu' incrementate da un addestramento intensivo che cominciava gia' all'eta' di quattro o cinque anni e terminava verso I diciotto. Era un addestramento molto settoriale che incrementava le doti di attenzione di rapidita' di calcolo, di ordine, disciplina ed abnegazione, ma scoraggiava ogni forma di iniziativa personale che sarebbe stata deleteria. Se I ragionieri erano venuti subito bene, i tecnici ed addetti ai lavori manuali ed all'aggiustaggio presentavano invece qualche piccolo difetto, in parte dovuto alla genetica, in parte all'educazione scelta per questo tipo di personale. Geneticamente erano stati usati dei riproduttori dotati di molto senso pratico, intuito per le cose materiali, grande manualita', ma scarsa fantasia. L'educazione scelta fu principalmente tecnica, tesa ad affinare sempre di piu' queste stesse doti: le materie letterarie umanistiche furono ridotte all'osso a favore dei laboratori pratici, delle materie specifiche e della pratica in stabilimento. I primi tecnici che uscirono furono dei giovanottoni in apparenza chiassosi ed allegri, che riuscivano a riparare ogni cosa. Erano dotati di un intuito naturale per le cose meccaniche, elettrotecniche ed elettroniche. Quando mettevano le mani su qualche aggeggio, lo smontavano e lo riparavano immediatamente, ma non erano assolutamente in grado di spiegare a parole perche' avevano agito in quella maniera: se interrogati rimanevano a bocca aperta fissando un punto nel vuoto. Qualcuno rispondeva: " Perche' di si', perche' l'ho visto fare", ma non sarebbero riusciti ad aggiungere altro, nemmeno sotto tortura. Questo, per la Ditta, non era un difetto grave, il guaio era, che questi nuovi tecnici, cominciarono ad ammalarsi, in eta' giovanile, di malattie psicosomatiche. Soffrivano precocemente di ipertensione arteriosa, asma bronchiale fin da bambini, ulcera gastrica, rettocolite ulcerosa, enterite segmentaria, infarto del miocardio, una miriade di malattie cutanee, cefalea e molti altri disturbi. Nessuno aveva mai raccontato loro le fiabe e le storie dell'infanzia, cosi' erano troppo pragmatici e non avevano nessuna vita fantasmatica. Sembravano essere senza immaginazione e trasformavano ogni conflitto interiore ogni fantasia distruttiva in una malattia. Tutto doveva obbligatoriamente passare attravarso il corpo, cosi', una gelosia verso un collega di lavoro, rimaneva inconsapevole, ma si trasformava ben presto in una gastrite, l'esclusione dalla squadra di calcio degli amici, diveniva un fastidioso mal di testa, una contrarieta' diveniva un rossore cutaneo e se perdurava piu' a lungo si organizzava in una malattia vera e propria della pelle. Non si lamentavano di altro che delle loro malattie organiche, sembravano incapaci di provare sentimenti od emozioni, almeno di esprimerli a livello verbale; cosi' li esprimevano con la sofferenza fisica. Le puericultrici li avevano allevati , nutriti e curati benissimo, almeno da un punto di vista puramente igienico, nessuno aveva pensato pero' che la vita fantasmatica fosse importante persino per un tecnico. Cosi' nei loro pensieri non c'erano mai state fate, streghe, draghi, mostri, angeli, diavoli, ma solo viti, bulloni, trapani e torni. I periti erano ancora peggio, soffrivano degli stessi disturbi degli operai ed erano inoltre piu' sapientoni e piu' arroganti, non accetavano alcuna spiegazione che non fosse puramente tecnica e dimostrabile matematicamente. Veniva da prenderli a pedate. Si dice che I primi tecnici a cominciare a soffrire cronicamente di tali malattie, siano stati addirittura abbandonati nel mondo esterno, dove siano sopravissuti solamente per qualche anno, poi di loro si sono perse le tracce. In seguito tale comportamento inumano e' stato sospeso, e questi tecnici, considerati ormai obsoleti, sono stati ritirati dal lavoro, messi precocemente in pensione e, tenuti lontano da ogni forma di contrarieta' stress o preoccupazione, hanno potuto vivere una vita quasi normale. Successivamente, con opportune modifiche, sia genetiche, che soprattutto educative, si e' riusciti a portare l'aspettativa di vita media dei tecnici fino a quasi 65 anni. Abbastanza per poter svolgere profiquamente il loro lavoro.
Nessuno sa dove si trovava il centro di riproduzione per I manager. Certo e' che oltre alle materie tecniche e matematiche studiavano anche letteratura, filosofia( leggevano soprattutto Neitsche dei filosofi moderni e lo stoicismo degli antichi) e sviluppavano appieno la loro naturale e genetica tendenza al comando.



MONSIGNOR CARAVAGGIO E LA RELIGIONE AZIENDALE


Durante gli anni dell'inizio della riproduzione aziendale, avvenne anche un altro importante fatto che contribui' a sganciarci ulteriormente e definitivamente dal mondo esterno. All'interno della Ditta, di solito la Domenica mattina, si tenevano delle cerimonie religiose. Considerando che I dipendenti provenivano da quasi tutte le parti del mondo, ed avevano diverse religioni, durante tali cerimonie si usava leggere, volta per volta, un brano del Vangelo o della Bibbia alternato ad un brano del Corano o anche di altri testi sacri. Tali funzioni, di solito, venivano officiate da qualche dipendente particolarmente pio o interessato alla religione. Man mano che la Ditta cresceva e si separava dal mondo esterno, il bisogno di religiosita' nei dipendenti andava aumentando, cosi', visto che, pur avendo numerosi filiali in tutto il mondo, la sede centrale della nostra Ditta si trovava in Italia, la chiesa cattolica romana comincio' ad interessarsi di questo potenziale serbatoio di fedeli. Il Santo padre dedico' una pastorale ai nuovi sviluppi del mondo del lavoro dove si asseriva il dovere della chiesa di indirizzare verso giuste mete,la spiritualita' che andava crescendo in tutti I luoghi dove si lavorava. Per questo, nella nostra Ditta, venne inviato un gruppo di giovani prelati con a capo un promettente e giovanissimo vescovo: monsignor Adelmino Caravaggio.
Caravaggio proveniva da un' umile famiglia, I suoi genitori erano stati operai emigrati in Svizzera. Inizio' la sua esistenza come ragazzo prodigio. Educato personalmente dal padre, non ando' mai a scuola, dimostrandosi particolarmente versato nelle scienze matematiche e fisiche, tanto da essere ammesso, una volta fatto ritorno in Italia, ancora giovanissimo, nei circoli culturali di Lovari (PD). Dimostro' subito una notevole vivacita' intellettuale ed una eccezionale abilita' oratoria, tanto che I compagni di gioco lo soprannominarono "Bue muto". Durante I primi studi teologici si interesso' al dogma della trinita' sviluppando una personalissima teoria per la quale lo Spirito Santo era suddivisibile in altre tre persone : la colomba, il passerotto e l'aquila. Inutile dire chi comandava delle tre: a volte la colomba ed il passerotto non venivano nemmeno interpellati. Dopo qualche seduta di elettroshock il suo pensiero torno' ad essere piu' ortodosso e dimentico' almeno momentaneamente l'aquila ed il passerotto. Verso I sedici anni si innamoro' del filosofo Plotino (204-270 D.C.), tanto che la madre seriamente preoccupata per le tendenze sessuali del giovane, consulto' molti medici ricavandone soltanto altre scariche di elettroshock, a voltaggio ancora piu' alto, per se stessa e per il figlio.
La sua prima opera giovanile: " Potrebbe essere, ma potrebbe anche non essere." dimostra un grande possibilismo ed una grande apertura mentale. Il suo pensiero poi, si modifica molto, come dimostra il suo successivo lavoro: "Te lo dico io com'e'" e raggiunge la maturita' con il saggio: "E' cosi' perche' te l'ho detto io, e basta!" In cui Caravaggio diviene piu' consapevole delle sue possibilita' e delle sua aspirazioni.
La sua carriera eclesiastica e' rapidissima, tanto che al momento del suo ingresso in Ditta egli e' il piu' giovane vescovo del mondo. Fin dall'inizio la sua attivita' fu frenetica. Egli dopo un breve periodo invito' segretamente il Santo Padre ad abbandonare Roma e a trasferire la sacra sede in Ditta. Naturalmente il santo Padre rifiuto' categoricamente e consiglio' altre scariche ad alto voltaggio. Sembra che questa posizione ufficiale di Roma abbia coinciso con l'inizio del disaccordo che avrebbe successivamente portato alla divisione tra la Chiesa Romana e la chiesa delle grandi Ditte. Caravaggio torno' poi alla sua primitiva idea sullo Spirito Santo e modifico' la liturgia. Come prima cosa cambio' il modo di muoversi dei chierichetti durante le funzioni. Essi non dovevano camminare ma muoversi con piccoli brevi e rapidi saltelli a ricordare il passerotto, la terza persona dello Spirito Santo. Altre differenze riguardavano il sacramento della comunione: se un fedele toccava con I denti la particola, doveva farsi devitalizzare tutti I denti. Alcuni dissero che aveva istituito questa nuova regola, unicamente per aiutare un suo primo cugino dentista, che dopo la laurea, si era trovato con poco lavoro. Ma tali voci non trovarono mai conferma e rimasero sempre a livello di pettegolezzo. Un'altra questione che contribui' a dividere la religione cattolica ufficiale dalla nostra, fu quella delle famiglie virtuali. Monsignor Caravaggio si schiero' subito a favore della riproduzione aziendale e delle famiglie virtuali, malgrado la chiesa ufficiale avesse fin dall'inizio osteggiato tali pratiche. Caravaggio e gli altri prelati interni sostennero l'idea che la Ditta avrebbe potuto degnamente sostituire sia il padre che la madre e che le famiglie virtuali avevano la stessa dignita' delle famiglie reali, sostenne che l'amore virtuale non e' un falso sentimento e volle addirittura intromettersi personalmente nei programmi virtuali a sostenere dei corsi di educazione sessuale obbligatori per chi si volesse sposare.
In seguito a questi corsi ci fu un calo della libido anche durante le esperienze virtuali. Persino I cartoni animati furono presi da dubbi laceranti e rimorsi. Ricordo che nemmeno mia moglie Alice Virtuale, con la quale non avevo avuto prima alcun tipo di problema, cadde in una sorta di depressione. Non ci voleva piu' stare con me. Voleva misurarsi la temperatura basale prima di ogni rapporto o che addirittura le esaminassi il muco cervicale con un microscopio prima di fare l'amore. Inutile dire che queste pratiche spegnevano ogni mio ardore. Grazie a Caravaggio, anche in virtuale, erano entrati I problemi, anche perche' il metodo Ogino Knaus non funzionava nemmeno li', e nemmeno in realta' virtuale era possibile rischiare di avere un figlio dopo ogni rapporto. Monsignor Caravaggio ed I suoi sostenevano che bisognava essere responsabili ed usare dei metodi naturali. Quale miglior metodo naturale che quello di esaminare il muco cervicale prima di ogni rapporto? A me sembrava la cosa meno naturale del mondo, e poiche' la gente aveva iniziato ad abbandonare anche la realta' virtuale, ci pensarono I tecnici informatici della Ditta a risolvere questo problema. In ogni programma di esperienze virtuali, cominciarono a crescere degli strani alberi che producevano delle minuscole bacche rosse, se assunte regolarmente, queste bacche, avevano un valido effetto anticoncezionale. Il primo passo dei prelati fu quello di vietare immediatamente tali bacche. I tecnici programmatori obiettarono che, era impossibile definirle non naturali, proprio perche' crescevano naturalmente sugli alberi. A questo punto Caravaggio si ritrovo' in una posizione di stallo perche' avrebbe dovuto dichiarare non naturale tutta la realta' virtuale come aveva gia' fatto la chiesa cattolica romana, ma poiche' aveva fatto proprio di questo argomento un suo cavallo di battaglia per differenziarsi dalle posizioni ecclesiastiche ufficiali, egli rimase molto perplesso: disse solo che bisognava agire " Cum grano salis " e dimentico' ,per il momento, il problema dei metodi contraccettivi naturali. Fortunatamente gli interventi innovativi di monsignor Caravaggio non si limitarono a questo. Egli fondo' il primo seminario aziendale interno da dove avrebbe raccolto ed avrebbe preparato teologicamente, numerose nuove vocazioni. Modifico' sostanzialmete il catechismo sostituendo I peccati contro il padre e la madre con I peccati contro la Ditta ed il lavoro: " Onora la Ditta ed il Lavoro". Unifico' il Battesimo la Cresima e La Comunione che sarebbero stati celebrati con un' unica cerimonia. Tutto questo per evitare spese inutili. Egli aveva notato infatti che soprattutto I fotografi ed I ristoratori erano diventati particolarmente esosi e approfittavano senza alcuno scrupolo di queste feste di natura religiosa, considerando che, per la gente, erano divenute quasi obbligatorie. Inoltre tutti erano stanchi di dover invitare tutti I colleghi, I capi-ufficio, ed I superiori in generale e, se proprio volevano fare festa preferivano farlo liberamente, quando ne avevano voglia e con chi volevano loro, non quando erano obbligati. I fotografi, essendo ormai abituati a farsi pagare, per un album di fotografie, cifre che un dipendente guadagnava in alcuni mesi di lavoro, protestarono energicamente, ma furono sommenrsi dalla gratitudine della gente che si schiero', per la prima volta, apertamente a favore del clero. Questo successo popolare entusiasmo' e diede coraggio a monsignor Caravaggio. I rapporti della nuova chiesa aziendale con la chiesa ufficiale erano divenuti nel frattempo tesissimi. Il Santo Padre accusava apertamente I nostri religiosi di eresia, e continuava ad insistere affinche' si pentissero. Finalmente, dopo aver fatto uno storico sogno premonitore: riguardante un piatto di bollito, che aveva mangiato tanti anni prima, con tanto di cren e varie salse, e che gli era particolarmente piaciuto, Caravaggio, seguendo dei misteriosi nessi associativi, decise di provocare uno scisma tra la religione Cattolica Romana e la religione ufficiale della Ditta. Il giorno successivo al sogno del bollito, egli rispose all'ultima lettera del Papa che titolava "Pentiti", con un'altra missiva che cominciava cosi': "Ravvediti!" " ERESIA" gli rispose il papa. "ANATEMA" replico' Caravaggio. Ormai non c'era piu' spazio per le trattative, e dopo aver ripetutto ancora una volta il sogno del bollito, Caravaggio si incorono' primo patriarca ( inizialmente voleva chiamarsi babbo', ma poi opto' per il piu' serio patriarca) di tutte le chiese aziendali, ed assunse il nome di Gianni Silvio 1. Pose la Santa Sede a Milano, nella sede della nostra Ditta, la totalita' dei fedeli comprendeva oltre a quelli delle nosrtr filiali, anche quelli delle altre grandi Ditte del mondo. A noi era toccato il grande onore di dover ospitare Il primo pontefice di questa nuova grande religione che contava gia' milioni di fedeli in tutto il mondo. Il Santo Padre tento', a questo punto, di ricucire lo strappo invitando il nuovo patriarca a desistere dal suo proposito in cambio del perdono e del ritorno in seno a Santa Romana chiesa: " Dio e' misericordioso, sarai sempre benvenuto tra noi" disse il papa. " Hai tempo fino a Lunedi' per unirti a noi sotto il mio patriarcato" gli fece eco Caravaggio. E tutto fu compiuto.
Da allora fece di tutto per differenziare la nostra religione da quella di Roma: Studio' per cinque anni un nuovo tipo di incenso con un odore leggermente diverso. Poi decise di aggingervi un po' di LSD e le visioni mistiche aumentarono di colpo. Entro' nel consiglio di amministrazione della Ditta col grado di consigliere spirituale e tento' in tutti I modi di ripristinare il potere temporale della chiesa. Elimino' il secondo comandamento " Onora il padre e la madre" e lo sostitui' con il nuovo comandamento: " Onora la Ditta che ti fa da padre e da madre". Chiari' e sottolineo' l'esistenza di tutta una serie di peccati mortali contro la Ditta che per lungo tempo erano stati sottovalutati. Essi comprendevano : arrivare in ritardo al lavoro, impegnarsi poco ed avere uno scarso rendimento, mancare di rispetto ai superiori, discutere criticare o deridere le decisioni della Ditta. Chi commetteva tali peccati andava incontro alle pene dell'inferno, a meno che non si confessase e si pentisse. La penitenza per tali colpe era, comunque a discrezione del sacerdote, e poteva comprendere anche, nei casi piu' gravi, l'espulsione immediata nel mondo esterno. Diede dignita' di sacramento al matrimonio virtuale e raccomando' di amare e rispettare la moglie e di provvedere all'educazione dei figli virtuali. Sottolineo' il fatto che la vita virtuale non era una vacanza dalla moralita', ma che esprimeva una importante parte della spiritualita' dell'uomo, e che quindi doveva essere vissuta secondo I dettami della religione dell'umanita' e della moralita'. Vieto' I contatti con le persone estranee alla Ditta e lancio' una scomunica per tutti coloro che, senza permesso, avessero osato abbandonare l'azienda per il mondo esterno. Da tempo ormai si erano notati degli strani contatti tra impiegati della Ditta e persone che appartenevano al mondo esterno. C'era uno strano commercio di merci ed una familiarita' non gradita tra alcuni personaggi che si aggiravano ai confini della Ditta, sui quali la nostra polizia stava indagando. Avventurieri cercavano di vendere sottobanco I brevetti dei nostri tecnici all'esterno, e questo con ripercussioni sul nostro mondo che sarebbero state molto difficili da interpretare al momento. Inoltre da dove provenivano tutte quelle nuove malattie veneree e non, che erano comparse da qualche tempo tra I nostri impiegati? I medici sostenevano che il nostro sistema immunitario si era ormai disabituato a tutti I germi ed gli antigeni che pullulavano fuori, per cui una malattia, che un tempo sarebbe stata di lieve gravita', rischiava di virulentarsi e di divenire fatale ai nostri giorni. Erano problemi che si erano venuti a crare in seguito al nostro isolamento. In seguito a tutte le protezioni che il sistema aveva messo in atto, eravamo divenuti piu' deboli rispetto agli esterni. Abituati ormai a respirare l'aria a temperatura e umidita' costante della Ditta, mal potevamo sopportare le intemperie esterne, e tutto cio' cominciava a diventare un processo irreversibile. Il nuovo precetto della nostra chiesa era quindi molto opportuno, anche per evitare gravi problemi di salute. Dal punto di vista dogmatico la religione della Ditta differiva dal cattolicesimo ufficiale, oltre che per la questione delle ulteriori tre persone dello Spirito Santo, anche per il problema del Figlioque, problema che ci accomunava agli ortodossi. Questo del Figlioque era un problema di cui nessuno aveva mai capito il senso, nemmeno io, tuttavia, tutti sapevamo che esisteva e che costituiva una incolmabile divisione tra noi e loro. Ad avvalorare questi dogmi, in seguito a degli scavi nei vecchi uffici della direzione, sotto il pavimento, tra le macerie, furono rinvenute delle antiche pergamene con chiaramente visibili dei disegni di un' aquila, un passerotto ed una colomba che si stagliavamo sopra un grandissimo edificio. I nostri religiosi, unici ad essere autorizzati a farlo, interpretarono subito questi antichi scritti come prova dell'esistenza delle tre persone dello Spirito Santo, che vegliavano sopra il grande edificio della Ditta. Dall'interpretazione dell'antico testo si ricavarono altri dati preziosi che confermarono la superiorita' e la giustezza della nostra religione. Che queste antiche pergamene fossero soprannaturali, era anche dimostrato dal fatto, che furono ritrovate cementate in un pavimento che non poteva avere piu' di centocinquanta anni. Come avevano fatto a materializzarsi in un luogo di cosi' improbabile e di recente costruzione, proprio in quei pochi metri quadrati in cui si stavano svolgendo I lavori di demolizione del pavimento, sarebbe rimasto uno dei piu' grandi misteri della nostra religione. Le pergamene divennero ben presto degli importanti testi sacri, esse permisero una interpretazione piu' precisa della bibbia e del nuovo testamento che porto' ad ulteriori innovazioni e differenziazioni sul piano della teologia e della liturgia. Innanzitutto si diede maggior risalto alla figura di S. Giuseppe, patrono del lavoro. Tutti I dipendenti avrebbero dovuto trarre esempio dall'abnegazione, dalla pazienza e dall'obbedienza di S. Giuseppe nell'esercitare il loro lavoro. Il nostro paradiso sarebbe stato piuttosto simile a quello dei mussulmani. Avremmo tutti dovuto lavorare con la qualifica massima, ma avremo potuto finalmente farlo solo per il nostro piacere, senza dover rendere conto a nessun superiore. Avremmo potuto realizzare solo le nostre idee, nessuno piu' ci avrebbe dato un ordine, e saremmo stati sempre pienamente consapevoli del perche' agivamo in un modo piuttosto che in un altro. Saremmo stati circondati, aiutati, ed accuditi da segretarie meraviglise, accondiscendenti, dolci e sensibili ( le donne da segretari maschi) e avremmo avuto sempre e solo collaboratori fedeli, leali ed amichevoli. Inoltre avremmo potuto incontrarci, se lo avessimo voluto, con la nostra compagna virtuale. Nel mio caso sarei potuto rimanere per sempre con Alice Virtuale e con I miei figli. Ognuno avrebbe avuto tutto il tempo disponibile, tutte le capacita' e le facilitazioni per poter coltivare al massimo grado I suoi hobbies. In altre parole, tutti avrebbero realizzato massimamente le proprie attitudini e potenzialita', senza raggiungere mai un limite oltre il quale non sarebbe stato piu' possibile proseguire. Inoltre, poiche' la nostra religione non ammetteva l'immanentismo, ogni persona avrebbe conservato una propria anima individuale, cosi' ciascuno avrebbe potuto raggiungere il massimo delle sue possibilita' e non saremmo mai diventati tutti uguali. Inoltre Monsignor Caravaggio aveva chiarito che anche nell'aldila' sarebbe stato possibile migliorare continuamente le proprie prestazioni con l'impegno e la pratica ripetuta. In altre parole Il lavoro non sarebbe terminato dopo la morte, ma sarebbe stato un lavoro, scelto, piacevole ed arricchente. Se questo continuo miglioramenteo avesse avuto una fine o se fosse andato avanti all'infinito non era dato saperlo. Certamente non si sarebbe fermato per mancanza di entusiasmo o di mezzi o per stanchezza o per la sclerosi e l'impotenza fisica portate dall'eta'. Sarebbe stata soltanto la liberta' e la volonta' individuale a determinare l'impegno da dedicare a queste attivita'. I nostri teologi postularono infatti che una certa forma di volonta' individuale e di liberta', sarebbero continuate ad esistere anche al termine della nostra esistenza. Cosi' ci sarebbero stati vari livelli di paradiso a seconda del grado di perfezione spirituale raggiunta in un dato momento. Se questa corsa verso la perfezione fosse durata all'infinito oppure no, era un argomento che appassionava teologi e filosofi. Sarebbe mai stato possibile eseguire una musica cosi' perfetta da non poter piu' essere migliorata in alcun modo? Sarebbe stato possibile comporre una musica che avesse trasmesso al massimo grado tutte le emozioni che ogni musica puo' dare? Sarebbe stata non piu' una musica, ma "La Musica". La musica come l'avrebbe suonata Dio stesso. Sarebbe stato mai possibile giocare a tennis tanto perfettamente, che nessun miglioramento, nessuna nuova invenzione, nessuna giocata avrebbe potuto, nemmeno per un momento, nel corso della partita, essere tentata in un altro modo? Non giocare a tennis, ma giocare il "Tennis". E se una perfezione in tutte le cose fosse stata possibile, cosa sarebbe successo poi di noi? Saremmo arrivati al cospetto di Dio? Avremmo finalmente potuto contemplare e capire il suo volto? Avremmo mantenuto ancora la nostra individualita' e la nostra liberta' o ci saremmo fusi con Lui? Queste erano le principali domande che si ponevano I nostri teologi, senza raggiungere un accordo definitivo. C'era chi, come Monsignor Caravaggio sosteneva che il paradiso consistesse in questo meraviglioso miglioramento continuo dell'uomo, in tutte le sue forme , ma che non sarebbe mai stato possibile raggiungere la perfezione. Raggiungere la perfezione equivaleva a dire che L'uomo poteva raggiungere Dio, e questa rimaneva un' eresia. Tra gli alti prelati, c'era chi invece postulava una specie di punto di arrivo che avrebbe coinciso con la beatitudine totale, l'adorazione e la contemplazione di Dio. Tutti comunque, ammettevano che anche raggiunti I propri limiti, l'uomo poteva ancora progredire, usando la volonta', l'energia ed I mezzi di conoscenza infiniti di cui avrebbe potuto disporre. Questa concezione avvicinava la nostra religione al Buddismo che postulava un continuo miglioramento dello spirito umano attraverso successive reincarnazioni, la differenza era che da noi, secondo Caravaggio, questo miglioramento probabilmente sarebbe continuato all'infinito e avrebbe costituito di per se una delle principali gioie del paradiso. Non sarebbe stato mai neccessario raggiungere il nirvana, cioe' la mancanza di volonta', la pace assoluta, l'unione definitiva con l'universo e con Dio. L'inferno invece altro non era che un luogo in cui si lavorava senza sapere perche'. Si svolgevano soltanto piccole parti ripetitive di un lavoro piu' vasto, del cui scopo finale nessuno era a conoscenza. Tutti I dannati avevano posizioni gerarchiche umilissime ed erano continuamente vessati da terribili superiori che , qualsiasi cosa avessero fatto, avrebbero trovato sempre da ridire. Tutto questo per sempre , ogni mattina ed ogni sera, compresa la Domenica. Durante il tempo libero, dovevano sdraiarsi in speciali vasche nere piene di fuoco attizzate da demoni, le cui sembianze erano le stesse dei loro superiori, capi ufficio e manager. Tuttavia, nemmeno I dannati dell'inferno perdevano la loro volonta' e la loro liberta', ed era ammesso anche per loro, se malgrado tutto, avessero lavorato bene e con passione e fossero riusciti a farlo, non soltanto per migliorare la loro posizione, ma per il bene della Ditta, di poter raggiungere un giorno il paradiso. Infatti qualsiasi colpa umana, anche il tradimento della stessa Ditta, per quanto potesse essere orribile, rimaneva sempre una colpa finita. L'uomo per quanto malvagio e libero non sarebbe mai riuscito a commettere un peccato di dimensioni infinite, per cui Dio, essendo infinitamente giusto , non avrebbe mai potuto permettere che fosse condannato ad una pena infinita. L'obiezione dei teologi romani, che era l'uomo stesso, con la sua liberta' a scegliersi l'inferno, nella nostra religione non reggeva, in quanto la liberta' e la volonta' dello spirito umano perduravano anche nell'altra vita. Anche dall'inferno, dunque si poteva uscire, o meglio, nemmeno l'inferno durava per sempre, non per tutti almeno. Soltanto chi avesse deciso coscientemente di continuare ad esercitare male il proprio lavoro ed I propri compiti sarebbe dovuto rimanere all'inferno. Il purgatorio, non essendo piu' neccessario, non esisteva come luogo separato, era soltanto l'ultimo stadio dell'inferno e rappresentava il momento in cui le anime dei peccatori si rendevano pienamente conto del male che avevano compiuto in vita. Questa visione escatologica contribuiva a differenziare ancora meglio la nostra religione da quella del mondo esterno. Ormai erano moltissime le cose, religiose e non, che ci separavano da chi viveva fuori: La nostra condizione economica, per gran parte di noi, era migliore. Nessuno temeva di non trovare il lavoro e nessuno aveva la preoccupazione di non trovare l'occupazione adeguata. Tutto era gia' deciso alla nascita o nei primi anni di vita, in base alle predisposizioni genetiche ed attitudinali dimostrate precocemente. Ogni tipo di stress era quindi evitato ai nostri giovani, che potevano dedicare cosi' tutte le loro energie al lavoro per il quale erano piu' portati. I nostri psicologi avevano studiato tutti I migliori metodi per sublimare l'aggressivita' e trasformarla in energia positiva. Energia che poteva essere usata per I nobili scopi dell'utilita' della Ditta. Non esistevano quasi I furti, e non esisteva nemmeno la poverta' perche' le condizioni economiche minime erano garantite per tutti. Era garantita l'istruzione, la casa e la mensa aziendale. Lo stipendio serviva solo per le spese voluttuarie ed era soltanto leggermente diverso per le varie categorie di dipendenti. Nessuno era ricchissimo e nessuno era povero, la differenza consisteva soltanto nella posizione lavorativa, ma nemmeno questo era causa d'invidia perche' tale posizione veniva assegnata molto precocemente e nessuno poteva mettere in dubbio la giustezza di tale scelta. Forse eravamo un po' meno liberi, ma molto piu' ordinati e sicuri dei nostri simili, che per forza o per volonta', dovevano ancora vivere fuori.
C'era chi giurava, e tra essi monsignor Caravaggio, che il sistema di vita addottato nella nostra Ditta sarebbe divenuto un sistema di sviluppo sociale obbligatorio, un sistema di evoluzione sociale analogo al passaggio biologico dalla unicellularita', alla pluricellularita' che era avvenuto in tutti gli organismi superiori. In altre parole, come un mammifero era superiore ad un'ameba, cosi' la nostra Ditta era superiore ad ogni altro sistema basato sull'individualismo, per quanto evoluto fosse. Il guaio era che questi organismi pluricellulari, che mi raffiguravo come grossi scarafaggi, pur volendo fare il nostro bene, erano troppo brutti. Si muovevano sulle nostre teste, incuranti delle nostre singole volonta', senza nemmeno avere piena coscienza di cio' che essi stessi volevano o stavano facendo. Una cosa comunque era certa: essi volevano vivere

ALICE VIRTUALE

Finalmente conobbi una donna reale, una collega d’ufficio della quale mi sembrava di essere innamorato, ma prima di approfondire questa nuova storia dovevo assolutamente recarmi, almeno un'altra volta, in realta' virtuale e spiegare ogni cosa ad Alice Virtuale ed alla mia famiglia. ne avevo già accennato alla mia compagna reale, lei non aveva fatto altro che ridacchiare, quasi fosse una cosa da bambini. Quasi che le esperienze virtuali fossero da considerare alla stregua di giocattoli per passare il tempo e nulla piu'. Non era assolutamente cosi'. Alice Virtuale non era una semplice proiezione di me stesso: si era molto modificata dalla prima volta che l'avevo conosciuta era completamente diversa. In qualsiasi parte si trovasse: nella Ram del mio compiuter, nel disco fisso, o nella CPU, non era una semplice parte del computer, era una entita' autonoma, ne ero sicuro quando l'avevo vicina e sentivo il calore del suo corpo. Quandi mi veniva incontro sorridente e contenta di vedermi, ero sicuro: non poteva essere solamente un pezzo di plastica lavorato. Anche se apparteneva ad un programma inizialmente elaborato da un tecnico, qualunque cosa fosse, fosse pure una sequenza continuamente variabile di 0 e di 1 in qualche circuito integrato, lei, da qualche parte esisteva e mi aspettava. Del resto che cosa c'era di cosi' diverso nel pensiero umano? In fondo anche le membrane esterne dei nostri neuroni si polarizzavano in seguito al contatto con dei mediatori chimici, e da questo contatto partiva un potenziale d'azione che si propagava lungo una fibra nervosa fino a raggiungere la successiva sinapsi. Cosi' la corrente nervosa passava di cellula in cellula, da area nervosa ad area nervosa dando origine a seconda dell'area interessata ad emozioni, immagini, suoni, colori. Sarebbe bastato collegare il nervo acustico all'area visiva ed avremo potuto vedere I suoni ed I rumori, oppure collegare I nervi ottici con l'area acustica ed avremmo potuto udire I colori. Il mondo sarebbe stato diverso: ci saremo mossi nello spazio riconoscendo I suoni o I rumori degli oggetti, ed avremmo potuto vedere le luci di una sinfonia di Beethoven. Mi sa che avremmo perso molto: quali armonie di suoni avrebbe potuto pareggiare la sensazione che ci hanno offerto le curve di Marilin Monroe? Giusto il canto delle sirene che spingeva I marinai a trovare la morte nell'oceano, poteva offrire un paragone accettabile. Le battute di Woody Allen,che colori e che forme, avrebbero dovuto avere per farci ridere? Difficile da prevedere. Indubbiamente se avessimo adottato questa modalita' fin dalla nascita I nostri centri nervosi, le nostre aree cerbrali acustica e visiva avrebbero imparato a lavorare in un altro modo. Tuttavia il pensiero piu' evoluto sarebbe nato sempre dalla miscela ( elaborazione) di tutte queste nostre sensazioni: una pausa tra afferenze ed efferenze, tra input ed output. Tutto cio' in fondo non era molto diverso da quanto accadeva ad Alice. Anche I nostri processi fisiologici del pensiero, come I suoi, obbedivano alla legge del tutto o niente: o la depolarizzazione era sufficiente a scatenare un potenziale d'azione o non si aveva alcun potenziale. L'intensita' degli stimoli era dovuta alla frequenza dei potenziali d'azione ed alla quantita' delle fibre e delle cellule interessate. Ma per ogni singolo neurone il potenziale d'azione obbediva alla legge del tutto o niente, come avveniva nei circuiti integrati: assenza di tensione uguale 0 presenza di tensione uguale 1. Quando pensavo ad Alice Virtuale, non in termini di donna ma in termini di entita' programmata, me la immaginavo come un grandissimo pannello sul quale si accendevano e si spegnevano contemporaneamente milioni di lucette colorate che davano origine ad infinite combinazioni sempre diverse che rappresentavano quell'entita' sempre nuova, sempre mutevole che io chiamavo Alice. Avevo segretamente da sempre sperato che Alice Virtuale oltre a poter interagire con me, potesse provare anche qualche cosa che assomigliasse in qualche modo a cio' che noi usiamo chiamare emozioni, stati d'animo, sentimenti. La cosa sarebbe stata molto lusinghiera per me ma per quanto ne sapevo era impossibile. Come tutte le cose che mi piacevano o era pericolosa o faceva assolutamente male o era impossibile.
Da alcuni giorni vivevo nella continua sensazione che qualcuno, da qualche parte, mi stesse aspettando. Sapevo che la cosa non era possibile, tuttavia non ci potevo fare nulla. Avvertivo una specie di ansieta' continua ed un senso di colpa che mi spingevano a tornare in realta' virtuale.Quel pomeriggio, per correttezza, informai ancora una volta di cio' la mia compagna reale, lei disse di sbrigarmi il piu' presto possibile, cosi' poi avremmo potuto dedicarci ai nostri nuovi progetti che tanto le stavano a cuore. Non indugiai oltre, mi avviai verso il computer, inserii il programma, che per la verita' occupava ormai tutto il disco fisso, applicai alle tempie gli elettrodi e me ne andai. Trovai la nostra abitazione virtuale accogliente come sempre, esattamente come l'avevo lasciata, notai a malapena che c'era anche una gradevole musica di sottofondo, entrai nel soggiorno ed Alice Virtuale mi venne incontro con le braccia aperte ed il sorriso sulle labbra. " Quanto mi sei mancato amore" mi disse. Era l'unica entita nell'intero universo che mi avesse mai chiamato amore, ed era anche l'unica entita' dalla quale io avrei tollerato di farmi chiamare cosi'. Se lo avesse fatto qualche altra persona, nel mondo reale, avrei avvertito una sorta di nota stonata, come una presa in giro od una forzatura. Mi sarei subito chiesto: Dov'e' la fregatura? Era difficile poter dire Amore seriamente e conservare la faccia. Nemmeno io l'avevo mai fatto. Al massimo avevo detto qualche volta mi piaci o ti voglio bene, ma non ricordavo di avere mai detto ti amo. La cosa diventava sempre piu' difficile man mano che gli anni passavano: alla mia eta' ormai erano rimasti in pochi, a parte qualche deficiente, gli uomini che potevano seriamente dire ti amo. Io avrei tollerato volentieri un ti voglio tanto bene soprattutto dal piccolo Francesco, la cui serieta' e sincerita' avevo gia' imparato ad apprezzare, ma lui, proprio per questi motivi, si sarebbe guardato bene dal dirmelo. Con Alice Virtuale le cose erano del tutto diverse: lei era stata fatta apposta per dirmi" ti amo" quindi, non c'era traccia di ironia, di risentimento per cose passate, di interesse in lei e nella sua voce. Era un paradosso che la realta' virtuale, in queste cose, apparisse meno finta di quella reale. " Dove sei stato? Temevo che tu non arrivassi piu. Lo sai senza di te io non posso vivere. Senza di te non esisto." Anche questo era sicuramente vero. Se il programma non andava Alice rimaneva spenta, non esisteva e non poteva avere nuove esperienze ne' acquisire niente di nuovo. L'unica cosa che io mettevo in dubbio era che cio' le potesse veramente importare. La presi tra le braccia, feci aumentare la musica, abbassai le luci ed incominciammo a danzare insieme. Mi sembrava un buon modo per dirle che avevo un'altra donna reale e che non sarei piu' potuto tornare. Mentre stringevo il suo corpo caldo e sentivo I suoi seni sodi sul mio petto, mi veniva sempre piu' difficile credere che si trattasse solamente di un pezzo di programma che interagiva col computer, no dovunque si trovasse e qualunque cosa fosse, lei era un'entita' autonoma, che io stavo stringendo tra le mie braccia. Accanto a me sembrava felice, era felice di ascoltarmi e non aveva mai niente di meglio da fare che interessarsi a me, al mio lavoro, ed alle mie idee, non provava risentimento, odio, invidia, non si metteva in competizione. L'unica cosa che mi dimostrava era il dispiacere che aveva provato per la mia lunga assenza ed il piacere che provava in quel momento di vedermi e di potermi riabbracciare. " Anche a me sei mancata Alice" dissi. Ancora una volta sentivo che qualsiasi cosa potesse essere Alice Virtuale, fosse pure un insieme pulsante di differenze di potenziale racchiuse nei circuiti integrati del mio computer, essa esisteva veramente come entita' unica, separata dal resto del computer ed era sempre diversa di volta in volta. Ricordava tutto quello che avevamo fatto insieme e ne traeva insegnamenti nuovi per modificare il suo comportamento futuro. Continuava tuttavia a rimanere perennemente innamorata di me, a vedere in modo positivo tutte le mie azioni, ad idealizzarmi, come fanno le adolescenti innamorate. Con lei sarei rimasto per sempre un principe azzurro, anche ad ottanta anni. Per fortuna, la realta' virtuale ringiovaniva anche me e non comportava eccessivo dispendio di energie fisiche, cosi' avrei potuto sostenere per sempre quella parte da attor giovane. Alice continuava a stringermi sempre piu' forte ed a muoversi sinuosamente, potevo avvertire il suo profumo ed il suo corpo caldo tra le mie braccia. Non l'avevo mai vista cosi' bella, era estremamente spontanea, si muoveva naturalmente con una grazia da ballerina, ed era veramente difficile resisterle. Mi stava stregando in un modo nuovo, diverso dalle altre volte, quasi avesse intuito quello che avrei dovuto dirle. Cercai di concentrarmi su cio' che dovevo dire, mi feci forza ed iniziai: " Alice devo parlarti. Dall'ultima volta che ci siamo visti sono accadute molte cose, anche per questo mi sono dovuto assentare per cosi' tanto tempo. Tu sai che prima di conoscere te, avevo una ragazza con la quale ho convissuto per qualche tempo. Ebbene ora lei e' tornata ed abbiamo deciso di rimetterci insieme." Alice si mise a piangere sommessamente. "Vuoi dire che non ci rivedremo piu', questa tua decisione sara' la fine della mia esistenza, tu lo sai, senza di te io non posso vivere. Rimarro' per sempre spenta, non potro' piu' acquisire nuovi dati, moriro'." " Non dire parole grosse" replicai, "comunichero' al tecnico informatico la mia decisione. Con qualche aggiustamento del programma, tu potrai essere adattata ad un altro dipendente e potrai continuare ad esistere."
"No, ti prego, non farlo, questa e' la cosa peggiore che hai detto, non sarei piu' io. Io sono stata fatta per te ,non sarei piu' io se dovessi vivere con un altro uomo, tu lo sai, sei tutta la mia vita, non sono parole vuote, e' la pura verita' e lo sai." " Alice", replicai quasi stizzito," non farla troppo lunga, tu non puoi nemmeno provare sentimenti. Sei soltanto stata programmata per rispondermi in questo modo e per compiacermi. Ma se ti comporti cosi', non mi compiaci affatto, tu non sai cos'e' l'amore, non puoi dire se mi ami veramente o no". " Perche' tu pensi di sapere cos'e' l'amore?" Rispose lei inaspettatamente " Io so solo che sono nata per esistere e non desidero sparire nel nulla o modificare cio' che sono, qualsiasi cosa io sia e dovunque mi trovi. Per quanto riguarda il fatto di essere stata programmata, sei sicuro di non esserlo stato anche tu? Ti senti pienamente libero? Hai costruito da solo il tuo cervello individuale che ti fa provare quei sentimenti che ti fanno sentire cosi' superiore, o l'hai trovato gia' fatto quando sei nato? Se ci pensi bene anche tu sei stato programmato a reagire in qualche modo predeterminato; tutto cio' che hai potuto modificare ti e' derivato dall'esperienza. Lascia anche a me questa possibilita'." Forse avevano scaricato nel programma di Alice Virtuale qualche Giga di filosofia meccanicistica. Si' forse era vero che anche noi eravamo stati determinati dal nostro DNA, dal nostro codice genetico, certamente non eravamo pienamente liberi, almeno pero' continuavamo ad esistere allo spegnimento del computer, anche dopo la morte sosteneva monsignor Caravaggio, ma questo era tutto da vedere. Per la prima volta mi sentivo leggermente a disagio parlando con Alice Virtuale. " Vorresti forse dire che a partire dall'esperienza, sei arrivata a provare qualcosa di simile a quello che gli uomini chiamano emozioni, sentimenti, amore? Cosa vuoi significare quando mi dici che mi ami" chiesi leggermente irritato. " Non lo so, so solo che sono stata fatta fatta cosi', non so se provo qualcosa di analogo a quello che voi chiamate emozione, tuttavia non mi va di sparire nel nulla per sempre . Il programma a cui appartengo non e' semplice, ormai ha una memoria di parecchi Gigabite, anche se la nostra unita' di memoria piu' elementare puo' assumere soltanto due stati che vengono associati ai numeri 0 ed 1, il programma ha ormai raggiunto un grado di complessita' tale, vi sono cosi' tanti sistemi di feed back al suo interno, che non credo sia piu' possibile rispondere semplicisticamente ad una domanda come questa. Anche I vostri neuroni, l'unita' elementare del vostro pensiero, del resto obbediscono alla legge del tutto o niente: 0 oppure 1, potenziale d'azione o ritorno al potenziale di riposo. Io so soltanto che esisto e che vivo per te. Questo non lo posso cambiare, diventerei un'entita' totalmente differente da quella che sono ora, andrei al di la' dello scopo per cui sono stata creata. Questo e' un mio limite." " Senti Alice" dissi irritato " Questa discussione sta diventando paradossale. Tu dici : Io so soltanto che esisto. Io invece sono convinto che sicuramente esisti, ma altrettanto sicuramente non sai di esistere, non hai l'autocoscienza, non la puoi avere. Tutto quello che tu mi dici e' frutto della tua programmazione e delle successive esperienze che hai potuto fare. Non puoi avere l'autocoscenza, del resto anche l'uomo prima di divenire cosciente di se stesso ha impiegato forse migliaia di anni, ed anche adesso la parte che agisce consapevolmente e' solo la punta di un iceberg, tutto il resto e' inconscio, difficilmente spiegabile ed a volte in contrasto con il nostro io, con la nostra parte conscia. Non per nulla abbiamo anche imparato ad usare delle difese contro I nostri desideri inconsci e se queste difese non reggono ci ammaliamo, perdiamo la capacita' di godere la vita. Non e' possibile che tu abbia sviluppato l'autocoscienza." " Io non voglio essere spenta, non e' questo un inizio di autocoscienza?" " Questa discussione e' come un gatto che si morde la coda" dissi " sei sempre tu a dire di non voler essere spenta, ma tutto cio' che dici ti e' stato immesso da chi ti ha programmato".Anche tu sei stato programmato" mi disse disperata Alice " anche tu risulti da una parte programmata, il DNA e da una parte appresa, le esperienze". " Basta!" Aggiunsi in tono perentorio-" Sono venuto per dirti addio, domani avvisero' il tecnico di fare alcune piccole modifiche al tuo programma, cosi' potrai continuare ad esistere, sarai solamente adattata per un altro dipendente. " No ti prego, non farlo" scongiuro' Alice " Non sarei piu' io e' come se morissi due volte. Piuttosto tienimi spenta, potresti sempre ripensarci. Prenditi un po' di tempo, che fretta c'e'. E' possibile che io sia solamente una figurina colorata costruita sui tuoi desideri per compiacerti, ma puo' darsi che stia diventando qualcosa di piu'. Ti scongiuro prenditi un altro po' di tempo." " Ho gia' deciso." Risposi " Oramai ho una compagna reale, sarebbe come condurre due vite parallele, non sarebbe onesto. E' inutile che tu insista. Il programma dovra' essere adattato per un altro dipendente, vedrai, non te ne accorgerai nemmeno. Io potrei venire qualche volta a farti visita, naturalmente come un vecchio amico e nulla piu'". A questo punto Alice ebbe una reazione che non avrei mai piu' dimenticato: mi strinse ancora piu' forte tra le sue braccia, mi avvolse nel suo profumo, e mentre la musica cresceva, mi diede un lunghissimo ed appassionato bacio e mi disse: " Addio amore". Ebbi un bagliore luminoso, avvertii un terribile ronzio nelle orecchie e mi trovai stordito, seduto sulla poltrona dello studio della mia casa reale a fissare lo schermo spento del computer. Fuori infuriava un violento temporale; per una strana ragione il programma era saltato: un calo di tensione mi disse il tecnico piu' tardi. Tentai di riavviare il programma, riuscii ad entraci, trovai la casa I mobili, ma di Alice nessuna traccia. Si erano salvati anche numerosi file sonori di estensione Wav, Files che erano stati la colonna sonora della mia storia con Alice Virtuale. Malgrado la situazione paradossalmente drammatica non potei evitare un pensiero quasi comico: Alice virtuale mi aveva lasciato anche la casa. Sicuramente sarebbe spettata a lei in un normale matrimonio. Lei invece, anche questa volta, si era comportata in questo modo sicuramente irreale. Chiesi al tecnico dei computer come era stato possibile il verificarsi di una perdita di programma cosi' settoriale: era scomparsa solo Alice ed I due miei figli virtuali, dei quali scoprii, non me ne importava nulla. Il tecnico mi rispose che molto probabilmente in seguito al temporale, si era danneggiato un cluster del disco fisso, relativo all'indice dei personaggi. In particolare proprio quello di Alice Virtuale: cosi' il programma era esistente ma non piu' operativo. Per uno di quei strani casi del destino il cluster si era danneggiato proprio mentre Alice mi stava dicendo addio per sempre. Come al solito le cose potevano trovare due spiegazioni antitetiche: Una razionale, squallida, ma possibile ( il danno al cluster), l'altra romantica, spirituale, ma impossibile ( il suicidio di Alice per amore). Optai per l'opzione piu' razionale, anche se Alice Virtuale sarebbe rimasta per sempre nel mio cuore ed inconsciamente da allora mi sentii per sempre colpevole nei sui riguardi. Dopo vari tentativi di ritrovare Alice Virtuale vi rinunciai per sempre.




LA DITTA REAGISCE

Dopo la scomparsa definitiva di Alice virtuale la situazione interna cominciò a precipitare cominciavo ad avvertire sempre più distintamente una strana sensazione di oppressione e di paura non più mitigata dalle mie permanenze in realtà virtuale. c Il giornale della Ditta e la televisione a circuito interno continuavano a diffondere notizie allarmanti che mettevano in rilievo le intollerabili ingerenze provenienti dall'esterno. Monsignor Caravaggio appariva quasi ogni giorno sugli schermi, era invitato a moltissime trasmissioni e batteva continuamente su di un solo tasto: secondo lui la nostra civilta' sarebbe stata destinata a scomparire se le cose non fossero cambiate drasticamente a breve termine. Tutti I nuovi permessi per recarsi all'esterno furono sospesi, inoltre si parlava gia' di revocare anche quelli gia' esistenti e di vietare ai dipendenti il lavoro part-time. Le voci relative a misteriose epidemie derivanti da rapporti dei dipendenti con untuori provenienti dal mondo esterno diventavano sempre più insistenti e minacciose. Il disagio che provavo cominciava ad accrescersi ed a trasformarsi in paura. L’aspetto architettonico stesso della Ditta andava modificandosi e diventava congruo con i miei sentimenti. Dalle finestre rigorosamente chiuse e protette da vetri speciali, sgradevolmente giallastri, potevo vedere gli edifici della Ditta interamente ricoperti dai nuovi pannelli imbottiti di piombo: sembrava una prigione piu' che un posto di lavoro. Improvvisamente ebbi uno sgradevole presentimento: a che cosa dovevano servire tutte quelle protezioni? Una strana idea comincio' a farsi strada ossessivamente nel mio cervello. Qualcosa che avevo probabilmente sempre saputo, che tutti avevamo sempre saputo, ma che non aveva mai raggiunto la soglia della nostra coscienza. Qualcosa di talmente orribile che nessun uomo avrebbe potuto sopportare, una decisione che nessun uomo avrebbe mai voluto prendere e che quindi era stata demandata ad un' entita' sovraindividuale che doveva assumersela su di se' e decidere al di sopra di noi tutti per il nostro bene. Quasi a confermare il mio presentimento, proprio in quel momento parti' il segnale d'allarme generale. In tutti gli uffici, in tutte le officine, in tutti I locali della Ditta, il rumore assordante, sgradevole, terrificante delle sirene esplose a tutto volume. Contemporaneamente dagli altoparlanti posti un po' ovunque, la voce di monsignor Caravaggio esortava tutti alla calma ed a mantenere il controllo dei nervi. Era solo la nostra Ditta che si stava difendendo dalle aggressioni esterne, e questa volta sarebbe stata l'ultima difesa, quella definitiva. Monsignor Caravaggio assicurava che per I dipendenti non ci sarebbe stato alcun pericolo: grazie alle nuove tecnologie, a quei famosi pannelli imbottiti di piombo ed ai vetri speciali eravamo completamente protetti e sicuri. Mentre la voce calma e sicura di Caravaggio continuava a fornire rassicurazioni, quello che tutti ormai da tempo ci aspettavamo divenne improvvisamente e definitivamente realtra' sotto I nostri occhi e le nostre orecchie. Si udi' un gran frastuono un rumore spaventoso ed innaturale seguito dopo pochi istanti da altre esplosioni ancora piu' forti. In pochi minuti, in tutto il mondo erano stati lanciati migliaia di missili atomici della potenza pari a circa 40 chilotoni di TNT, al nucleo di uranio. In tutte le citta' di tutto il mondo, un missile atomico ogni 20 chilomentri stava esplodendo distruggendo definitivamente quella che era stata la civilta' esterna alle grandi Ditte, anzi, per migliaia di anni, l'unica civilta' umana esistente. Dalle finestre dell'ufficio potevamo vedere le enormi esplosioni, I bagliori che si succedevano. Non ci furono scene di panico, tutti avevamo inconsciamente immaginato per anni questo momento ed ora che era arrivato ci sembrava di stare assistendo ad una scena inevitabile scritta , dalla notte nei tempi nel DNA, nel destino dell'uomo. Alice mi abbraccio' e pianse sommessamente e compostamente. Io pensai al mio amico Agostino, a tutti I collaboratori che avevano lavorato con noi nello scatolificio, pensai alla citta' di Milano, ai suoi rumori, alle sue contraddizioni stridenti, ai soldi ed alla spietatezza economica, alla sua meravigliosa liberta', pensai alle speranze di milioni e milioni di persone troncate in quel preciso istante, ma non riuscivo a piangere, rimanevo inspiegabilmente calmo a guardare. Le bombe produssero tre tipi di forze distruttrici: un' onda d'urto procedente alla velocita' del suono che appiatti' tutti gli edifici; raggi termici ad una temperatura superiore alla superficie solare che bruciarono, ustionarono, distrussero ogni essere vivente per un raggio che arrivava a toccare il raggio della bomba sganciata piu' prossimamente; e radiazioni che si propagavano alla velocita' della luce e la cui efficacia mortale sarebbe perdurata nel tempo. Tutto era stato studiato accuratamente per non dare scampo ad alcuno, era stata preferita la strategia di sganciare tante piccole bombe contemporaneamente, (ognuna di queste bombe aveva circa la potenza di quattro volte quella sganciata ad Hiroscima) rispetto a quella di sganciarne poche e potentssime. Il 35% dell'energia totale delle bombe consisteva in raggi termici, circa il 50% era contenuto nell'onda d'urto,e circa il 15% era energia radioattiva, era un coktail mortale dal quale non ci sarebbe stato scampo per nessuno. Varie colonne a forma di fungo si levarono instantaneamente dalle varie esplosioni e salirono fino a raggiungere la stratosfera. Dopo circa 20 minuti si sviluppo' una tempesta di fuoco causata dalla rarefazione dell'aria sovrastante le zone colpite dalle bombe; inizio' poi un forte vento proveniente da tutte le direzioni che continuo' per ore. Tizzoni ardenti di materiali infiammabili, lamiere cartoni mulinavano nell'aria e ricadevano sul terreno portando distruzione e morte e contribuendo ad incendiare ogni altro materiale infiammabile. Il vento fu accompagnato da una pioggia nera, densa e vischiosa, provocata dalla condensazione del vapore acqueo contenuto nella massa dell'aria ascendente. La pioggia provoco' la ricaduta sul terreno delle particelle radioattive. Fortunatamente gli scienziati della Ditta avevano previsto tutto cio', ed avevano approntato degli speciali strumenti che usavano ventilatori e getti d'acqua e che mettendosi in funzione, avrebbero provveduto ad allontanare gran parte delle particelle radioattive dagli stabilimenti della Ditta. La voce calma di Caravaggio dagli altoparlanti ci fece sapere che I nostri scienziati avevano trovato il modo di ridurre di moltissimo il tempo di dimezzamento della radioattivita', entro pochi anni saremo potuti uscire liberamente dagli edifici della Ditta e andare a ricostruire il mondo. Ci stavamo avviando verso una nuova era di prosperita' e di pace, il prezzo da pagare era stato altissimo, ma era stata l'unica soluzione possibile, l'unica soluzione definitiva che avrebbe eliminato per sempre ogni tensione sociale, ogni differenza intollerabile tra gli uomini e avrebbe permesso la nostra sopravvivenza in questo pianeta per un tempo indefinitamente lungo. Molti piangevano sommessamente guardando dalle finestre lo spettacolo della fine della civilta' dalla quale provenivamo, alcuni avevano amici al di fuori della Ditta, alcuni avevano addirittura sperato di poter uscire a farsi una nuova vita. Ora che tutto era finito ci sembrava che ogni cosa avesse seguito il suo corso naturale, che questa catastrofe fosse stata scritta da sempre nel destino del mondo. L'angelo della morte era passato ed aveva diviso I buoni dai cattivi: era il prezzo che l'umanita' doveva pagare per poter sopravvivere. Era stata presa una decisione necessaria che nessuna persona, nessun individuo singolo avrebbe potuto prendere, infatti la responsabilita' di quanto stava accadendo non era di un uomo, ma era della Ditta stessa. Era la Ditta che leggendo nel nostro inconscio collettivo aveva agito nell'unico modo che noi pur non potendo ammettere avevamo inconscamente desiderato, l'unico modo che avrebbe garantito per sempre la nostra sicurezza e la sua stessa esistenza. Fino all'ultimo momento infatti, nessun dipendente, nemmeno monsignor Caravaggio stesso poteva sospettare che avrebbero sganciato tutte quelle bombe ed avrebbero distrutto ogni forma di vita esterna. Tutti pero' avevano contribuito con una piccola parte di aiuto alla realizzazione di quel piano, ognuno aveva fornito il suo piccolo mattone senza voler sapere a che cosa fosse servito tutto cio'. La coscienza di quanto stava per accadere ci era stata risparmiata, ed in futuro probabilmente avremmo dovuto comprendere che la coscienza individuale non era di per se' un bene. Forse era stato proprio il desiderio di autocoscienza, di autoaffermazione e di liberta' individuale che ci aveva fatto precipitare dall' Eden, dal paradiso terrestre. Forse era stato proprio questo il peccato originale che aveva distinto l'uomo dalle altre creature e che lo aveva messo in una posizione di disarmonia con la natura. Probabilmente, in futuro avremmo dovuto abituarci a ridurre di molto, se non a far scomparire la nostra autoconsapevolezza a favore della Ditta. La Ditta ci avrebbe riaperto le porte dell'Eden ed avremmo potuto vivere per sempre felici in un nirvana collettivo, demandando ogni difficile decisione, ogni angoscia. Avremo finalmente potuto vivere in modo innocente senza piu' avere la gravosa consapevolezza del bene e del male. Non era nemmeno una novita', gia' da molti anni, anche nel mondo esterno, le istituzioni pubbliche si comportavano in questo modo. Negli ospedali, ad esempio, vi erano dei medici bravissimi ed onestissimi ed ognuno faceva bene il suo lavoro: il chirurgo operava in modo encomiabile, l'anestesista addormentava il paziente, lo seguiva nel decorso operatorio e non gli faceva sentire alcun dolore. L'infermiere assisteva con competenza ed umanita' e qualche volta era l'unico ad accorgersi che malgrado la perfezione tecnica, qualcosa non andava. Gli impiegati dell'Asl sbrigavano in modo diligente ed ineccepibile tutte le pratiche burocratiche in modo che un successivo controllo avrebbe confermato la regolarita' di quell'operazione. E tutti insieme cosa facevano? Molte volte medicalizzavano un problema di natura psicologica. Molte persone affette da cefalea insistente, dopo varie visite mediche, alla fine ottenevano un'operazione, che so, una rinoplastica per raddrizzare il setto nasale. Il sintomo iniziale regrediva per qualche tempo, poi ritornava o se ne presentava uno nuovo, ugualmente sfumato ed inafferrabile, ma che avrebbe insistito finche' non avesse trovato un'altra soluzione medica, l'unica soluzione immediata ed accettata da tutti. La stessa sorte accadeva a molte persone che avevano trasformato la loro ansia, la loro sofferenza esistenziale, in sintomi somatici, piu' facili da essere accettati ed accolti dall'istituzione sanitaria. L'istituzione rispondeva con grande efficienza, ma nell'unico modo che aveva a disposizione, nell'unico modo per il quale era stata creata: medicalizzare tutti I problemi umani. Anche I pazienti preferivano una soluzione che li etichettava come malati nel corpo, piuttosto che rendersi conto di aver vissuto una vita insoddisfacente, piena di astio, di rancore e di paura di perdere quelle piccole sicurezze, quelle piccole comodita', quei piccoli privilegi cosi' difficilmente raggiunti. Ognuno cercava la risoluzione immediata dei propri problemi e non voleva capire che, in molti casi la soluzione migliore era convivere con I propri disturbi, con I propri problemi senza averne un'eccessiva paura. In fondo la piu' grande sofferenza dell'uomo era la paura stessa, ma l'istituzione dava le risposte che poteva dare e non altre: il chirurgo tagliava, l'anestesista addormentava, il burocrate timbrava e nessuno si chiedeva se il risultato di tutte quelle azioni competenti, ineccepibili e professionali fosse veramente utile o no. Sarebbe stata una domanda che tutti avrebbero data per scontata e nessuno avrebbe accettato. Anche I politici erano persone molto competenti: sapevano perfettamente l'arte di ottenere il consenso, l'arte di ottenere I voti. Erano persone intelligenti ed illuminate che il popolo stesso aveva eletto. I tecnici, gli ingegneri poi, erano veramente dei superuomini, risolvevano I problemi piu' difficili con una competenza ed un ingegno ammirevoli. E tutti insieme spesso costruivano delle cattedrali nel deserto che non servivano a niente se non ad ottenere altri voti e ad impiegare altri tecnici. Chi governava rappresentava l'elite, la crema della societa', gente abituata a prendere delle decisioni immediate, senza battere ciglio. I militari erano ottimi strateghi, maestri nell'arte del comando degli uomini e tecnici che conoscevano benissimo come raggiungere I migliori risultati con il minimo sforzo e la massima rapidita'. E tutti insieme che facevano? Facevano delle guerre nelle quali morivano sempre piu' civili e meno militari. Tutte queste persone intelligenti e ragionevoli finivano invariabilmente per scegliere la solita via per risolvere ogni controversia, la stessa via che sceglievano anche I bambini dell'asilo: la lotta, la lite, la guerra. Accadeva invariabilmente cosi' quando le istituzioni divenivano troppo grandi ed I compiti dei singoli gruppi di dipendenti erano rigidamente divisi a tenuta stagna. Nessuno poteva sapere che cosa faceva il suo collega di un altro reparto. Tutti pensavano a far bene il loro lavoro ma nessuno era piu' interessato a che cosa potesse servire quel movimento di tanti piccoli ingranaggi che invariabilmente schiacciavano, trasformavano, modificavano ed alla fine creavano ogni desiderio, ogni esigenza dell'uomo, conformandola alla natura stessa dell'istituzione. In fondo era una forma di difesa che l'uomo aveva a disposizione per affrontare la sofferenza o i problemi troppo impegnativi o troppo sgradevoli per essere fronteggiati mantenendo la piena consapevolezza. Cosi' anche la nostra Ditta, divenuta l'istituzione per eccellenza, aveva risposto alla sua maniera al nostro bisogno di sicurezza, alle nostre paure di essere annientati e sopraffatti dalla realta' esterna. La Ditta aveva preservato ogni dipendente dal prendere una decisione insopportabile, probabilmente aveva fatto cio' che era giusto, aveva interpretato la volonta' inconsapevole dei suoi dipendenti. Adesso che il destino era compiuto, nessuno di noi era sorpreso, molti piangevano sommessamente, ma era come se tutti avessimo saputo che prima o poi sarebbe dovuto succedere. Alcuni giovani impiegati, che probabilmente non avevano mai messo piede all'esterno, avevano addirittura iniziato a correre per I corridoi degli uffici e degli stabilimenti sventolando le bandiere della Ditta e gridando vittoria! Vittoria! Cantando l'inno della Ditta, schiamazzando, scherzando e festeggiando. A me sembravano dei cori sacrileghi e quantomeno inopportuni in un momento come quello, ma se c'era qualcuno che pensava di aver vinto chissa' quale guerra, significava che la Ditta, ancora una volta, aveva ben intepretato I sentimenti reconditi dei suoi dipendenti e si era presa la responsabilita' di prendere la giusta decisione per tutti. Questo era anche cio' che stava ripetendo attraverso gli altoparlanti la voce tranquilla di monsignor Caravaggio: " Era stata presa la decisione giusta, l'unica possibile e compatibile con la nostra sopravvivenza. Del resto, se le Ditte di tutto il mondo erano state concordi ed avevano deciso per noi all'unanimita', significava che questa scelta era la migliore non solo per il nostro bene egoistico, ma anche per creare una societa' diversa, piu' giusta, basata sui valori della fratellanza universale e della solidarieta' tra I dipendenti."
Quella sera, monsignor Caravaggio celebro' una messa in suffragio delle anime di tutti gli uomini che quello stesso giorno erano morti in tutto il mondo. Ebbe parole di comprensione per chi aveva perso la vita, li chiamo' nostri fratelli e disse che le Ditte non avevano mai considerato I singoli uomini come nemici. Nemico era solamente il sistema che avevano adottato perche' era divenuto piu' forte dell'uomo stesso ed invariabilmente, malgrado le piu' buone intenzioni da parte dei singoli, con la scusa della liberta', avrebbe finito per trascinare l'umanita' verso l'odio, l'egoismo, il razzismo e l'incomprensione tra uomo ed uomo. Disse che in futuro avremmo dovuto adattarci ad una riduzione, ed alla fine ad una scomparsa della personalita' e della coscienza individuale affinche' si potesse sviluppare appieno la consapevolezza della Ditta che sarebbe divenuta essa stessa un individuo e avrebbe pensato per noi. Singolarmente eravamo troppo deboli, troppo mutevoli, leggeri ed influenzabili per essere affidabili. Le enormi energie, e le tecnologie che avevamo raggiunto erano troppo potenti per essere affidate all'uomo soggetto com'era alle passioni, all'odio, al risentimento, all'amore e persino alla pazzia. Nessuno si sarebbe fidato ciecamente delle decisioni di un uomo. Tutti avrebbero pensato prima o poi che egli avrebbe agito per I propri interessi o soggiogato da altri gruppi di potere. Invece se avessimo imparato ad affidarci ciecamente alle Ditte avremmo potuto vivere per sempre fiduciosi di raggiungere ognuno esattamente la posizione piu' adatta alle sue possibilita'. Bastava solamente scordarsi di essere degli individui separati gli uni dagli altri e vivere come formiche in grossi formicai dimenticando la consapevolezza individuale. Una formica da sola non si era mai vista, non esisteva nemmeno disse Caravaggio, ma all'interno di un formicaio poteva vivere sicura e potente. Capii finalmente qual'era la meta della teologia della Ditta di monsignor Caravaggio: annullare la consapevolezza e la responsabilita' dei singoli uomini e far nascere delle entita' pensanti sovraindividuali che avrebbero badato a noi e ci avrebbero governato per sempre. Avremmo dovuto vivere come degli insetti pronti ad ogni sacrificio per il bene della nostra societa', del nostro termitaio. Compresi che un'epoca era finita, ora avremmo potuto vivere per sempre in quel giardino dell'Eden senza conoscere qual'era il bene ed il male, liberi da ogni responsabilita', preservati dallo stress delle scelte. Compresi subito che l'umanita' per moltissimi anni avrebbe attraversato una nuova eta' dell'oro.
Era troppo bello, troppo semplice, troppo facile per funzionare veramente. Mi resi anche conto che oramai ero troppo vecchio per quella vita diversa. Cosi' preferii procurarmi una tuta protettiva e mi preparai, quella sera stessa, ad uscire fuori ed ad affrontare la radioattivita'.
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LA DITTA


La grande Ditta si era sempre presa cura di me. Mio padre aveva lavorato per quarant'anni al Project, e prima di lui mio nonno era stato una delle colonne del reparto Production. Giorno dopo giorno avevo visto la Ditta crescere di dimensioni. Le figliali sembravano moltiplicarsi come delle amebe. Avevo visto nascere il Work-over, il reparto Safety, la Security, la Corrosion, il Magazzino. Erano bei tempi quelli di mio nonno; ancora I dipendenti dei vari reparti parlavano tra di loro e persino con quelli dell'ufficio personale. La lingua ufficiale era l'inglese standard tecnico. Si usavano termini come " Screwdriver, hammer, speedometer, spanner, tank, I love you, e quant'altro. Con questa lingua ci si poteva capire con persone di tutte le nazionalita': tedeschi, francesi, spagnoli, croati, polacchi. Tranne con gli inglesi e gli americani,era possibile comunicare con tutti. Gli inglesi naturalmente pronunciavano un'altra lingua. All'epoca della mia assunzione I reparti erano oramai chiusi a tenuta stagna da anni. Ogni reparto cercava di tenere per se' I suoi segreti ed era divenuto quasi impossibile capire quale compito avessero, non solo I singoli dipendenti, ma anche I vari reparti stessi. Tutti gli operatori erano dei veri professionisti, gente preparata che lavorava bene, ma quasi nessuno conosceva precisamente quale fosse il proprio lavoro. Generalmente ogni compito era una piccola parte di un progetto piu' grande il cui scopo finale poteva difficilmente essere intuito. Si trattava spesso di raccogliere dati che dovevano essere inviati al settore di ricerca, negli Stati Uniti, dati che dovevano essere elaborati ed I risultati utilizzati per altri progetti od ulteriori ricerche. C'erano si' le varie mansioni, ma non erano interpretabili : " Analisi numerale dei rapporti periodici. Ottimizzazione informatica dei progetti comunicativi interaziendali. Formazione dei quadri e presa in carico dei settori non verbalizzanti del personale addetto alle revisioni", e cosi' via.
Ogni reparto cercava di mantenere segrete le proprie mansioni e di fermare le pratiche quanto piu' possibile. Questo per varie ragioni: la prima era di dare importanza al reparto. Quanto piu' uno si faceva pregare tanto piu' il suo compito diveniva importante. Un reparto che poteva fermare addirittura I lavori di tutti, raggiungeva il massimo del riconoscimento di importanza. Un altro buon motivo per ritardare era quello di pararsi il culo: piu' si aspettava e meno errori si potevano fare nell'espletamento delle varie pratiche. Il terzo e piu' importante motivo per dilazionare, era quello di dimostrare una perenne mancanza di organico e poter chiedere l'assunzione di altro personale. Quanto meno scoraggiare ogni tentativo di riduzione dello staff. Se si fossero sbrigati, gli altri si sarebbero abituati male, avrebbero preteso dei tempi sempre piu' brevi e questo era sicuramente da evitare. Calma e gesso dunque, per giocare a bigliardo. A volte capitava addirittura che I vari reparti combattessero una guerra intestina, l'uno contro l'altro, senza esclusione di colpi.
Mio padre, Il geometra Amleto Pancaldo era sempre vissuto in questo ambiente aziendale; all'interno si sentiva potente ed invincibile come un cobra nel suo rifugio. Fuori della Ditta non era nessuno, non sapeva difendersi e nemmeno da chi difendersi. Aveva sempre lavorato in una filiale estera, solo poche volte era stato in sede centrale a Milano ed immancabilmente, in quelle occasioni, era rimasto ammirato da tanta magnificenza e funzionalita'.
C'erano allora soltanto alcuni palazzoni intercomunicanti, pieni zeppi di uffici colmi di impiegati in giacca e cravatta, che si aggiravano tra le scrivanie con delle cartellette sottobraccio zeppe di fogli e di documenti. Le segretarie continuavano a battere a macchina con le loro facce serie e professionali dalle quali era facile dedurre che non capivano cosa stavano scrivendo e soprattutto perche' e a cosa dovesse servire cio' che scrivevano. Non lo capivano, ma non lo dovevano proprio capire. I geometri ed I ragionieri andavano avanti con il loro baillame di saluti ed inchini ad ogni scrivania. Per sportarsi dal proprio posto, ognuno doveva portare con se la cartellina coi documenti regolamentari. Ogni tanto tra la folla dei ragionieri dei periti e dei geometri si stagliava un giovane ingegnere, magro, ben curato, pulito, con I capelli tagliati corti ed ordinati e le penne stilografiche d'ordinanza in bell'evidenza sul taschino della giacca; sembrava un comandante in mezzo alla soldataglia. Eppure non tutti gli ingegneri avevano il neccessario carisma per far carriera. Il carisma non aveva nulla a che fare con la preparazione scolastica, e pochissimo con la preparazione tecnica. Era basato su doti personali di sicurezza ontologica e di capacita' di trattare con I dipendenti. Sentirsi naturalmente superiore e trattare alla pari: ecco quale era il segreto del carisma aziendale. Aiutare e prediligere I propri sottoposti era una delle cose piu' apprezzate e che davano piu' prestigio al dirigente. Ahime' se si scavava qualche millimentro sotto la superficie, ci si rendeva conto che questo atteggiamento era basato molto spesso, piu' sulla presunzione di una smisurata superiorita' che non su di una vera spinta altruistica. Nell'azienda tuttavia questi approfondimenti non erano neccessari e non avvevivano mai. Cosi', una delle qualita' che si richiedevano al manager era proprio questa sicurezza personale che dipendeva dalla certezza di essere assolutamente superiore ai propri dipendenti. Sicurezza che dava la possibilita' di poter delegare sempre di piu' I compiti, sino ad arrivare a non tenerne per se' nemmeno uno, e di riprendere la situazione in mano, assumendosi naturalmente tutti I meriti al momento opportuno. Se il manager era di razza, tale operazione poteva avvenire con grande naturalezza e con l'ammirazione da parte di tutti.
Questa descrizione della sede centrale e' quella che usava farmi mio padre e ,secondo me, risale ancora ai tempi antichi ed epici dell'azienda, ormai passati da un pezzo. Se mio padre vedesse ora la sua Ditta, stenterebbe a riconoscerla, tanto le cose sono cambiate, modernizzate sul piano strutturale, ma soprattutto sulla filosofia di base dell'organizzazione aziendale.
Uno dei momenti chiave della trasformazione della vita e del costume nella nostra Ditta avvenne nei primi anni del 2010. Mio padre ebbe l'onore di conoscere personalente l'esecutore di questa trasformazione: L'ingegnere Erminio Mitridiate. Una volta ebbe pure l'occasione di raccomandarmi a lui direttamete, senza seguire la via gerarchica.
L'ingegner Mitridiate era un manager di razza, si era fatto da solo lavorando per venti anni in quasi tutte le nostre filiali estere, fisicamente era alto, magro distinto, parlava con autorita' senza accalorarsi mai, aveva una voce da basso che gli usciva dal profondo: bu-bu-bu…Era naturalmente dotato di quel carisma da manager che lo obbligava a prendersi cura in prima persona dei suoi dipendenti. Quella mattina era seduto alla sua scrivania della sede centrale nel suo ufficio e nel reparto che lui stesso dirigeva: Progetti a lunghissimo termine.
L'idea che stava seguendo gia' da tempo era veramente avveniristica:
fondare un reparto di riproduzione aziendale dei quadri. Ci sarebbero voluti gli adeguati fondi, ma con l'andare del tempo, ci sarebbe stato un ritorno economico eccezionale. Si sarebbero evitati gli sprechi di tempo, lo stress per I dipendenti, le preoccupazioni per il futuro e per Il posto di lavoro ed inoltre, cosa piu' importante, I dipendenti sarebbero stati abituati da sempre alla vita aziendale.
Il progetto era grandioso: si trattava di scegliere degli stalloni per I vari dipartimenti e per I vari ruoli da ricoprire nell'organico aziendale da fare accoppiare, per I primi tempi con delle segretarie e poi in futuro con madri geneticamente predisposte a fornire I migliori ragionieri, I migliori geometri, I migliori tecnici e cosi' via , fino ad arrivare persino agli ingegneri ed ai manager. Non ci sarebbero piu' state fastidiose rivalita', giacche' uno nasceva gia' ragioniere o geometra o tecnico e si sarebbe sentito pienamente realizzato all'interno della sua azienda, nella posizione per lui piu' appropiata. L'interessamento ai problemi sessuali riproduttivi, in Ditta, era cominciato all'inizio degli anni 2000, quando in Giappone si constato' che durante l'orario lavorativo, molti dipendenti erano colti da raptus erotici e, dedicandosi a questi pensieri sottraevano tempo prezioso e soprattutto concentrazione all'attivita' lavorativa. Il primo rimedio posto in essere dall'ingegner Matzuo Shiray di Okawa, fu molto primitivo e risulto' peggiore del male stesso. Egli appronto' nella sua Ditta una stanza speciale divisa in due da una paratia bucherellata. Da una parte sarebbero dovuti entrare I maschi colti da raptus erotico, dall'altra le femmine. I maschi avrebbero dovuto introdurre I loro membri, muniti di preservativo, negli appositi buchi posti ad altezza anatomica, e le femmine sempre distratte dallo stesso problema, avrebbero potutto utilizzare quelli organi nel modo piu' adeguato. Il tempo massimo fu posto ad otto minuti. Era, come si puo' facilmente intuire, un rimedio rudimentale, grossolano e barbaro. Innanzi tutto molti dipendenti maschi, soprattutto quelli meno dotati, rimanevano per otto minuti con il loro piccolo pene esposto, senza che nulla accadesse. Potevano solo ascoltare le risatine che arrivavano dalla parte opposta della paratia. Questo li rendeva insicuri ed insoddisfatti e si riperquoteva negativamente sull'andamento del lavoro. Poi si vide che questo sistema per scaricare le energie non era affatto appagante, molti giovani impiegati e tecnici vi ricorrevano piu' e piu' volte e, durante la giornata lavorativa, pensavano al sesso molto piu' di prima. In questo modo il rendimento lavorativo non saliva ma scendeva. Fu per questo motivo, che I primi psicologi e psichiatri aziendali, proposero delle tecniche psicologiche e delle vere psicoterapie che facilitassero non lo scarico delle pulsioni sessuali, ma la loro sublimazione e deviazione sulle attivita' lavorative aziendali. Questa operazione si dimostro' piu' difficile del previsto. Innanzittutto, le persone che avevano precedentemente usato la paratia, non riuscivano piu' a sublimare ma cercavano uno scarico immediato delle loro pulsioni, tendendo ad usare sempre lo stesso modo che avevano precedentemente appreso. Poi si commise il secondo storico errore: si cerco' di deviare la pulsione sessuale verso la meta della carriera aziendale. Tutti cercavano di diventare tecnici specializzati, poi supervisor poi superintendent, poi district manager, poi area manager e cosi' via. Naturalmente non c'era posto per tutti. Tutti si misero a sgomitare, a non voler piu' fare lavori banali che non avrebbero potuto metterli in luce coi superiori. La competitivita' aumento' a dismisura , iniziarono le delazioni tra colleghi di lavoro. Vecchi amici non si guardavano piu' in faccia sopraffatti dall'invidia, ed il clima divenne sempre piu' irrespirabile, finche' oltre ad un cero limite, la produttivita' incomincio' a diminuire. Chi, dopo anni di sforzi non riusciva a salire alcun gradino gerarchico si sentiva un fallito e cadeva in una sorta di depressione cronica che lo accompagnava non di rado fino al pensionamento.
Allora si capi' che non era sulla carriera individuale che le energie pulsionali dovevano essere deviate, ma sulla stessa Ditta. Era la Ditta che avrebbe dato sicurezza, identita' e vita al proprio dipendente, lo avrebbe accompagnato dalla nascita alla morte, senza abbandonarlo mai, lo avrebbe seguito nei suoi hobbies, nelle sue aspirazioni e questo indipendentemente dal posto che avrebbe occupato nella gerarchia interna. In cambio erano richieste soltanto fedelta', dedizione assoluta e cieca obbedienza alle regole aziendali. Non piu' preoccupazioni, non piu' spese per lo studio, non piu' rivalita' distruttive : tutto sarebbe stato risolto all'interno dell'azienda e per merito dell'azienda per I fini stessi interni all'azienda. "Il benessere, la concordia, l'ordine e la civilta' all'interno dell'azienda, la barbarie al di fuori di essa", disse il presidente generale in un famoso discorso che passo' alla storia e segno' l'inizio di una nuova era. Da allora la Ditta non limito' piu' la sua produzione a pochi prodotti ma estese le sue attivita' fino a produrre tutto il necessario per la vita, quantomeno la vita dei propri dipendenti, in breve tempo diventammo autosufficienti, o quasi. Non fu difficile, basto' assorbire I consulenti esterni che fornivano I vari servizi ed inglobarli. La maggioranza dei dipendenti reagi' molto bene a queste innovazioni in fondo tutti avevano da guadagnare: non piu' ansieta', non piu' fastidiosi pensieri sul futuro. Tutto era gia' stato risolto, bastava sostenere la propria azienda e tutto sarebbe andato per il meglio. E' vero che qualche testa calda protesto' adducendo strani motivi , parlando di insoddisfazione e di alienazione. Fortunatamente, prima che guastassero anche altri dipendenti, questi individui furono lautamente liquidati e spediti nel mondo esterno. Ma torniamo al progetto di riproduzione aziendale, un progetto importantissimo che avrebbe consentito alla Ditta di essere sempre piu' indipendente dall'esterno e di non aver piu' bisogno di assumere e di formare nuovo personale. In quel tempo ero molto giovane avevo 16 anni, ero stato l'ultimo dipendente ad essere assunto dall'esterno e, forte della presunta raccomandazione che mio padre aveva cercato di ottenere per me , avevo presentato domanda al dipartimento dell'ingegner Mitridiate, per poter diventare stallone riproduttore. La cosa mi sembrava interessante, e poi avevo intravisto due o tre segretarie veramente niente male. La riproduzione avveniva sempre alla vecchia maniera e, per quanto ne sapevo io, sarebbe stato un lavoro molto piacevole. Il reparto era uno dei migliori di tutta la Ditta, vi erano grandi saloni pieni di specchi, rinfreschi e musica a tutte le ore. Parte del lavoro consisteva nel socializzare con le varie signorine, piu' tardi si sarebbe passati alla pratica, ed io ero ansioso di ben figurare. Naturalmente la mia meta principale era comunque aiutare la Ditta: " Non lo fo' per piacer mio ma per dare un dipendente alla Ditta" dicevamo tutti noi aspiranti nei colloqui preliminari. Riuscii a superare facilmente le selezioni medico fisiche ma fui fermato da tutti quei test psicologici. Un test psicologico non era altro che uno stimolo standardizzato al quale avremo dovuto dare una risposta scritta. Le risposte sarebbero poi state statisticamente valutate, cosi' gli esperti avrebbero capito se eravamo normali, nel senso che le risposte rientravano nel range della maggioranza o meno e potevano fornire indicazioni sul nostro futuro utilizzo. In altre parole serviva capire se dovevamo essere usati nel settore della contabilita', nel settore tecnico, nel settore sportivo, od addirittura addetti alla riproduzione dei manager. Intere giornate passate a rispondere a tavole di domande, test logico matematici e test proiettivi diedero come risultato che avevo scarsa resistenza alla noia per essere ammesso alle selezioni successive. Inoltre I test proiettivi evidenziarono un atteggiamento narcisistico che contrastava con le esigenze aziendali ed una fantasia che mi avrebbe potuto portare ad interpretare a modo mio, gli ordini dei superiori. Cosa decisiva, il mio narcisismo, mi avrebbe portato a riferire a me stesso, eventuali attenzioni che la partner avrebbe potuto rivolgermi. Avrei potuto innamorarmi di una sola partner, avrei potuto tentare di rivederla , magari anche al di fuori dell'orario di lavoro, e questo non era assolutamente tollerabile. Fui scartato, ma mi ripresi subito quando mi dissero che avrei potuto corteggiare ugualmente le segretarie, usando naturalmente le dovute cautele per non avere figli. La convivenza non era proibita, anzi a volte era perfino incoraggiata.



LE DONNE E LA REALTA' VIRTUALE


Dopo la bocciatura ai test attitudinali fui destinato al project, ottenni un appartmentino al secondo piano di fronte al reparto "Esattificazione dei profitti e delle perdite" e mi misi assieme ad una segretaria di produzione tedesca. Si chiamava Alice era bionda con I fianchi larghi,la vita stretta,un bel seno, e soprattutto un bel sorriso. I primi tempi di convivenza non furono male, dal nostro appartamento potevamo sentire il ticchettio delle macchine da scrivere, le voci dei capi ufficio che impartivano ordini, I telefoni che squillavano. Dopo qualche mese potevamo perfino riconoscere le varie segretarie, da come rispondevano"Hello" al telefono. Tutti questi rumori divennero familiari e rassicuranti, la vita non avrebbe potuto riservarci cattive sorprese, il lavoro era facile ed eravamo stati pienamente accettati dai colleghi. Non litigavamo mai, ma non parlavamo molto. I nostri discorsi, come del resto tutti I discorsi tra colleghi erano piu' o meno cosi': lei -" Ti ricordi il geometra Caverzan?" Io - " Chi?"Lei-" Ma si' Caverzan dell' ufficio Ioni ed Elettroni, quello che lavorava vicini a Sgomberti, terza scrivania vicino al corridoio… con quella valigetta 24 ore…. che portava sempre quello strano cappello stinto….che parlava quasi sempre con Rififfo e Zito del magazzino. Si' dai Caverzan." Io- " Beh, che ha fatto?" Lei - " E' stato spostato di scrivania senza preavviso e non ha nemmeno trovato la puntartice." Io " Ah, beh, d'accordo". Era tutto qui. Parlavamo poco o nulla ma non litigavamo mai. A me piaceva quando ritornavo dal lavoro e la vedevo camminare per casa. Sempre col sorriso tra le labbra, bella, cosi' bionda e cosi' tedesca, con quella carnagione color miele, con quella sua voce vellutata e le sue movenze eleganti, mi parlava col suo aspetto e col suo sorriso. Del resto avevo intuito istintivamente che non si deve dividere lo spirito dalla materia e chi si chiede se va d'accordo mentalmente con la partner sbaglia di grosso. Non c'era ne' spirito ne' materia, ne' accordo intellettuale,ne' accordo fisico. Per quanto mi riguardava c'era solo lei, unica ed indivisibile, ed io sapevo che mi piaceva. Non mi importava sapere perche', ne' se era un'intesa piu' spirituale o fisica, forse era solo un' attrazione magnetica. Ci attiravamo e cio' era un bene che potevamo solo rovinare ponendoci mille domande inutili. Non parlavamo molto, ma ci capivamo al volo ed andavamo d'accordo. Alice non si offendeva, come le altre donne, per il mio disordine, non pensava che le mancassi di rispetto perche' buttavo per terra I libri ed I panni. Non ci badava e riordinava senza darsi un'eccessiva importanza, senza chiedermi come avrei fatto senza di lei, senza volersi vendicare colpo su colpo e senza risentimento. Capiva anche le mie debolezze, ma non ne aprofittava, non mi incolpava mai di averle rovinato la vita. Passammo assieme un bel periodo, poi piano piano comincio' ad intristirsi. Anche lei, come me, aveva passato l'infanzia all'esterno e ricordava spesso, con nostalgia, I periodi passati con I genitori. Giorno dopo giorno la situazione tra di noi peggiorava. Alice non aveva piu' voglia di uscire e rendeva poco anche durante il lavoro.
Il suo supervisor segnalo' il calo di rendimento al superintendent che la mando' dal medico. Dopo una serie di accertamenti ematochimici e strumentali, fu inviata da uno psicologo per una psicoterapia aziendale. Per alcuni mesi si reco' quattro volte la settimana al Centro di igiene mentale aziendale, ma il suo umore non tendeva a migliorare. Alle mie domande rispondeva evasivamente che non sapeva nemmeno lei I motivi del suo cambiamento, solamente non si sentiva piu' appagata da quella vita sempre uguale, e non trovava piu' sufficienti, le motivazioni che I nostri superiori ci avevano insegnato, durante gli anni della nostra educazione lavorativa. Finalmente, un bel giorno, fui convocato dal dottor Quadrangolo, il direttore del Centro di igiene aziendale. Lo psichiatra mi fece accomodare nel suo ufficio, mi rivolse alcune domande sul nostro rapporto, sulle nostre abitudini. Mi chiese pure se conoscevo anch'io I miei genitori e che cosa pensassi di loro. Annoto' ogni cosa nel suo portatile, annuendo garbatamente ad ogni mia parola. Alla fine mi disse che il caso di Alice era piuttosto comune per I dipendenti nati al di fuori della Ditta : Alice aveva un super io familiare in competizione con il super io aziendale e desiderava inconsciamente una gravidanza propria, desiderava un bambino. Tutto cio' era frutto di un'educazione arcaica, dove ancora esistevano interiorizzati prepotentemente il modello paterno e materno che gli ideali aziendali non erano ancora riusciti a scacciare. La psicoterpia sarebbe stata piuttosto lunga: si doveva rafforzare il super io aziendale e il desiderio di maternità di Alice avrebbe potuto trovare una realizzazione parziale attraverso un suo impiego negli asili nido, come puericultrice. Non sarebbe stato da escludere, almeno per i primi tempi, l’uso di alcuni psicofarmaci. Mi avviai verso casa con il cuore in tumulto: avere figli, che idea pazzesca! Come avremo potuto allevarli, nel nostro appartamento, senza l’aiuto di nessuno? E che soddisfazione avrebbe potuto darci un marmocchio sempre bagnato, che piangeva continuamente e che aveva sempre bisogno di noi. Per questo c’erano gli asili nido, con le puericultrici, appositamente addestrate. E anche loro dovevano fare dei turni sempre piu’ brevi per non esaurirsi, tanti erano i piagnistei che dovevano sopportare. Appena tornato a casa espressi tutte le mie perplessità ad Alice: “ Un bambino era l’ultima cosa di cui avevamo bisogno in quel momento, inoltre non era nemmeno permesso dai regolamenti della Ditta, era semplicemente un desiderio pazzesco. Avremmo dovuto trasferirci all’esterno, perdere tutti i nostri privilegi, lasciare un lavoro sicuro che sapevamo svolgere tranquillamente, per un avvenire incerto, per noi, e per lo stesso bambino. Che idea balorda!” Alice mi guardava con gli occhi sbarrati e diceva che avevo ragione, che capiva perfettamente le mie ragioni e che tuttavia non sapeva nemmeno lei esprimere cio’ che le mancava. Comincio’ a passare interi pomeriggi stesa sul divano, senza parlare, senza lamentarsi, ma senza manifestare alcun interesse per le cose di sempre. Non trovava piu’ le parole per esprimere i suoi sentimenti nemmeno a se stessa. L’inesprimibile era diventato troppo inesprimibile. Non trovava piu’ le parole perche’ aveva a che fare con qualcosa di indistinto, non era solo la mancanza di un figlio, era tutto l’insieme che non poteva piu’ tollerare, e non sapeva dirlo perche’, qualsiasi spiegazione plausibile, avrebbe cozzato con tutto cio’ che le avevano insegnato in Ditta da quando era bambina. Si trovava per la prima volta a combattere con qualcosa di indistinto, come una grossa nuvola nera, vuota di contenuti e di significati, ma piena di ansia e di sofferenza. Non riuscendo piu’ a spiegarsi con nessuno, non trovando alcun contenitore per le sue sofferenze, Alice cominci ad avere paura di tutto, ma principalmente paura di impazzire o di essere già diventata pazza. Le cose, malgrado l’interessamento del dottor Quadrangolo, continuavano a peggiorare. Alice tento’ anche di frequentare l’asilo infantile dove conobbe una puericultrice: la maestra Catinetta, una donna ancora giovane e molto umana, che si interesso' al suo caso e cerco' di diventarle amica. Tutto cio',ٍ senza miglioramento alcuno. Alice sembrava sul punto di scoppiare da un momento all’altro. Infatti, un giorno rincasai, e non la trovai più sul solito divano. Dopo brevi indagini venni a sapere che se ne era andata senza preavviso. Era scappata dalla Ditta, verso il mondo esterno, senza lasciarmi nemmeno un messaggio. Per un po’ cercai di rintracciarla, di avere almeno qualche notizia, ma tutto fu vano. Dopo la scomparsa di Alice anch'io ebbi un periodo di depressione. Mi sembrava che la vita di tutti I giorni non avesse piu' alcun senso, cosi' mi misi a leggere molti romanzetti proibiti che parlavano della vita nel mondo esterno, la vita dei tempi in cui le ditte non erano ancora chiuse: leggevo di viaggi, di avventure, di attivita' pericolose, di esplorazioni, persino di caccia. Per qualche periodo mi baleno' persino l'idea di uscire fuori dalla protezione della Ditta, di andarmene in cerca di fortuna e di affrontare le difficolta' del mondo esterno per mio conto, senza l'aiuto di nessuno. Poi capii che non era neccessario : non c'erano viaggi piu' belli, non c'erano cacce piu' avventurose, pericolose e che mi avrebbero potuto dare le stesse emozioni e pericoli dell'andare a donne. Cosi' cominciai ad uscire sempre con segretarie diverse, talvolta mi spingevo fino alle aggressivissime manager. Ognuna di loro era diversa, era un'intero universo da esplorare. Bastava un gesto, un' inflessione diversa nel modo di parlare, un sorriso, una ritrosia, una particolarita' qualsiasi, a risvegliare in me l'istinto della scoperta nuova. Mi sentivo un novello Ulisse alla scoperta dell'universo. " Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza". Nella metafora del corpo e della mente femminile trovavo la risposta a tutta la mia sete di avventura e di novita'. Mi piacevano le segretarie del project con le loro calze nere, I loro modi impeccabili ed impersonali, mi piaceva far loro dei complimenti, come si usava una volta, ed osservare la loro reazione sempre compiaciuta e meravigliata. Anche se qualche volta, qualcuna di queste ragazze mi prendeva in giro per I miei modi antiquati, a lungo andare, se io mi dimostravo sufficientemente sincero, tutte erano piacevolmente colpite e ricambiavano l'interesse che io avevo per loro, non fosse altro che per poter ricevere ancora una volta un'immagine positiva di se stesse. Io mi comportavo come uno specchio che restituisce sempre e comunque un'immagine positiva. Ed era vero, non mentivo, mi piacevano veramente tutte. Anche le manager, cosi' prepotenti, cosi' arroganti mi procuravano in fondo delle emozioni piacevoli. E poi erano veramente pericolose: altro che la caccia alla tigre, quella era veramente una caccia pericolosa. Le donne manager tendevano a graffiarti l'anima e a masticarti, piu' che a morderti. Per loro il fatto stesso che in Ditta, la loro posizione gerarchica era superiore alla mia, bastava ed avanzava per sentirsi superiori in tutto e per tutto. Per loro, io ero un semplice impiegato, e dovevo sentirmi onorato per il solo fatto di avere il permesso di frequentarle. Con loro era una continua battaglia, volevano sempre decidere tutto , erano cosi' propositive e cosi' sicure di se', che talvolta risultava difficile la stessa comunicazione: erano abituate a comandare e basta! Il corteggiamento diventava con loro un'attivita' molto piu' pericolosa ed avventurosa della caccia praticata dai nostri antenati del mondo esterno. Gli antichi cacciatori erano sempre avvantaggiati anche rispetto alla piu' feroce delle belve, mentre qui' era una battaglia ad armi pari, che si doveva condurre con garbo ed intelligenza. Poteva divenire un'attivita' pericolosa anche fisicamente: si sentiva sempre piu' parlare di nuove malattie sessualmente trasmesse e molto pericolose. Probabilmente vi erano stati dei rapporti sessuali tra la gente dell'esterno e qualche dipendente della Ditta, fatto sta che anche fra di noi si era diffuso un certo contagio di queste malattie. E' vero che se un dipendente veniva scoperto affetto da una malattia contagiosa, veniva calorosamente invitato dalle autorita' ad andarsene fuori, tuttavia un certo pericolo rimaneva. L'avventura quindi non mi mancava, ma non le amavo, le scopavo ma non provavo sentimenti per loro. Era solo una specie di sport, una specie di gara al termine della quale era solo il nostro narcisismo a rimanere soddisfatto o deluso, non vi era un reale scambio di sentimenti e nemmeno di comunicazioni veramente intime, cercavamo solo di fare bella figura per poter avere una migliore immagine di noi stessi. Tutto qui. Non volevamo veramente conoscere l'altro, ma noi stessi. Dopo un po' mi stufai anche di questa vita, e mi avvicinai alla realta' virtuale. Bastava indossare un casco computerizzato ed uno speciale guantone, oggi sostituiti dai piu' pratici elettrodi cerebrali, e potevi entrare in un nuovo mondo, potevi recarti in pochi minuti in localita' lontanissime, senza dover sopportare gli inevitabili disagi, I disguidi, I ritardi, il traffico di ogni viaggio. Nei viaggi virtuali visitai tutto il mondo, ma ancora non mi bastava. Poi finalmente Il nostro settore di informatica lancio' un nuovo tipo di programmi virtuali : erano delle vere e proprie esperienze di vita durante le quali non solo potevi visitare luoghi realmente esistiti o anche inventati ex novo, ma potevi conoscere anche nuove persone. Fu proprio durante uno di questi viaggi che incontrai la mia attuale compagna che chiamero' Alice Virtuale. La conobbi durante una festa da ballo, era bionda anche lei, ed assomigliava a Merilin Monroe, tutte le curve al posto giusto, tutta morbida ed accogliente, pronta a farsi proteggere e sempre molto interessata a tutto cio' che le dicevo. Non era mai occupata, almeno quando c'ero io, rideva sempre alle mie battute e si divertiva per tutto quanto facevamo assieme. Me ne innamorai subito perdutamente, mi sembrava di vivere in un paradiso, il tempo passava senza noia, le giornate erano regolate sul mio tempo soggettivo, quindi quando dovevo riposare ci si riposava e quando ero pronto all'azione c'era sempre qualcosa da fare: si giocava a tennis senza eccessiva fatica fisica e si potevano fare delle giocate di gran classe, bastava pensarle; si facevano delle feste meravigliose, il tempo era fantastico ed il panorama splendido. E' vero, ogni tanto si sentiva uno sgradevole stranissimo odore, come di plastica bruciata che rendeva l'esperienza irreale, ma era soltanto un errore del programma, che sarebbe stato corretto quanto prima. Il mio amore per Alice Virtuale era perfetto. C'era un'intesa psico-fisica totale. Ogni volta che l'abbracciavo, lei vibrava di passione, sapeva capirmi, sapeva attendere I miei tempi, non si lamentava di non essere stata compresa, mai un risentimento a causa mio carattere o sull mio disordine , non si sentiva trascurata ne' poco importante. E non era una bambola di cartone come mi aveva fatto notare una volta il dottor Quadrangolo, lei mi dava anche dei buoni consigli, mi sapeva prendere e mi amava veramente senza volermi cambiare. Sempre piu' persone ormai spendevano gran parte del loro tempo libero in realta' virtuale e tutti ne erano entusiasti. I nuovi programmi erano cosi' avanzati ,che con l'aiuto di qulche innoqua pastiglietta, l'illusione dell'esperienza virtuale diveniva allucinazione vera e propria. Non ci si accorgeva piu'di avere una doppia vita, ma si credeva di vivere realmente l'esperienza che la realta' virtuale offriva. Ed era splendido. Bastava solo ricordarsi di salvare ogni volta, sul disco fisso, l'esperienza appena trascorsa altrimenti si correva il rischio di ripetere per due volte la stessa avventura e cio' risultava veramente penoso e stucchevole, specialmente con Alice Virtuale che ormai amavo con tutto il cuore. Rimanevo veramente nauseato quando ero costretto a ripetere per due volte, quasi esattamente gli stessi discorsi, e quando vedevo ripresentarsi ,alla stessa battuta, lo stesso identico sorriso o peggio quando la vedevo accendersi di passione per me, nello stesso identico momento in cui cio' era accaduto la volta precedente. Il dottor Quadrangolo, quando gliene parlai, mi disse anche che quei programmi erano stati studiati sulla base dei miei test psicologici proiettivi. Cioe' veniva costruita una realta' su misura per ognuno di noi. Quindi non era Alice Virtuale che io amavo ma , ancora una volta me stesso. Ancora una volta era il mio narcisismo ad essere accontentato , ma non avrei potuto ricavare niente di veramente nuovo, niente di veramente arricchente da quelle esperienze, che in realta' continuavano a parlare e riparlare sempre e solo di me. Anzi secondo lo psichiatra, erano come una specie di droga che a lungo andare avrebbe finito per atrofizzare sia il mio corpo che il mio cervello. Per quanto riguardava il corpo, io ne avevo cura e facevo un po' di ginnastica tutti I giorni, prima di recarmi In ufficio. Quanto al cervello , per il lavoro che facevamo, bastavano pochissimi neuroni, e a me, come a molti altri, la realta' virtuale piaceva troppo per rinunciarvi. Poi ad un certo punto non si sapeva piu' cosa fosse reale e cosa non lo fosse, e nemmeno cio' mi importava molto. Ormai con Alice Virtuale avevo messo su famiglia ed avevamo avuto due figli: Roberto e Marco. Il primo aveva gia' 25 anni, si era gia' laureato in ingegneria, ed era avviato ad una brillante carriera di dirigente, non so bene di quale attivita', mentre Marco continuava ad avere cinque o sei anni, era molto simpatico, anche se un po' rumoroso. A differenza di quanto avevo sentito dire sui bambini, I miei non disturbavano mai, non avevo mai avuto a che fare con pannolini sporchi, pianti notturni o malattie del sabato sera. Qualche volta Marco piangeva, ma sempre al momento giusto, quando io ero disponibile e ben preparato. Li avevo proprio educati bene ed erano venuti su proprio come volevo io. Forse saranno stati solamente delle proiezioni dei miei desideri, come avrebbe detto Quadrangolo, ma io li volevo bene ugualmente e loro non ne soffrivano anzi ricambiavano il mio sentimento. Ogni volta che li vedevo, erano contenti, mi raccontavano tutte le loro esperienze e chiedevano consigli, soprattutto il piu' vecchio, Roberto ascoltava, e teneva sempre in grande considerazione tutto cio' che gli dicevo. Mi aiutava quando avevo qualche problema, era molto studioso ,ma anche molto sportivo, giocava bene a calcio, ed era titolare della squadra del programma, era gentile con tutti, ma allo stesso tempo molto sicuro di se e deciso. Forse era solamente tutto cio' che sarei voluto essere io. Anche mio padre avrebbe voluto fare di me un ingegnere, avrebbe voluto che gli avessi fatto fare bella figura con gli amici primeggiando nello sport e nella scuola, avrebbe voluto che gli avessi procurato qualche rivincita, ma io sembravo essere un bastian contrario. Quando giocavo a calcio e vedevo che c'era lui a vedermi, le mie gambe si bloccavano, non mi divertivo piu', sbagliavo ogni passaggio e tiro diventando sempre piu' rigido ed imbranato. Soffrivo molto per queste ingerenze egoistiche da parte di mio padre, tanto che, alla fine, sono arrivato ad odiarlo e ad evitarlo, perche' avevo capito quanto distruttivo, per la mia personalita' potesse essere questo tipo di comportamento. I miei figli non soffrivano affatto per questo problema, non avevano nemmeno bisogno di essere spinti da me perche' si comportavano cosi' spontaneamente. Roberto era divenuto ingegnere in poche sedute di programma e aveva gia' 25 anni nonostante fosse passato ben poco tempo dalla sua nascita. Questo poteva accadere perche', durante la vita virtuale, non si sprecava tempo, e le esperienze importanti si succedevano ad un ritmo diverso. Se penso al mio passato ho la sensazione che la mia vita potrebbe essere riassunta in pochissime scene: l'immagine tranquilla di mio nonno che mi sorride mentre mi accompagna a fare un giro in bicicletta, mia madre preoccupata, mio padre che urla, Io, sdraiato su di un prato che parlo ad un amico, osservando una coccinella e mi rendo conto di esistere, la prima volta che ho guardato una donna in un modo un po' diverso, la prima volta che ho visto Alice, poche cose che ho studiato al liceo che mi sono piaciute, la prima sbronza, le partite di calcio, le partite di tennis, I ghiaccioli, il mare, e poco altro. Il resto del tempo ha poca importanza lo passiamo a fissare un punto bianco sul muro, a pensare a quanto abbiamo fatto, lo passiamo in bagno o annoiandoci. Gran parte della vita passa mentre siamo affacendati a vestirci, lavarci, o fare le faccende domestiche. Non conta molto, forse serve solo a ruminare, a digerire quanto ci e' capitato di significativo. Invece durante le esperienze vissute in realta' virtuale, tutto cio' non avviene, si vive solo il tempo che ha significato, non appena si e' pronti a farlo. E' incredibile constatare quante cose si possono fare in questo modo . Per questo Roberto si era laureato in un periodo cosi' breve, e mi aveva quasi raggiunto come eta'. Marco invece continuava ad avere cinque o sei anni, probabilmente perche' non eravamo pronti, o meglio, non ero ancora pronto a vederlo crescere. Per questo passavo ormai gran parte del tempo libero in realta' virtuale, perche' era cosi' piacevole e non ci si annoiava mai. Per quanto potesse dire il dottor Quadrangolo, per me, la mia famiglia virtuale era una famiglia vera e propria. Non avrei mai potuto lasciarli soli, senza di me, loro non potevano vivere, non esistevano nemmeno. Del resto farsi una famiglia durante le esperienze virtuali era un'attivita' lecita, anzi consigliata dalla Ditta. L'importante era non crearsi una famiglia reale con figli propri, per I quali si sarebbe inevitabilmete avuto un atteggiameto di favore o iperprotettivo che sarebbe stato inevitabilmente contrario all'etica aziendale.




LA RIPRODUZIONE AZIENDALE


I primi tentativi di riproduzione aziendale geneticamente assistita, risalivano ad una ventina d'anni prima, ed erano stati condotti, neanche a farlo apposta, in Germania e Giappone. I primi ragionieri di quel progetto erano gia' usciti, ed I risultati sembravano incoraggianti. Si trattava di soggetti di piccola taglia, per l'uomo l'altezza era di 1,65 massimo 1,68, erano tollerati 2 cm in piu' od in meno rispetto allo standard, per le femmine 8 cm. in meno dei maschi. La statura era stata mantenuta cosi' per una forma di rispetto verso I manager, il cui standard non prevedeva limitazioni di statura, ed accanto a soggetti decisamente alti, ve ne erano alcuni imbarazzantemente bassini che dovendo ricorrere sempre all'uso dei tacchi avrebbero potuto sviluppare, col tempo, delle disfunzioni a livello dell' articolazione tibio- tarsica e dell'astragalo. Questi ragionieri, dunque, erano magri e scattanti, lo sguardo vigile ed attento, avevano una precoce tendenza alla stempiatura ed alla calvizie, caratteristica quest' ultima che non era da considerare un difetto, ma un segno di tipicita'. Altra caratteristica di tipicita' era la tendenza precoce all'astigmatismo, tanto che verso I venticinque anni , tutti I ragionieri portavano gli occhialetti cerchiati in oro che la Ditta consigliava. La femmina aveva un attaccamento al capo-ufficio a dir poco commovente, il maschio era leggermente piu' indipendente e nervoso, ma sempre fedelissimo ai superiori ed all'azienda. Questi soggetti avevano una predisposizione naturale alla contabilita' ed alla registrazione di dati di ogni genere, dati che potevano in pochi minuti recuperare. Queste qualita' naturali sarebbero poi state vieppiu' incrementate da un addestramento intensivo che cominciava gia' all'eta' di quattro o cinque anni e terminava verso I diciotto. Era un addestramento molto settoriale che incrementava le doti di attenzione di rapidita' di calcolo, di ordine, disciplina ed abnegazione, ma scoraggiava ogni forma di iniziativa personale che sarebbe stata deleteria. Se I ragionieri erano venuti subito bene, i tecnici ed addetti ai lavori manuali ed all'aggiustaggio presentavano invece qualche piccolo difetto, in parte dovuto alla genetica, in parte all'educazione scelta per questo tipo di personale. Geneticamente erano stati usati dei riproduttori dotati di molto senso pratico, intuito per le cose materiali, grande manualita', ma scarsa fantasia. L'educazione scelta fu principalmente tecnica, tesa ad affinare sempre di piu' queste stesse doti: le materie letterarie umanistiche furono ridotte all'osso a favore dei laboratori pratici, delle materie specifiche e della pratica in stabilimento. I primi tecnici che uscirono furono dei giovanottoni in apparenza chiassosi ed allegri, che riuscivano a riparare ogni cosa. Erano dotati di un intuito naturale per le cose meccaniche, elettrotecniche ed elettroniche. Quando mettevano le mani su qualche aggeggio, lo smontavano e lo riparavano immediatamente, ma non erano assolutamente in grado di spiegare a parole perche' avevano agito in quella maniera: se interrogati rimanevano a bocca aperta fissando un punto nel vuoto. Qualcuno rispondeva: " Perche' di si', perche' l'ho visto fare", ma non sarebbero riusciti ad aggiungere altro, nemmeno sotto tortura. Questo, per la Ditta, non era un difetto grave, il guaio era, che questi nuovi tecnici, cominciarono ad ammalarsi, in eta' giovanile, di malattie psicosomatiche. Soffrivano precocemente di ipertensione arteriosa, asma bronchiale fin da bambini, ulcera gastrica, rettocolite ulcerosa, enterite segmentaria, infarto del miocardio, una miriade di malattie cutanee, cefalea e molti altri disturbi. Nessuno aveva mai raccontato loro le fiabe e le storie dell'infanzia, cosi' erano troppo pragmatici e non avevano nessuna vita fantasmatica. Sembravano essere senza immaginazione e trasformavano ogni conflitto interiore ogni fantasia distruttiva in una malattia. Tutto doveva obbligatoriamente passare attravarso il corpo, cosi', una gelosia verso un collega di lavoro, rimaneva inconsapevole, ma si trasformava ben presto in una gastrite, l'esclusione dalla squadra di calcio degli amici, diveniva un fastidioso mal di testa, una contrarieta' diveniva un rossore cutaneo e se perdurava piu' a lungo si organizzava in una malattia vera e propria della pelle. Non si lamentavano di altro che delle loro malattie organiche, sembravano incapaci di provare sentimenti od emozioni, almeno di esprimerli a livello verbale; cosi' li esprimevano con la sofferenza fisica. Le puericultrici li avevano allevati , nutriti e curati benissimo, almeno da un punto di vista puramente igienico, nessuno aveva pensato pero' che la vita fantasmatica fosse importante persino per un tecnico. Cosi' nei loro pensieri non c'erano mai state fate, streghe, draghi, mostri, angeli, diavoli, ma solo viti, bulloni, trapani e torni. I periti erano ancora peggio, soffrivano degli stessi disturbi degli operai ed erano inoltre piu' sapientoni e piu' arroganti, non accetavano alcuna spiegazione che non fosse puramente tecnica e dimostrabile matematicamente. Veniva da prenderli a pedate. Si dice che I primi tecnici a cominciare a soffrire cronicamente di tali malattie, siano stati addirittura abbandonati nel mondo esterno, dove siano sopravissuti solamente per qualche anno, poi di loro si sono perse le tracce. In seguito tale comportamento inumano e' stato sospeso, e questi tecnici, considerati ormai obsoleti, sono stati ritirati dal lavoro, messi precocemente in pensione e, tenuti lontano da ogni forma di contrarieta' stress o preoccupazione, hanno potuto vivere una vita quasi normale. Successivamente, con opportune modifiche, sia genetiche, che soprattutto educative, si e' riusciti a portare l'aspettativa di vita media dei tecnici fino a quasi 65 anni. Abbastanza per poter svolgere profiquamente il loro lavoro.
Nessuno sa dove si trovava il centro di riproduzione per I manager. Certo e' che oltre alle materie tecniche e matematiche studiavano anche letteratura, filosofia( leggevano soprattutto Neitsche dei filosofi moderni e lo stoicismo degli antichi) e sviluppavano appieno la loro naturale e genetica tendenza al comando.



MONSIGNOR CARAVAGGIO E LA RELIGIONE AZIENDALE


Durante gli anni dell'inizio della riproduzione aziendale, avvenne anche un altro importante fatto che contribui' a sganciarci ulteriormente e definitivamente dal mondo esterno. All'interno della Ditta, di solito la Domenica mattina, si tenevano delle cerimonie religiose. Considerando che I dipendenti provenivano da quasi tutte le parti del mondo, ed avevano diverse religioni, durante tali cerimonie si usava leggere, volta per volta, un brano del Vangelo o della Bibbia alternato ad un brano del Corano o anche di altri testi sacri. Tali funzioni, di solito, venivano officiate da qualche dipendente particolarmente pio o interessato alla religione. Man mano che la Ditta cresceva e si separava dal mondo esterno, il bisogno di religiosita' nei dipendenti andava aumentando, cosi', visto che, pur avendo numerosi filiali in tutto il mondo, la sede centrale della nostra Ditta si trovava in Italia, la chiesa cattolica romana comincio' ad interessarsi di questo potenziale serbatoio di fedeli. Il Santo padre dedico' una pastorale ai nuovi sviluppi del mondo del lavoro dove si asseriva il dovere della chiesa di indirizzare verso giuste mete,la spiritualita' che andava crescendo in tutti I luoghi dove si lavorava. Per questo, nella nostra Ditta, venne inviato un gruppo di giovani prelati con a capo un promettente e giovanissimo vescovo: monsignor Adelmino Caravaggio.
Caravaggio proveniva da un' umile famiglia, I suoi genitori erano stati operai emigrati in Svizzera. Inizio' la sua esistenza come ragazzo prodigio. Educato personalmente dal padre, non ando' mai a scuola, dimostrandosi particolarmente versato nelle scienze matematiche e fisiche, tanto da essere ammesso, una volta fatto ritorno in Italia, ancora giovanissimo, nei circoli culturali di Lovari (PD). Dimostro' subito una notevole vivacita' intellettuale ed una eccezionale abilita' oratoria, tanto che I compagni di gioco lo soprannominarono "Bue muto". Durante I primi studi teologici si interesso' al dogma della trinita' sviluppando una personalissima teoria per la quale lo Spirito Santo era suddivisibile in altre tre persone : la colomba, il passerotto e l'aquila. Inutile dire chi comandava delle tre: a volte la colomba ed il passerotto non venivano nemmeno interpellati. Dopo qualche seduta di elettroshock il suo pensiero torno' ad essere piu' ortodosso e dimentico' almeno momentaneamente l'aquila ed il passerotto. Verso I sedici anni si innamoro' del filosofo Plotino (204-270 D.C.), tanto che la madre seriamente preoccupata per le tendenze sessuali del giovane, consulto' molti medici ricavandone soltanto altre scariche di elettroshock, a voltaggio ancora piu' alto, per se stessa e per il figlio.
La sua prima opera giovanile: " Potrebbe essere, ma potrebbe anche non essere." dimostra un grande possibilismo ed una grande apertura mentale. Il suo pensiero poi, si modifica molto, come dimostra il suo successivo lavoro: "Te lo dico io com'e'" e raggiunge la maturita' con il saggio: "E' cosi' perche' te l'ho detto io, e basta!" In cui Caravaggio diviene piu' consapevole delle sue possibilita' e delle sua aspirazioni.
La sua carriera eclesiastica e' rapidissima, tanto che al momento del suo ingresso in Ditta egli e' il piu' giovane vescovo del mondo. Fin dall'inizio la sua attivita' fu frenetica. Egli dopo un breve periodo invito' segretamente il Santo Padre ad abbandonare Roma e a trasferire la sacra sede in Ditta. Naturalmente il santo Padre rifiuto' categoricamente e consiglio' altre scariche ad alto voltaggio. Sembra che questa posizione ufficiale di Roma abbia coinciso con l'inizio del disaccordo che avrebbe successivamente portato alla divisione tra la Chiesa Romana e la chiesa delle grandi Ditte. Caravaggio torno' poi alla sua primitiva idea sullo Spirito Santo e modifico' la liturgia. Come prima cosa cambio' il modo di muoversi dei chierichetti durante le funzioni. Essi non dovevano camminare ma muoversi con piccoli brevi e rapidi saltelli a ricordare il passerotto, la terza persona dello Spirito Santo. Altre differenze riguardavano il sacramento della comunione: se un fedele toccava con I denti la particola, doveva farsi devitalizzare tutti I denti. Alcuni dissero che aveva istituito questa nuova regola, unicamente per aiutare un suo primo cugino dentista, che dopo la laurea, si era trovato con poco lavoro. Ma tali voci non trovarono mai conferma e rimasero sempre a livello di pettegolezzo. Un'altra questione che contribui' a dividere la religione cattolica ufficiale dalla nostra, fu quella delle famiglie virtuali. Monsignor Caravaggio si schiero' subito a favore della riproduzione aziendale e delle famiglie virtuali, malgrado la chiesa ufficiale avesse fin dall'inizio osteggiato tali pratiche. Caravaggio e gli altri prelati interni sostennero l'idea che la Ditta avrebbe potuto degnamente sostituire sia il padre che la madre e che le famiglie virtuali avevano la stessa dignita' delle famiglie reali, sostenne che l'amore virtuale non e' un falso sentimento e volle addirittura intromettersi personalmente nei programmi virtuali a sostenere dei corsi di educazione sessuale obbligatori per chi si volesse sposare.
In seguito a questi corsi ci fu un calo della libido anche durante le esperienze virtuali. Persino I cartoni animati furono presi da dubbi laceranti e rimorsi. Ricordo che nemmeno mia moglie Alice Virtuale, con la quale non avevo avuto prima alcun tipo di problema, cadde in una sorta di depressione. Non ci voleva piu' stare con me. Voleva misurarsi la temperatura basale prima di ogni rapporto o che addirittura le esaminassi il muco cervicale con un microscopio prima di fare l'amore. Inutile dire che queste pratiche spegnevano ogni mio ardore. Grazie a Caravaggio, anche in virtuale, erano entrati I problemi, anche perche' il metodo Ogino Knaus non funzionava nemmeno li', e nemmeno in realta' virtuale era possibile rischiare di avere un figlio dopo ogni rapporto. Monsignor Caravaggio ed I suoi sostenevano che bisognava essere responsabili ed usare dei metodi naturali. Quale miglior metodo naturale che quello di esaminare il muco cervicale prima di ogni rapporto? A me sembrava la cosa meno naturale del mondo, e poiche' la gente aveva iniziato ad abbandonare anche la realta' virtuale, ci pensarono I tecnici informatici della Ditta a risolvere questo problema. In ogni programma di esperienze virtuali, cominciarono a crescere degli strani alberi che producevano delle minuscole bacche rosse, se assunte regolarmente, queste bacche, avevano un valido effetto anticoncezionale. Il primo passo dei prelati fu quello di vietare immediatamente tali bacche. I tecnici programmatori obiettarono che, era impossibile definirle non naturali, proprio perche' crescevano naturalmente sugli alberi. A questo punto Caravaggio si ritrovo' in una posizione di stallo perche' avrebbe dovuto dichiarare non naturale tutta la realta' virtuale come aveva gia' fatto la chiesa cattolica romana, ma poiche' aveva fatto proprio di questo argomento un suo cavallo di battaglia per differenziarsi dalle posizioni ecclesiastiche ufficiali, egli rimase molto perplesso: disse solo che bisognava agire " Cum grano salis " e dimentico' ,per il momento, il problema dei metodi contraccettivi naturali. Fortunatamente gli interventi innovativi di monsignor Caravaggio non si limitarono a questo. Egli fondo' il primo seminario aziendale interno da dove avrebbe raccolto ed avrebbe preparato teologicamente, numerose nuove vocazioni. Modifico' sostanzialmete il catechismo sostituendo I peccati contro il padre e la madre con I peccati contro la Ditta ed il lavoro: " Onora la Ditta ed il Lavoro". Unifico' il Battesimo la Cresima e La Comunione che sarebbero stati celebrati con un' unica cerimonia. Tutto questo per evitare spese inutili. Egli aveva notato infatti che soprattutto I fotografi ed I ristoratori erano diventati particolarmente esosi e approfittavano senza alcuno scrupolo di queste feste di natura religiosa, considerando che, per la gente, erano divenute quasi obbligatorie. Inoltre tutti erano stanchi di dover invitare tutti I colleghi, I capi-ufficio, ed I superiori in generale e, se proprio volevano fare festa preferivano farlo liberamente, quando ne avevano voglia e con chi volevano loro, non quando erano obbligati. I fotografi, essendo ormai abituati a farsi pagare, per un album di fotografie, cifre che un dipendente guadagnava in alcuni mesi di lavoro, protestarono energicamente, ma furono sommenrsi dalla gratitudine della gente che si schiero', per la prima volta, apertamente a favore del clero. Questo successo popolare entusiasmo' e diede coraggio a monsignor Caravaggio. I rapporti della nuova chiesa aziendale con la chiesa ufficiale erano divenuti nel frattempo tesissimi. Il Santo Padre accusava apertamente I nostri religiosi di eresia, e continuava ad insistere affinche' si pentissero. Finalmente, dopo aver fatto uno storico sogno premonitore: riguardante un piatto di bollito, che aveva mangiato tanti anni prima, con tanto di cren e varie salse, e che gli era particolarmente piaciuto, Caravaggio, seguendo dei misteriosi nessi associativi, decise di provocare uno scisma tra la religione Cattolica Romana e la religione ufficiale della Ditta. Il giorno successivo al sogno del bollito, egli rispose all'ultima lettera del Papa che titolava "Pentiti", con un'altra missiva che cominciava cosi': "Ravvediti!" " ERESIA" gli rispose il papa. "ANATEMA" replico' Caravaggio. Ormai non c'era piu' spazio per le trattative, e dopo aver ripetutto ancora una volta il sogno del bollito, Caravaggio si incorono' primo patriarca ( inizialmente voleva chiamarsi babbo', ma poi opto' per il piu' serio patriarca) di tutte le chiese aziendali, ed assunse il nome di Gianni Silvio 1. Pose la Santa Sede a Milano, nella sede della nostra Ditta, la totalita' dei fedeli comprendeva oltre a quelli delle nosrtr filiali, anche quelli delle altre grandi Ditte del mondo. A noi era toccato il grande onore di dover ospitare Il primo pontefice di questa nuova grande religione che contava gia' milioni di fedeli in tutto il mondo. Il Santo Padre tento', a questo punto, di ricucire lo strappo invitando il nuovo patriarca a desistere dal suo proposito in cambio del perdono e del ritorno in seno a Santa Romana chiesa: " Dio e' misericordioso, sarai sempre benvenuto tra noi" disse il papa. " Hai tempo fino a Lunedi' per unirti a noi sotto il mio patriarcato" gli fece eco Caravaggio. E tutto fu compiuto.
Da allora fece di tutto per differenziare la nostra religione da quella di Roma: Studio' per cinque anni un nuovo tipo di incenso con un odore leggermente diverso. Poi decise di aggingervi un po' di LSD e le visioni mistiche aumentarono di colpo. Entro' nel consiglio di amministrazione della Ditta col grado di consigliere spirituale e tento' in tutti I modi di ripristinare il potere temporale della chiesa. Elimino' il secondo comandamento " Onora il padre e la madre" e lo sostitui' con il nuovo comandamento: " Onora la Ditta che ti fa da padre e da madre". Chiari' e sottolineo' l'esistenza di tutta una serie di peccati mortali contro la Ditta che per lungo tempo erano stati sottovalutati. Essi comprendevano : arrivare in ritardo al lavoro, impegnarsi poco ed avere uno scarso rendimento, mancare di rispetto ai superiori, discutere criticare o deridere le decisioni della Ditta. Chi commetteva tali peccati andava incontro alle pene dell'inferno, a meno che non si confessase e si pentisse. La penitenza per tali colpe era, comunque a discrezione del sacerdote, e poteva comprendere anche, nei casi piu' gravi, l'espulsione immediata nel mondo esterno. Diede dignita' di sacramento al matrimonio virtuale e raccomando' di amare e rispettare la moglie e di provvedere all'educazione dei figli virtuali. Sottolineo' il fatto che la vita virtuale non era una vacanza dalla moralita', ma che esprimeva una importante parte della spiritualita' dell'uomo, e che quindi doveva essere vissuta secondo I dettami della religione dell'umanita' e della moralita'. Vieto' I contatti con le persone estranee alla Ditta e lancio' una scomunica per tutti coloro che, senza permesso, avessero osato abbandonare l'azienda per il mondo esterno. Da tempo ormai si erano notati degli strani contatti tra impiegati della Ditta e persone che appartenevano al mondo esterno. C'era uno strano commercio di merci ed una familiarita' non gradita tra alcuni personaggi che si aggiravano ai confini della Ditta, sui quali la nostra polizia stava indagando. Avventurieri cercavano di vendere sottobanco I brevetti dei nostri tecnici all'esterno, e questo con ripercussioni sul nostro mondo che sarebbero state molto difficili da interpretare al momento. Inoltre da dove provenivano tutte quelle nuove malattie veneree e non, che erano comparse da qualche tempo tra I nostri impiegati? I medici sostenevano che il nostro sistema immunitario si era ormai disabituato a tutti I germi ed gli antigeni che pullulavano fuori, per cui una malattia, che un tempo sarebbe stata di lieve gravita', rischiava di virulentarsi e di divenire fatale ai nostri giorni. Erano problemi che si erano venuti a crare in seguito al nostro isolamento. In seguito a tutte le protezioni che il sistema aveva messo in atto, eravamo divenuti piu' deboli rispetto agli esterni. Abituati ormai a respirare l'aria a temperatura e umidita' costante della Ditta, mal potevamo sopportare le intemperie esterne, e tutto cio' cominciava a diventare un processo irreversibile. Il nuovo precetto della nostra chiesa era quindi molto opportuno, anche per evitare gravi problemi di salute. Dal punto di vista dogmatico la religione della Ditta differiva dal cattolicesimo ufficiale, oltre che per la questione delle ulteriori tre persone dello Spirito Santo, anche per il problema del Figlioque, problema che ci accomunava agli ortodossi. Questo del Figlioque era un problema di cui nessuno aveva mai capito il senso, nemmeno io, tuttavia, tutti sapevamo che esisteva e che costituiva una incolmabile divisione tra noi e loro. Ad avvalorare questi dogmi, in seguito a degli scavi nei vecchi uffici della direzione, sotto il pavimento, tra le macerie, furono rinvenute delle antiche pergamene con chiaramente visibili dei disegni di un' aquila, un passerotto ed una colomba che si stagliavamo sopra un grandissimo edificio. I nostri religiosi, unici ad essere autorizzati a farlo, interpretarono subito questi antichi scritti come prova dell'esistenza delle tre persone dello Spirito Santo, che vegliavano sopra il grande edificio della Ditta. Dall'interpretazione dell'antico testo si ricavarono altri dati preziosi che confermarono la superiorita' e la giustezza della nostra religione. Che queste antiche pergamene fossero soprannaturali, era anche dimostrato dal fatto, che furono ritrovate cementate in un pavimento che non poteva avere piu' di centocinquanta anni. Come avevano fatto a materializzarsi in un luogo di cosi' improbabile e di recente costruzione, proprio in quei pochi metri quadrati in cui si stavano svolgendo I lavori di demolizione del pavimento, sarebbe rimasto uno dei piu' grandi misteri della nostra religione. Le pergamene divennero ben presto degli importanti testi sacri, esse permisero una interpretazione piu' precisa della bibbia e del nuovo testamento che porto' ad ulteriori innovazioni e differenziazioni sul piano della teologia e della liturgia. Innanzitutto si diede maggior risalto alla figura di S. Giuseppe, patrono del lavoro. Tutti I dipendenti avrebbero dovuto trarre esempio dall'abnegazione, dalla pazienza e dall'obbedienza di S. Giuseppe nell'esercitare il loro lavoro. Il nostro paradiso sarebbe stato piuttosto simile a quello dei mussulmani. Avremmo tutti dovuto lavorare con la qualifica massima, ma avremo potuto finalmente farlo solo per il nostro piacere, senza dover rendere conto a nessun superiore. Avremmo potuto realizzare solo le nostre idee, nessuno piu' ci avrebbe dato un ordine, e saremmo stati sempre pienamente consapevoli del perche' agivamo in un modo piuttosto che in un altro. Saremmo stati circondati, aiutati, ed accuditi da segretarie meraviglise, accondiscendenti, dolci e sensibili ( le donne da segretari maschi) e avremmo avuto sempre e solo collaboratori fedeli, leali ed amichevoli. Inoltre avremmo potuto incontrarci, se lo avessimo voluto, con la nostra compagna virtuale. Nel mio caso sarei potuto rimanere per sempre con Alice Virtuale e con I miei figli. Ognuno avrebbe avuto tutto il tempo disponibile, tutte le capacita' e le facilitazioni per poter coltivare al massimo grado I suoi hobbies. In altre parole, tutti avrebbero realizzato massimamente le proprie attitudini e potenzialita', senza raggiungere mai un limite oltre il quale non sarebbe stato piu' possibile proseguire. Inoltre, poiche' la nostra religione non ammetteva l'immanentismo, ogni persona avrebbe conservato una propria anima individuale, cosi' ciascuno avrebbe potuto raggiungere il massimo delle sue possibilita' e non saremmo mai diventati tutti uguali. Inoltre Monsignor Caravaggio aveva chiarito che anche nell'aldila' sarebbe stato possibile migliorare continuamente le proprie prestazioni con l'impegno e la pratica ripetuta. In altre parole Il lavoro non sarebbe terminato dopo la morte, ma sarebbe stato un lavoro, scelto, piacevole ed arricchente. Se questo continuo miglioramenteo avesse avuto una fine o se fosse andato avanti all'infinito non era dato saperlo. Certamente non si sarebbe fermato per mancanza di entusiasmo o di mezzi o per stanchezza o per la sclerosi e l'impotenza fisica portate dall'eta'. Sarebbe stata soltanto la liberta' e la volonta' individuale a determinare l'impegno da dedicare a queste attivita'. I nostri teologi postularono infatti che una certa forma di volonta' individuale e di liberta', sarebbero continuate ad esistere anche al termine della nostra esistenza. Cosi' ci sarebbero stati vari livelli di paradiso a seconda del grado di perfezione spirituale raggiunta in un dato momento. Se questa corsa verso la perfezione fosse durata all'infinito oppure no, era un argomento che appassionava teologi e filosofi. Sarebbe mai stato possibile eseguire una musica cosi' perfetta da non poter piu' essere migliorata in alcun modo? Sarebbe stato possibile comporre una musica che avesse trasmesso al massimo grado tutte le emozioni che ogni musica puo' dare? Sarebbe stata non piu' una musica, ma "La Musica". La musica come l'avrebbe suonata Dio stesso. Sarebbe stato mai possibile giocare a tennis tanto perfettamente, che nessun miglioramento, nessuna nuova invenzione, nessuna giocata avrebbe potuto, nemmeno per un momento, nel corso della partita, essere tentata in un altro modo? Non giocare a tennis, ma giocare il "Tennis". E se una perfezione in tutte le cose fosse stata possibile, cosa sarebbe successo poi di noi? Saremmo arrivati al cospetto di Dio? Avremmo finalmente potuto contemplare e capire il suo volto? Avremmo mantenuto ancora la nostra individualita' e la nostra liberta' o ci saremmo fusi con Lui? Queste erano le principali domande che si ponevano I nostri teologi, senza raggiungere un accordo definitivo. C'era chi, come Monsignor Caravaggio sosteneva che il paradiso consistesse in questo meraviglioso miglioramento continuo dell'uomo, in tutte le sue forme , ma che non sarebbe mai stato possibile raggiungere la perfezione. Raggiungere la perfezione equivaleva a dire che L'uomo poteva raggiungere Dio, e questa rimaneva un' eresia. Tra gli alti prelati, c'era chi invece postulava una specie di punto di arrivo che avrebbe coinciso con la beatitudine totale, l'adorazione e la contemplazione di Dio. Tutti comunque, ammettevano che anche raggiunti I propri limiti, l'uomo poteva ancora progredire, usando la volonta', l'energia ed I mezzi di conoscenza infiniti di cui avrebbe potuto disporre. Questa concezione avvicinava la nostra religione al Buddismo che postulava un continuo miglioramento dello spirito umano attraverso successive reincarnazioni, la differenza era che da noi, secondo Caravaggio, questo miglioramento probabilmente sarebbe continuato all'infinito e avrebbe costituito di per se una delle principali gioie del paradiso. Non sarebbe stato mai neccessario raggiungere il nirvana, cioe' la mancanza di volonta', la pace assoluta, l'unione definitiva con l'universo e con Dio. L'inferno invece altro non era che un luogo in cui si lavorava senza sapere perche'. Si svolgevano soltanto piccole parti ripetitive di un lavoro piu' vasto, del cui scopo finale nessuno era a conoscenza. Tutti I dannati avevano posizioni gerarchiche umilissime ed erano continuamente vessati da terribili superiori che , qualsiasi cosa avessero fatto, avrebbero trovato sempre da ridire. Tutto questo per sempre , ogni mattina ed ogni sera, compresa la Domenica. Durante il tempo libero, dovevano sdraiarsi in speciali vasche nere piene di fuoco attizzate da demoni, le cui sembianze erano le stesse dei loro superiori, capi ufficio e manager. Tuttavia, nemmeno I dannati dell'inferno perdevano la loro volonta' e la loro liberta', ed era ammesso anche per loro, se malgrado tutto, avessero lavorato bene e con passione e fossero riusciti a farlo, non soltanto per migliorare la loro posizione, ma per il bene della Ditta, di poter raggiungere un giorno il paradiso. Infatti qualsiasi colpa umana, anche il tradimento della stessa Ditta, per quanto potesse essere orribile, rimaneva sempre una colpa finita. L'uomo per quanto malvagio e libero non sarebbe mai riuscito a commettere un peccato di dimensioni infinite, per cui Dio, essendo infinitamente giusto , non avrebbe mai potuto permettere che fosse condannato ad una pena infinita. L'obiezione dei teologi romani, che era l'uomo stesso, con la sua liberta' a scegliersi l'inferno, nella nostra religione non reggeva, in quanto la liberta' e la volonta' dello spirito umano perduravano anche nell'altra vita. Anche dall'inferno, dunque si poteva uscire, o meglio, nemmeno l'inferno durava per sempre, non per tutti almeno. Soltanto chi avesse deciso coscientemente di continuare ad esercitare male il proprio lavoro ed I propri compiti sarebbe dovuto rimanere all'inferno. Il purgatorio, non essendo piu' neccessario, non esisteva come luogo separato, era soltanto l'ultimo stadio dell'inferno e rappresentava il momento in cui le anime dei peccatori si rendevano pienamente conto del male che avevano compiuto in vita. Questa visione escatologica contribuiva a differenziare ancora meglio la nostra religione da quella del mondo esterno. Ormai erano moltissime le cose, religiose e non, che ci separavano da chi viveva fuori: La nostra condizione economica, per gran parte di noi, era migliore. Nessuno temeva di non trovare il lavoro e nessuno aveva la preoccupazione di non trovare l'occupazione adeguata. Tutto era gia' deciso alla nascita o nei primi anni di vita, in base alle predisposizioni genetiche ed attitudinali dimostrate precocemente. Ogni tipo di stress era quindi evitato ai nostri giovani, che potevano dedicare cosi' tutte le loro energie al lavoro per il quale erano piu' portati. I nostri psicologi avevano studiato tutti I migliori metodi per sublimare l'aggressivita' e trasformarla in energia positiva. Energia che poteva essere usata per I nobili scopi dell'utilita' della Ditta. Non esistevano quasi I furti, e non esisteva nemmeno la poverta' perche' le condizioni economiche minime erano garantite per tutti. Era garantita l'istruzione, la casa e la mensa aziendale. Lo stipendio serviva solo per le spese voluttuarie ed era soltanto leggermente diverso per le varie categorie di dipendenti. Nessuno era ricchissimo e nessuno era povero, la differenza consisteva soltanto nella posizione lavorativa, ma nemmeno questo era causa d'invidia perche' tale posizione veniva assegnata molto precocemente e nessuno poteva mettere in dubbio la giustezza di tale scelta. Forse eravamo un po' meno liberi, ma molto piu' ordinati e sicuri dei nostri simili, che per forza o per volonta', dovevano ancora vivere fuori.
C'era chi giurava, e tra essi monsignor Caravaggio, che il sistema di vita addottato nella nostra Ditta sarebbe divenuto un sistema di sviluppo sociale obbligatorio, un sistema di evoluzione sociale analogo al passaggio biologico dalla unicellularita', alla pluricellularita' che era avvenuto in tutti gli organismi superiori. In altre parole, come un mammifero era superiore ad un'ameba, cosi' la nostra Ditta era superiore ad ogni altro sistema basato sull'individualismo, per quanto evoluto fosse. Il guaio era che questi organismi pluricellulari, che mi raffiguravo come grossi scarafaggi, pur volendo fare il nostro bene, erano troppo brutti. Si muovevano sulle nostre teste, incuranti delle nostre singole volonta', senza nemmeno avere piena coscienza di cio' che essi stessi volevano o stavano facendo. Una cosa comunque era certa: essi volevano vivere

ALICE VIRTUALE

Finalmente conobbi una donna reale, una collega d’ufficio della quale mi sembrava di essere innamorato, ma prima di approfondire questa nuova storia dovevo assolutamente recarmi, almeno un'altra volta, in realta' virtuale e spiegare ogni cosa ad Alice Virtuale ed alla mia famiglia. ne avevo già accennato alla mia compagna reale, lei non aveva fatto altro che ridacchiare, quasi fosse una cosa da bambini. Quasi che le esperienze virtuali fossero da considerare alla stregua di giocattoli per passare il tempo e nulla piu'. Non era assolutamente cosi'. Alice Virtuale non era una semplice proiezione di me stesso: si era molto modificata dalla prima volta che l'avevo conosciuta era completamente diversa. In qualsiasi parte si trovasse: nella Ram del mio compiuter, nel disco fisso, o nella CPU, non era una semplice parte del computer, era una entita' autonoma, ne ero sicuro quando l'avevo vicina e sentivo il calore del suo corpo. Quandi mi veniva incontro sorridente e contenta di vedermi, ero sicuro: non poteva essere solamente un pezzo di plastica lavorato. Anche se apparteneva ad un programma inizialmente elaborato da un tecnico, qualunque cosa fosse, fosse pure una sequenza continuamente variabile di 0 e di 1 in qualche circuito integrato, lei, da qualche parte esisteva e mi aspettava. Del resto che cosa c'era di cosi' diverso nel pensiero umano? In fondo anche le membrane esterne dei nostri neuroni si polarizzavano in seguito al contatto con dei mediatori chimici, e da questo contatto partiva un potenziale d'azione che si propagava lungo una fibra nervosa fino a raggiungere la successiva sinapsi. Cosi' la corrente nervosa passava di cellula in cellula, da area nervosa ad area nervosa dando origine a seconda dell'area interessata ad emozioni, immagini, suoni, colori. Sarebbe bastato collegare il nervo acustico all'area visiva ed avremo potuto vedere I suoni ed I rumori, oppure collegare I nervi ottici con l'area acustica ed avremmo potuto udire I colori. Il mondo sarebbe stato diverso: ci saremo mossi nello spazio riconoscendo I suoni o I rumori degli oggetti, ed avremmo potuto vedere le luci di una sinfonia di Beethoven. Mi sa che avremmo perso molto: quali armonie di suoni avrebbe potuto pareggiare la sensazione che ci hanno offerto le curve di Marilin Monroe? Giusto il canto delle sirene che spingeva I marinai a trovare la morte nell'oceano, poteva offrire un paragone accettabile. Le battute di Woody Allen,che colori e che forme, avrebbero dovuto avere per farci ridere? Difficile da prevedere. Indubbiamente se avessimo adottato questa modalita' fin dalla nascita I nostri centri nervosi, le nostre aree cerbrali acustica e visiva avrebbero imparato a lavorare in un altro modo. Tuttavia il pensiero piu' evoluto sarebbe nato sempre dalla miscela ( elaborazione) di tutte queste nostre sensazioni: una pausa tra afferenze ed efferenze, tra input ed output. Tutto cio' in fondo non era molto diverso da quanto accadeva ad Alice. Anche I nostri processi fisiologici del pensiero, come I suoi, obbedivano alla legge del tutto o niente: o la depolarizzazione era sufficiente a scatenare un potenziale d'azione o non si aveva alcun potenziale. L'intensita' degli stimoli era dovuta alla frequenza dei potenziali d'azione ed alla quantita' delle fibre e delle cellule interessate. Ma per ogni singolo neurone il potenziale d'azione obbediva alla legge del tutto o niente, come avveniva nei circuiti integrati: assenza di tensione uguale 0 presenza di tensione uguale 1. Quando pensavo ad Alice Virtuale, non in termini di donna ma in termini di entita' programmata, me la immaginavo come un grandissimo pannello sul quale si accendevano e si spegnevano contemporaneamente milioni di lucette colorate che davano origine ad infinite combinazioni sempre diverse che rappresentavano quell'entita' sempre nuova, sempre mutevole che io chiamavo Alice. Avevo segretamente da sempre sperato che Alice Virtuale oltre a poter interagire con me, potesse provare anche qualche cosa che assomigliasse in qualche modo a cio' che noi usiamo chiamare emozioni, stati d'animo, sentimenti. La cosa sarebbe stata molto lusinghiera per me ma per quanto ne sapevo era impossibile. Come tutte le cose che mi piacevano o era pericolosa o faceva assolutamente male o era impossibile.
Da alcuni giorni vivevo nella continua sensazione che qualcuno, da qualche parte, mi stesse aspettando. Sapevo che la cosa non era possibile, tuttavia non ci potevo fare nulla. Avvertivo una specie di ansieta' continua ed un senso di colpa che mi spingevano a tornare in realta' virtuale.Quel pomeriggio, per correttezza, informai ancora una volta di cio' la mia compagna reale, lei disse di sbrigarmi il piu' presto possibile, cosi' poi avremmo potuto dedicarci ai nostri nuovi progetti che tanto le stavano a cuore. Non indugiai oltre, mi avviai verso il computer, inserii il programma, che per la verita' occupava ormai tutto il disco fisso, applicai alle tempie gli elettrodi e me ne andai. Trovai la nostra abitazione virtuale accogliente come sempre, esattamente come l'avevo lasciata, notai a malapena che c'era anche una gradevole musica di sottofondo, entrai nel soggiorno ed Alice Virtuale mi venne incontro con le braccia aperte ed il sorriso sulle labbra. " Quanto mi sei mancato amore" mi disse. Era l'unica entita nell'intero universo che mi avesse mai chiamato amore, ed era anche l'unica entita' dalla quale io avrei tollerato di farmi chiamare cosi'. Se lo avesse fatto qualche altra persona, nel mondo reale, avrei avvertito una sorta di nota stonata, come una presa in giro od una forzatura. Mi sarei subito chiesto: Dov'e' la fregatura? Era difficile poter dire Amore seriamente e conservare la faccia. Nemmeno io l'avevo mai fatto. Al massimo avevo detto qualche volta mi piaci o ti voglio bene, ma non ricordavo di avere mai detto ti amo. La cosa diventava sempre piu' difficile man mano che gli anni passavano: alla mia eta' ormai erano rimasti in pochi, a parte qualche deficiente, gli uomini che potevano seriamente dire ti amo. Io avrei tollerato volentieri un ti voglio tanto bene soprattutto dal piccolo Francesco, la cui serieta' e sincerita' avevo gia' imparato ad apprezzare, ma lui, proprio per questi motivi, si sarebbe guardato bene dal dirmelo. Con Alice Virtuale le cose erano del tutto diverse: lei era stata fatta apposta per dirmi" ti amo" quindi, non c'era traccia di ironia, di risentimento per cose passate, di interesse in lei e nella sua voce. Era un paradosso che la realta' virtuale, in queste cose, apparisse meno finta di quella reale. " Dove sei stato? Temevo che tu non arrivassi piu. Lo sai senza di te io non posso vivere. Senza di te non esisto." Anche questo era sicuramente vero. Se il programma non andava Alice rimaneva spenta, non esisteva e non poteva avere nuove esperienze ne' acquisire niente di nuovo. L'unica cosa che io mettevo in dubbio era che cio' le potesse veramente importare. La presi tra le braccia, feci aumentare la musica, abbassai le luci ed incominciammo a danzare insieme. Mi sembrava un buon modo per dirle che avevo un'altra donna reale e che non sarei piu' potuto tornare. Mentre stringevo il suo corpo caldo e sentivo I suoi seni sodi sul mio petto, mi veniva sempre piu' difficile credere che si trattasse solamente di un pezzo di programma che interagiva col computer, no dovunque si trovasse e qualunque cosa fosse, lei era un'entita' autonoma, che io stavo stringendo tra le mie braccia. Accanto a me sembrava felice, era felice di ascoltarmi e non aveva mai niente di meglio da fare che interessarsi a me, al mio lavoro, ed alle mie idee, non provava risentimento, odio, invidia, non si metteva in competizione. L'unica cosa che mi dimostrava era il dispiacere che aveva provato per la mia lunga assenza ed il piacere che provava in quel momento di vedermi e di potermi riabbracciare. " Anche a me sei mancata Alice" dissi. Ancora una volta sentivo che qualsiasi cosa potesse essere Alice Virtuale, fosse pure un insieme pulsante di differenze di potenziale racchiuse nei circuiti integrati del mio computer, essa esisteva veramente come entita' unica, separata dal resto del computer ed era sempre diversa di volta in volta. Ricordava tutto quello che avevamo fatto insieme e ne traeva insegnamenti nuovi per modificare il suo comportamento futuro. Continuava tuttavia a rimanere perennemente innamorata di me, a vedere in modo positivo tutte le mie azioni, ad idealizzarmi, come fanno le adolescenti innamorate. Con lei sarei rimasto per sempre un principe azzurro, anche ad ottanta anni. Per fortuna, la realta' virtuale ringiovaniva anche me e non comportava eccessivo dispendio di energie fisiche, cosi' avrei potuto sostenere per sempre quella parte da attor giovane. Alice continuava a stringermi sempre piu' forte ed a muoversi sinuosamente, potevo avvertire il suo profumo ed il suo corpo caldo tra le mie braccia. Non l'avevo mai vista cosi' bella, era estremamente spontanea, si muoveva naturalmente con una grazia da ballerina, ed era veramente difficile resisterle. Mi stava stregando in un modo nuovo, diverso dalle altre volte, quasi avesse intuito quello che avrei dovuto dirle. Cercai di concentrarmi su cio' che dovevo dire, mi feci forza ed iniziai: " Alice devo parlarti. Dall'ultima volta che ci siamo visti sono accadute molte cose, anche per questo mi sono dovuto assentare per cosi' tanto tempo. Tu sai che prima di conoscere te, avevo una ragazza con la quale ho convissuto per qualche tempo. Ebbene ora lei e' tornata ed abbiamo deciso di rimetterci insieme." Alice si mise a piangere sommessamente. "Vuoi dire che non ci rivedremo piu', questa tua decisione sara' la fine della mia esistenza, tu lo sai, senza di te io non posso vivere. Rimarro' per sempre spenta, non potro' piu' acquisire nuovi dati, moriro'." " Non dire parole grosse" replicai, "comunichero' al tecnico informatico la mia decisione. Con qualche aggiustamento del programma, tu potrai essere adattata ad un altro dipendente e potrai continuare ad esistere."
"No, ti prego, non farlo, questa e' la cosa peggiore che hai detto, non sarei piu' io. Io sono stata fatta per te ,non sarei piu' io se dovessi vivere con un altro uomo, tu lo sai, sei tutta la mia vita, non sono parole vuote, e' la pura verita' e lo sai." " Alice", replicai quasi stizzito," non farla troppo lunga, tu non puoi nemmeno provare sentimenti. Sei soltanto stata programmata per rispondermi in questo modo e per compiacermi. Ma se ti comporti cosi', non mi compiaci affatto, tu non sai cos'e' l'amore, non puoi dire se mi ami veramente o no". " Perche' tu pensi di sapere cos'e' l'amore?" Rispose lei inaspettatamente " Io so solo che sono nata per esistere e non desidero sparire nel nulla o modificare cio' che sono, qualsiasi cosa io sia e dovunque mi trovi. Per quanto riguarda il fatto di essere stata programmata, sei sicuro di non esserlo stato anche tu? Ti senti pienamente libero? Hai costruito da solo il tuo cervello individuale che ti fa provare quei sentimenti che ti fanno sentire cosi' superiore, o l'hai trovato gia' fatto quando sei nato? Se ci pensi bene anche tu sei stato programmato a reagire in qualche modo predeterminato; tutto cio' che hai potuto modificare ti e' derivato dall'esperienza. Lascia anche a me questa possibilita'." Forse avevano scaricato nel programma di Alice Virtuale qualche Giga di filosofia meccanicistica. Si' forse era vero che anche noi eravamo stati determinati dal nostro DNA, dal nostro codice genetico, certamente non eravamo pienamente liberi, almeno pero' continuavamo ad esistere allo spegnimento del computer, anche dopo la morte sosteneva monsignor Caravaggio, ma questo era tutto da vedere. Per la prima volta mi sentivo leggermente a disagio parlando con Alice Virtuale. " Vorresti forse dire che a partire dall'esperienza, sei arrivata a provare qualcosa di simile a quello che gli uomini chiamano emozioni, sentimenti, amore? Cosa vuoi significare quando mi dici che mi ami" chiesi leggermente irritato. " Non lo so, so solo che sono stata fatta fatta cosi', non so se provo qualcosa di analogo a quello che voi chiamate emozione, tuttavia non mi va di sparire nel nulla per sempre . Il programma a cui appartengo non e' semplice, ormai ha una memoria di parecchi Gigabite, anche se la nostra unita' di memoria piu' elementare puo' assumere soltanto due stati che vengono associati ai numeri 0 ed 1, il programma ha ormai raggiunto un grado di complessita' tale, vi sono cosi' tanti sistemi di feed back al suo interno, che non credo sia piu' possibile rispondere semplicisticamente ad una domanda come questa. Anche I vostri neuroni, l'unita' elementare del vostro pensiero, del resto obbediscono alla legge del tutto o niente: 0 oppure 1, potenziale d'azione o ritorno al potenziale di riposo. Io so soltanto che esisto e che vivo per te. Questo non lo posso cambiare, diventerei un'entita' totalmente differente da quella che sono ora, andrei al di la' dello scopo per cui sono stata creata. Questo e' un mio limite." " Senti Alice" dissi irritato " Questa discussione sta diventando paradossale. Tu dici : Io so soltanto che esisto. Io invece sono convinto che sicuramente esisti, ma altrettanto sicuramente non sai di esistere, non hai l'autocoscienza, non la puoi avere. Tutto quello che tu mi dici e' frutto della tua programmazione e delle successive esperienze che hai potuto fare. Non puoi avere l'autocoscenza, del resto anche l'uomo prima di divenire cosciente di se stesso ha impiegato forse migliaia di anni, ed anche adesso la parte che agisce consapevolmente e' solo la punta di un iceberg, tutto il resto e' inconscio, difficilmente spiegabile ed a volte in contrasto con il nostro io, con la nostra parte conscia. Non per nulla abbiamo anche imparato ad usare delle difese contro I nostri desideri inconsci e se queste difese non reggono ci ammaliamo, perdiamo la capacita' di godere la vita. Non e' possibile che tu abbia sviluppato l'autocoscienza." " Io non voglio essere spenta, non e' questo un inizio di autocoscienza?" " Questa discussione e' come un gatto che si morde la coda" dissi " sei sempre tu a dire di non voler essere spenta, ma tutto cio' che dici ti e' stato immesso da chi ti ha programmato".Anche tu sei stato programmato" mi disse disperata Alice " anche tu risulti da una parte programmata, il DNA e da una parte appresa, le esperienze". " Basta!" Aggiunsi in tono perentorio-" Sono venuto per dirti addio, domani avvisero' il tecnico di fare alcune piccole modifiche al tuo programma, cosi' potrai continuare ad esistere, sarai solamente adattata per un altro dipendente. " No ti prego, non farlo" scongiuro' Alice " Non sarei piu' io e' come se morissi due volte. Piuttosto tienimi spenta, potresti sempre ripensarci. Prenditi un po' di tempo, che fretta c'e'. E' possibile che io sia solamente una figurina colorata costruita sui tuoi desideri per compiacerti, ma puo' darsi che stia diventando qualcosa di piu'. Ti scongiuro prenditi un altro po' di tempo." " Ho gia' deciso." Risposi " Oramai ho una compagna reale, sarebbe come condurre due vite parallele, non sarebbe onesto. E' inutile che tu insista. Il programma dovra' essere adattato per un altro dipendente, vedrai, non te ne accorgerai nemmeno. Io potrei venire qualche volta a farti visita, naturalmente come un vecchio amico e nulla piu'". A questo punto Alice ebbe una reazione che non avrei mai piu' dimenticato: mi strinse ancora piu' forte tra le sue braccia, mi avvolse nel suo profumo, e mentre la musica cresceva, mi diede un lunghissimo ed appassionato bacio e mi disse: " Addio amore". Ebbi un bagliore luminoso, avvertii un terribile ronzio nelle orecchie e mi trovai stordito, seduto sulla poltrona dello studio della mia casa reale a fissare lo schermo spento del computer. Fuori infuriava un violento temporale; per una strana ragione il programma era saltato: un calo di tensione mi disse il tecnico piu' tardi. Tentai di riavviare il programma, riuscii ad entraci, trovai la casa I mobili, ma di Alice nessuna traccia. Si erano salvati anche numerosi file sonori di estensione Wav, Files che erano stati la colonna sonora della mia storia con Alice Virtuale. Malgrado la situazione paradossalmente drammatica non potei evitare un pensiero quasi comico: Alice virtuale mi aveva lasciato anche la casa. Sicuramente sarebbe spettata a lei in un normale matrimonio. Lei invece, anche questa volta, si era comportata in questo modo sicuramente irreale. Chiesi al tecnico dei computer come era stato possibile il verificarsi di una perdita di programma cosi' settoriale: era scomparsa solo Alice ed I due miei figli virtuali, dei quali scoprii, non me ne importava nulla. Il tecnico mi rispose che molto probabilmente in seguito al temporale, si era danneggiato un cluster del disco fisso, relativo all'indice dei personaggi. In particolare proprio quello di Alice Virtuale: cosi' il programma era esistente ma non piu' operativo. Per uno di quei strani casi del destino il cluster si era danneggiato proprio mentre Alice mi stava dicendo addio per sempre. Come al solito le cose potevano trovare due spiegazioni antitetiche: Una razionale, squallida, ma possibile ( il danno al cluster), l'altra romantica, spirituale, ma impossibile ( il suicidio di Alice per amore). Optai per l'opzione piu' razionale, anche se Alice Virtuale sarebbe rimasta per sempre nel mio cuore ed inconsciamente da allora mi sentii per sempre colpevole nei sui riguardi. Dopo vari tentativi di ritrovare Alice Virtuale vi rinunciai per sempre.




LA DITTA REAGISCE

Dopo la scomparsa definitiva di Alice virtuale la situazione interna cominciò a precipitare cominciavo ad avvertire sempre più distintamente una strana sensazione di oppressione e di paura non più mitigata dalle mie permanenze in realtà virtuale. c Il giornale della Ditta e la televisione a circuito interno continuavano a diffondere notizie allarmanti che mettevano in rilievo le intollerabili ingerenze provenienti dall'esterno. Monsignor Caravaggio appariva quasi ogni giorno sugli schermi, era invitato a moltissime trasmissioni e batteva continuamente su di un solo tasto: secondo lui la nostra civilta' sarebbe stata destinata a scomparire se le cose non fossero cambiate drasticamente a breve termine. Tutti I nuovi permessi per recarsi all'esterno furono sospesi, inoltre si parlava gia' di revocare anche quelli gia' esistenti e di vietare ai dipendenti il lavoro part-time. Le voci relative a misteriose epidemie derivanti da rapporti dei dipendenti con untuori provenienti dal mondo esterno diventavano sempre più insistenti e minacciose. Il disagio che provavo cominciava ad accrescersi ed a trasformarsi in paura. L’aspetto architettonico stesso della Ditta andava modificandosi e diventava congruo con i miei sentimenti. Dalle finestre rigorosamente chiuse e protette da vetri speciali, sgradevolmente giallastri, potevo vedere gli edifici della Ditta interamente ricoperti dai nuovi pannelli imbottiti di piombo: sembrava una prigione piu' che un posto di lavoro. Improvvisamente ebbi uno sgradevole presentimento: a che cosa dovevano servire tutte quelle protezioni? Una strana idea comincio' a farsi strada ossessivamente nel mio cervello. Qualcosa che avevo probabilmente sempre saputo, che tutti avevamo sempre saputo, ma che non aveva mai raggiunto la soglia della nostra coscienza. Qualcosa di talmente orribile che nessun uomo avrebbe potuto sopportare, una decisione che nessun uomo avrebbe mai voluto prendere e che quindi era stata demandata ad un' entita' sovraindividuale che doveva assumersela su di se' e decidere al di sopra di noi tutti per il nostro bene. Quasi a confermare il mio presentimento, proprio in quel momento parti' il segnale d'allarme generale. In tutti gli uffici, in tutte le officine, in tutti I locali della Ditta, il rumore assordante, sgradevole, terrificante delle sirene esplose a tutto volume. Contemporaneamente dagli altoparlanti posti un po' ovunque, la voce di monsignor Caravaggio esortava tutti alla calma ed a mantenere il controllo dei nervi. Era solo la nostra Ditta che si stava difendendo dalle aggressioni esterne, e questa volta sarebbe stata l'ultima difesa, quella definitiva. Monsignor Caravaggio assicurava che per I dipendenti non ci sarebbe stato alcun pericolo: grazie alle nuove tecnologie, a quei famosi pannelli imbottiti di piombo ed ai vetri speciali eravamo completamente protetti e sicuri. Mentre la voce calma e sicura di Caravaggio continuava a fornire rassicurazioni, quello che tutti ormai da tempo ci aspettavamo divenne improvvisamente e definitivamente realtra' sotto I nostri occhi e le nostre orecchie. Si udi' un gran frastuono un rumore spaventoso ed innaturale seguito dopo pochi istanti da altre esplosioni ancora piu' forti. In pochi minuti, in tutto il mondo erano stati lanciati migliaia di missili atomici della potenza pari a circa 40 chilotoni di TNT, al nucleo di uranio. In tutte le citta' di tutto il mondo, un missile atomico ogni 20 chilomentri stava esplodendo distruggendo definitivamente quella che era stata la civilta' esterna alle grandi Ditte, anzi, per migliaia di anni, l'unica civilta' umana esistente. Dalle finestre dell'ufficio potevamo vedere le enormi esplosioni, I bagliori che si succedevano. Non ci furono scene di panico, tutti avevamo inconsciamente immaginato per anni questo momento ed ora che era arrivato ci sembrava di stare assistendo ad una scena inevitabile scritta , dalla notte nei tempi nel DNA, nel destino dell'uomo. Alice mi abbraccio' e pianse sommessamente e compostamente. Io pensai al mio amico Agostino, a tutti I collaboratori che avevano lavorato con noi nello scatolificio, pensai alla citta' di Milano, ai suoi rumori, alle sue contraddizioni stridenti, ai soldi ed alla spietatezza economica, alla sua meravigliosa liberta', pensai alle speranze di milioni e milioni di persone troncate in quel preciso istante, ma non riuscivo a piangere, rimanevo inspiegabilmente calmo a guardare. Le bombe produssero tre tipi di forze distruttrici: un' onda d'urto procedente alla velocita' del suono che appiatti' tutti gli edifici; raggi termici ad una temperatura superiore alla superficie solare che bruciarono, ustionarono, distrussero ogni essere vivente per un raggio che arrivava a toccare il raggio della bomba sganciata piu' prossimamente; e radiazioni che si propagavano alla velocita' della luce e la cui efficacia mortale sarebbe perdurata nel tempo. Tutto era stato studiato accuratamente per non dare scampo ad alcuno, era stata preferita la strategia di sganciare tante piccole bombe contemporaneamente, (ognuna di queste bombe aveva circa la potenza di quattro volte quella sganciata ad Hiroscima) rispetto a quella di sganciarne poche e potentssime. Il 35% dell'energia totale delle bombe consisteva in raggi termici, circa il 50% era contenuto nell'onda d'urto,e circa il 15% era energia radioattiva, era un coktail mortale dal quale non ci sarebbe stato scampo per nessuno. Varie colonne a forma di fungo si levarono instantaneamente dalle varie esplosioni e salirono fino a raggiungere la stratosfera. Dopo circa 20 minuti si sviluppo' una tempesta di fuoco causata dalla rarefazione dell'aria sovrastante le zone colpite dalle bombe; inizio' poi un forte vento proveniente da tutte le direzioni che continuo' per ore. Tizzoni ardenti di materiali infiammabili, lamiere cartoni mulinavano nell'aria e ricadevano sul terreno portando distruzione e morte e contribuendo ad incendiare ogni altro materiale infiammabile. Il vento fu accompagnato da una pioggia nera, densa e vischiosa, provocata dalla condensazione del vapore acqueo contenuto nella massa dell'aria ascendente. La pioggia provoco' la ricaduta sul terreno delle particelle radioattive. Fortunatamente gli scienziati della Ditta avevano previsto tutto cio', ed avevano approntato degli speciali strumenti che usavano ventilatori e getti d'acqua e che mettendosi in funzione, avrebbero provveduto ad allontanare gran parte delle particelle radioattive dagli stabilimenti della Ditta. La voce calma di Caravaggio dagli altoparlanti ci fece sapere che I nostri scienziati avevano trovato il modo di ridurre di moltissimo il tempo di dimezzamento della radioattivita', entro pochi anni saremo potuti uscire liberamente dagli edifici della Ditta e andare a ricostruire il mondo. Ci stavamo avviando verso una nuova era di prosperita' e di pace, il prezzo da pagare era stato altissimo, ma era stata l'unica soluzione possibile, l'unica soluzione definitiva che avrebbe eliminato per sempre ogni tensione sociale, ogni differenza intollerabile tra gli uomini e avrebbe permesso la nostra sopravvivenza in questo pianeta per un tempo indefinitamente lungo. Molti piangevano sommessamente guardando dalle finestre lo spettacolo della fine della civilta' dalla quale provenivamo, alcuni avevano amici al di fuori della Ditta, alcuni avevano addirittura sperato di poter uscire a farsi una nuova vita. Ora che tutto era finito ci sembrava che ogni cosa avesse seguito il suo corso naturale, che questa catastrofe fosse stata scritta da sempre nel destino del mondo. L'angelo della morte era passato ed aveva diviso I buoni dai cattivi: era il prezzo che l'umanita' doveva pagare per poter sopravvivere. Era stata presa una decisione necessaria che nessuna persona, nessun individuo singolo avrebbe potuto prendere, infatti la responsabilita' di quanto stava accadendo non era di un uomo, ma era della Ditta stessa. Era la Ditta che leggendo nel nostro inconscio collettivo aveva agito nell'unico modo che noi pur non potendo ammettere avevamo inconscamente desiderato, l'unico modo che avrebbe garantito per sempre la nostra sicurezza e la sua stessa esistenza. Fino all'ultimo momento infatti, nessun dipendente, nemmeno monsignor Caravaggio stesso poteva sospettare che avrebbero sganciato tutte quelle bombe ed avrebbero distrutto ogni forma di vita esterna. Tutti pero' avevano contribuito con una piccola parte di aiuto alla realizzazione di quel piano, ognuno aveva fornito il suo piccolo mattone senza voler sapere a che cosa fosse servito tutto cio'. La coscienza di quanto stava per accadere ci era stata risparmiata, ed in futuro probabilmente avremmo dovuto comprendere che la coscienza individuale non era di per se' un bene. Forse era stato proprio il desiderio di autocoscienza, di autoaffermazione e di liberta' individuale che ci aveva fatto precipitare dall' Eden, dal paradiso terrestre. Forse era stato proprio questo il peccato originale che aveva distinto l'uomo dalle altre creature e che lo aveva messo in una posizione di disarmonia con la natura. Probabilmente, in futuro avremmo dovuto abituarci a ridurre di molto, se non a far scomparire la nostra autoconsapevolezza a favore della Ditta. La Ditta ci avrebbe riaperto le porte dell'Eden ed avremmo potuto vivere per sempre felici in un nirvana collettivo, demandando ogni difficile decisione, ogni angoscia. Avremo finalmente potuto vivere in modo innocente senza piu' avere la gravosa consapevolezza del bene e del male. Non era nemmeno una novita', gia' da molti anni, anche nel mondo esterno, le istituzioni pubbliche si comportavano in questo modo. Negli ospedali, ad esempio, vi erano dei medici bravissimi ed onestissimi ed ognuno faceva bene il suo lavoro: il chirurgo operava in modo encomiabile, l'anestesista addormentava il paziente, lo seguiva nel decorso operatorio e non gli faceva sentire alcun dolore. L'infermiere assisteva con competenza ed umanita' e qualche volta era l'unico ad accorgersi che malgrado la perfezione tecnica, qualcosa non andava. Gli impiegati dell'Asl sbrigavano in modo diligente ed ineccepibile tutte le pratiche burocratiche in modo che un successivo controllo avrebbe confermato la regolarita' di quell'operazione. E tutti insieme cosa facevano? Molte volte medicalizzavano un problema di natura psicologica. Molte persone affette da cefalea insistente, dopo varie visite mediche, alla fine ottenevano un'operazione, che so, una rinoplastica per raddrizzare il setto nasale. Il sintomo iniziale regrediva per qualche tempo, poi ritornava o se ne presentava uno nuovo, ugualmente sfumato ed inafferrabile, ma che avrebbe insistito finche' non avesse trovato un'altra soluzione medica, l'unica soluzione immediata ed accettata da tutti. La stessa sorte accadeva a molte persone che avevano trasformato la loro ansia, la loro sofferenza esistenziale, in sintomi somatici, piu' facili da essere accettati ed accolti dall'istituzione sanitaria. L'istituzione rispondeva con grande efficienza, ma nell'unico modo che aveva a disposizione, nell'unico modo per il quale era stata creata: medicalizzare tutti I problemi umani. Anche I pazienti preferivano una soluzione che li etichettava come malati nel corpo, piuttosto che rendersi conto di aver vissuto una vita insoddisfacente, piena di astio, di rancore e di paura di perdere quelle piccole sicurezze, quelle piccole comodita', quei piccoli privilegi cosi' difficilmente raggiunti. Ognuno cercava la risoluzione immediata dei propri problemi e non voleva capire che, in molti casi la soluzione migliore era convivere con I propri disturbi, con I propri problemi senza averne un'eccessiva paura. In fondo la piu' grande sofferenza dell'uomo era la paura stessa, ma l'istituzione dava le risposte che poteva dare e non altre: il chirurgo tagliava, l'anestesista addormentava, il burocrate timbrava e nessuno si chiedeva se il risultato di tutte quelle azioni competenti, ineccepibili e professionali fosse veramente utile o no. Sarebbe stata una domanda che tutti avrebbero data per scontata e nessuno avrebbe accettato. Anche I politici erano persone molto competenti: sapevano perfettamente l'arte di ottenere il consenso, l'arte di ottenere I voti. Erano persone intelligenti ed illuminate che il popolo stesso aveva eletto. I tecnici, gli ingegneri poi, erano veramente dei superuomini, risolvevano I problemi piu' difficili con una competenza ed un ingegno ammirevoli. E tutti insieme spesso costruivano delle cattedrali nel deserto che non servivano a niente se non ad ottenere altri voti e ad impiegare altri tecnici. Chi governava rappresentava l'elite, la crema della societa', gente abituata a prendere delle decisioni immediate, senza battere ciglio. I militari erano ottimi strateghi, maestri nell'arte del comando degli uomini e tecnici che conoscevano benissimo come raggiungere I migliori risultati con il minimo sforzo e la massima rapidita'. E tutti insieme che facevano? Facevano delle guerre nelle quali morivano sempre piu' civili e meno militari. Tutte queste persone intelligenti e ragionevoli finivano invariabilmente per scegliere la solita via per risolvere ogni controversia, la stessa via che sceglievano anche I bambini dell'asilo: la lotta, la lite, la guerra. Accadeva invariabilmente cosi' quando le istituzioni divenivano troppo grandi ed I compiti dei singoli gruppi di dipendenti erano rigidamente divisi a tenuta stagna. Nessuno poteva sapere che cosa faceva il suo collega di un altro reparto. Tutti pensavano a far bene il loro lavoro ma nessuno era piu' interessato a che cosa potesse servire quel movimento di tanti piccoli ingranaggi che invariabilmente schiacciavano, trasformavano, modificavano ed alla fine creavano ogni desiderio, ogni esigenza dell'uomo, conformandola alla natura stessa dell'istituzione. In fondo era una forma di difesa che l'uomo aveva a disposizione per affrontare la sofferenza o i problemi troppo impegnativi o troppo sgradevoli per essere fronteggiati mantenendo la piena consapevolezza. Cosi' anche la nostra Ditta, divenuta l'istituzione per eccellenza, aveva risposto alla sua maniera al nostro bisogno di sicurezza, alle nostre paure di essere annientati e sopraffatti dalla realta' esterna. La Ditta aveva preservato ogni dipendente dal prendere una decisione insopportabile, probabilmente aveva fatto cio' che era giusto, aveva interpretato la volonta' inconsapevole dei suoi dipendenti. Adesso che il destino era compiuto, nessuno di noi era sorpreso, molti piangevano sommessamente, ma era come se tutti avessimo saputo che prima o poi sarebbe dovuto succedere. Alcuni giovani impiegati, che probabilmente non avevano mai messo piede all'esterno, avevano addirittura iniziato a correre per I corridoi degli uffici e degli stabilimenti sventolando le bandiere della Ditta e gridando vittoria! Vittoria! Cantando l'inno della Ditta, schiamazzando, scherzando e festeggiando. A me sembravano dei cori sacrileghi e quantomeno inopportuni in un momento come quello, ma se c'era qualcuno che pensava di aver vinto chissa' quale guerra, significava che la Ditta, ancora una volta, aveva ben intepretato I sentimenti reconditi dei suoi dipendenti e si era presa la responsabilita' di prendere la giusta decisione per tutti. Questo era anche cio' che stava ripetendo attraverso gli altoparlanti la voce tranquilla di monsignor Caravaggio: " Era stata presa la decisione giusta, l'unica possibile e compatibile con la nostra sopravvivenza. Del resto, se le Ditte di tutto il mondo erano state concordi ed avevano deciso per noi all'unanimita', significava che questa scelta era la migliore non solo per il nostro bene egoistico, ma anche per creare una societa' diversa, piu' giusta, basata sui valori della fratellanza universale e della solidarieta' tra I dipendenti."
Quella sera, monsignor Caravaggio celebro' una messa in suffragio delle anime di tutti gli uomini che quello stesso giorno erano morti in tutto il mondo. Ebbe parole di comprensione per chi aveva perso la vita, li chiamo' nostri fratelli e disse che le Ditte non avevano mai considerato I singoli uomini come nemici. Nemico era solamente il sistema che avevano adottato perche' era divenuto piu' forte dell'uomo stesso ed invariabilmente, malgrado le piu' buone intenzioni da parte dei singoli, con la scusa della liberta', avrebbe finito per trascinare l'umanita' verso l'odio, l'egoismo, il razzismo e l'incomprensione tra uomo ed uomo. Disse che in futuro avremmo dovuto adattarci ad una riduzione, ed alla fine ad una scomparsa della personalita' e della coscienza individuale affinche' si potesse sviluppare appieno la consapevolezza della Ditta che sarebbe divenuta essa stessa un individuo e avrebbe pensato per noi. Singolarmente eravamo troppo deboli, troppo mutevoli, leggeri ed influenzabili per essere affidabili. Le enormi energie, e le tecnologie che avevamo raggiunto erano troppo potenti per essere affidate all'uomo soggetto com'era alle passioni, all'odio, al risentimento, all'amore e persino alla pazzia. Nessuno si sarebbe fidato ciecamente delle decisioni di un uomo. Tutti avrebbero pensato prima o poi che egli avrebbe agito per I propri interessi o soggiogato da altri gruppi di potere. Invece se avessimo imparato ad affidarci ciecamente alle Ditte avremmo potuto vivere per sempre fiduciosi di raggiungere ognuno esattamente la posizione piu' adatta alle sue possibilita'. Bastava solamente scordarsi di essere degli individui separati gli uni dagli altri e vivere come formiche in grossi formicai dimenticando la consapevolezza individuale. Una formica da sola non si era mai vista, non esisteva nemmeno disse Caravaggio, ma all'interno di un formicaio poteva vivere sicura e potente. Capii finalmente qual'era la meta della teologia della Ditta di monsignor Caravaggio: annullare la consapevolezza e la responsabilita' dei singoli uomini e far nascere delle entita' pensanti sovraindividuali che avrebbero badato a noi e ci avrebbero governato per sempre. Avremmo dovuto vivere come degli insetti pronti ad ogni sacrificio per il bene della nostra societa', del nostro termitaio. Compresi che un'epoca era finita, ora avremmo potuto vivere per sempre in quel giardino dell'Eden senza conoscere qual'era il bene ed il male, liberi da ogni responsabilita', preservati dallo stress delle scelte. Compresi subito che l'umanita' per moltissimi anni avrebbe attraversato una nuova eta' dell'oro.
Era troppo bello, troppo semplice, troppo facile per funzionare veramente. Mi resi anche conto che oramai ero troppo vecchio per quella vita diversa. Cosi' preferii procurarmi una tuta protettiva e mi preparai, quella sera stessa, ad uscire fuori ed ad affrontare la radioattivita'.
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LA DITTA


La grande Ditta si era sempre presa cura di me. Mio padre aveva lavorato per quarant'anni al Project, e prima di lui mio nonno era stato una delle colonne del reparto Production. Giorno dopo giorno avevo visto la Ditta crescere di dimensioni. Le figliali sembravano moltiplicarsi come delle amebe. Avevo visto nascere il Work-over, il reparto Safety, la Security, la Corrosion, il Magazzino. Erano bei tempi quelli di mio nonno; ancora I dipendenti dei vari reparti parlavano tra di loro e persino con quelli dell'ufficio personale. La lingua ufficiale era l'inglese standard tecnico. Si usavano termini come " Screwdriver, hammer, speedometer, spanner, tank, I love you, e quant'altro. Con questa lingua ci si poteva capire con persone di tutte le nazionalita': tedeschi, francesi, spagnoli, croati, polacchi. Tranne con gli inglesi e gli americani,era possibile comunicare con tutti. Gli inglesi naturalmente pronunciavano un'altra lingua. All'epoca della mia assunzione I reparti erano oramai chiusi a tenuta stagna da anni. Ogni reparto cercava di tenere per se' I suoi segreti ed era divenuto quasi impossibile capire quale compito avessero, non solo I singoli dipendenti, ma anche I vari reparti stessi. Tutti gli operatori erano dei veri professionisti, gente preparata che lavorava bene, ma quasi nessuno conosceva precisamente quale fosse il proprio lavoro. Generalmente ogni compito era una piccola parte di un progetto piu' grande il cui scopo finale poteva difficilmente essere intuito. Si trattava spesso di raccogliere dati che dovevano essere inviati al settore di ricerca, negli Stati Uniti, dati che dovevano essere elaborati ed I risultati utilizzati per altri progetti od ulteriori ricerche. C'erano si' le varie mansioni, ma non erano interpretabili : " Analisi numerale dei rapporti periodici. Ottimizzazione informatica dei progetti comunicativi interaziendali. Formazione dei quadri e presa in carico dei settori non verbalizzanti del personale addetto alle revisioni", e cosi' via.
Ogni reparto cercava di mantenere segrete le proprie mansioni e di fermare le pratiche quanto piu' possibile. Questo per varie ragioni: la prima era di dare importanza al reparto. Quanto piu' uno si faceva pregare tanto piu' il suo compito diveniva importante. Un reparto che poteva fermare addirittura I lavori di tutti, raggiungeva il massimo del riconoscimento di importanza. Un altro buon motivo per ritardare era quello di pararsi il culo: piu' si aspettava e meno errori si potevano fare nell'espletamento delle varie pratiche. Il terzo e piu' importante motivo per dilazionare, era quello di dimostrare una perenne mancanza di organico e poter chiedere l'assunzione di altro personale. Quanto meno scoraggiare ogni tentativo di riduzione dello staff. Se si fossero sbrigati, gli altri si sarebbero abituati male, avrebbero preteso dei tempi sempre piu' brevi e questo era sicuramente da evitare. Calma e gesso dunque, per giocare a bigliardo. A volte capitava addirittura che I vari reparti combattessero una guerra intestina, l'uno contro l'altro, senza esclusione di colpi.
Mio padre, Il geometra Amleto Pancaldo era sempre vissuto in questo ambiente aziendale; all'interno si sentiva potente ed invincibile come un cobra nel suo rifugio. Fuori della Ditta non era nessuno, non sapeva difendersi e nemmeno da chi difendersi. Aveva sempre lavorato in una filiale estera, solo poche volte era stato in sede centrale a Milano ed immancabilmente, in quelle occasioni, era rimasto ammirato da tanta magnificenza e funzionalita'.
C'erano allora soltanto alcuni palazzoni intercomunicanti, pieni zeppi di uffici colmi di impiegati in giacca e cravatta, che si aggiravano tra le scrivanie con delle cartellette sottobraccio zeppe di fogli e di documenti. Le segretarie continuavano a battere a macchina con le loro facce serie e professionali dalle quali era facile dedurre che non capivano cosa stavano scrivendo e soprattutto perche' e a cosa dovesse servire cio' che scrivevano. Non lo capivano, ma non lo dovevano proprio capire. I geometri ed I ragionieri andavano avanti con il loro baillame di saluti ed inchini ad ogni scrivania. Per sportarsi dal proprio posto, ognuno doveva portare con se la cartellina coi documenti regolamentari. Ogni tanto tra la folla dei ragionieri dei periti e dei geometri si stagliava un giovane ingegnere, magro, ben curato, pulito, con I capelli tagliati corti ed ordinati e le penne stilografiche d'ordinanza in bell'evidenza sul taschino della giacca; sembrava un comandante in mezzo alla soldataglia. Eppure non tutti gli ingegneri avevano il neccessario carisma per far carriera. Il carisma non aveva nulla a che fare con la preparazione scolastica, e pochissimo con la preparazione tecnica. Era basato su doti personali di sicurezza ontologica e di capacita' di trattare con I dipendenti. Sentirsi naturalmente superiore e trattare alla pari: ecco quale era il segreto del carisma aziendale. Aiutare e prediligere I propri sottoposti era una delle cose piu' apprezzate e che davano piu' prestigio al dirigente. Ahime' se si scavava qualche millimentro sotto la superficie, ci si rendeva conto che questo atteggiamento era basato molto spesso, piu' sulla presunzione di una smisurata superiorita' che non su di una vera spinta altruistica. Nell'azienda tuttavia questi approfondimenti non erano neccessari e non avvevivano mai. Cosi', una delle qualita' che si richiedevano al manager era proprio questa sicurezza personale che dipendeva dalla certezza di essere assolutamente superiore ai propri dipendenti. Sicurezza che dava la possibilita' di poter delegare sempre di piu' I compiti, sino ad arrivare a non tenerne per se' nemmeno uno, e di riprendere la situazione in mano, assumendosi naturalmente tutti I meriti al momento opportuno. Se il manager era di razza, tale operazione poteva avvenire con grande naturalezza e con l'ammirazione da parte di tutti.
Questa descrizione della sede centrale e' quella che usava farmi mio padre e ,secondo me, risale ancora ai tempi antichi ed epici dell'azienda, ormai passati da un pezzo. Se mio padre vedesse ora la sua Ditta, stenterebbe a riconoscerla, tanto le cose sono cambiate, modernizzate sul piano strutturale, ma soprattutto sulla filosofia di base dell'organizzazione aziendale.
Uno dei momenti chiave della trasformazione della vita e del costume nella nostra Ditta avvenne nei primi anni del 2010. Mio padre ebbe l'onore di conoscere personalente l'esecutore di questa trasformazione: L'ingegnere Erminio Mitridiate. Una volta ebbe pure l'occasione di raccomandarmi a lui direttamete, senza seguire la via gerarchica.
L'ingegner Mitridiate era un manager di razza, si era fatto da solo lavorando per venti anni in quasi tutte le nostre filiali estere, fisicamente era alto, magro distinto, parlava con autorita' senza accalorarsi mai, aveva una voce da basso che gli usciva dal profondo: bu-bu-bu…Era naturalmente dotato di quel carisma da manager che lo obbligava a prendersi cura in prima persona dei suoi dipendenti. Quella mattina era seduto alla sua scrivania della sede centrale nel suo ufficio e nel reparto che lui stesso dirigeva: Progetti a lunghissimo termine.
L'idea che stava seguendo gia' da tempo era veramente avveniristica:
fondare un reparto di riproduzione aziendale dei quadri. Ci sarebbero voluti gli adeguati fondi, ma con l'andare del tempo, ci sarebbe stato un ritorno economico eccezionale. Si sarebbero evitati gli sprechi di tempo, lo stress per I dipendenti, le preoccupazioni per il futuro e per Il posto di lavoro ed inoltre, cosa piu' importante, I dipendenti sarebbero stati abituati da sempre alla vita aziendale.
Il progetto era grandioso: si trattava di scegliere degli stalloni per I vari dipartimenti e per I vari ruoli da ricoprire nell'organico aziendale da fare accoppiare, per I primi tempi con delle segretarie e poi in futuro con madri geneticamente predisposte a fornire I migliori ragionieri, I migliori geometri, I migliori tecnici e cosi' via , fino ad arrivare persino agli ingegneri ed ai manager. Non ci sarebbero piu' state fastidiose rivalita', giacche' uno nasceva gia' ragioniere o geometra o tecnico e si sarebbe sentito pienamente realizzato all'interno della sua azienda, nella posizione per lui piu' appropiata. L'interessamento ai problemi sessuali riproduttivi, in Ditta, era cominciato all'inizio degli anni 2000, quando in Giappone si constato' che durante l'orario lavorativo, molti dipendenti erano colti da raptus erotici e, dedicandosi a questi pensieri sottraevano tempo prezioso e soprattutto concentrazione all'attivita' lavorativa. Il primo rimedio posto in essere dall'ingegner Matzuo Shiray di Okawa, fu molto primitivo e risulto' peggiore del male stesso. Egli appronto' nella sua Ditta una stanza speciale divisa in due da una paratia bucherellata. Da una parte sarebbero dovuti entrare I maschi colti da raptus erotico, dall'altra le femmine. I maschi avrebbero dovuto introdurre I loro membri, muniti di preservativo, negli appositi buchi posti ad altezza anatomica, e le femmine sempre distratte dallo stesso problema, avrebbero potutto utilizzare quelli organi nel modo piu' adeguato. Il tempo massimo fu posto ad otto minuti. Era, come si puo' facilmente intuire, un rimedio rudimentale, grossolano e barbaro. Innanzi tutto molti dipendenti maschi, soprattutto quelli meno dotati, rimanevano per otto minuti con il loro piccolo pene esposto, senza che nulla accadesse. Potevano solo ascoltare le risatine che arrivavano dalla parte opposta della paratia. Questo li rendeva insicuri ed insoddisfatti e si riperquoteva negativamente sull'andamento del lavoro. Poi si vide che questo sistema per scaricare le energie non era affatto appagante, molti giovani impiegati e tecnici vi ricorrevano piu' e piu' volte e, durante la giornata lavorativa, pensavano al sesso molto piu' di prima. In questo modo il rendimento lavorativo non saliva ma scendeva. Fu per questo motivo, che I primi psicologi e psichiatri aziendali, proposero delle tecniche psicologiche e delle vere psicoterapie che facilitassero non lo scarico delle pulsioni sessuali, ma la loro sublimazione e deviazione sulle attivita' lavorative aziendali. Questa operazione si dimostro' piu' difficile del previsto. Innanzittutto, le persone che avevano precedentemente usato la paratia, non riuscivano piu' a sublimare ma cercavano uno scarico immediato delle loro pulsioni, tendendo ad usare sempre lo stesso modo che avevano precedentemente appreso. Poi si commise il secondo storico errore: si cerco' di deviare la pulsione sessuale verso la meta della carriera aziendale. Tutti cercavano di diventare tecnici specializzati, poi supervisor poi superintendent, poi district manager, poi area manager e cosi' via. Naturalmente non c'era posto per tutti. Tutti si misero a sgomitare, a non voler piu' fare lavori banali che non avrebbero potuto metterli in luce coi superiori. La competitivita' aumento' a dismisura , iniziarono le delazioni tra colleghi di lavoro. Vecchi amici non si guardavano piu' in faccia sopraffatti dall'invidia, ed il clima divenne sempre piu' irrespirabile, finche' oltre ad un cero limite, la produttivita' incomincio' a diminuire. Chi, dopo anni di sforzi non riusciva a salire alcun gradino gerarchico si sentiva un fallito e cadeva in una sorta di depressione cronica che lo accompagnava non di rado fino al pensionamento.
Allora si capi' che non era sulla carriera individuale che le energie pulsionali dovevano essere deviate, ma sulla stessa Ditta. Era la Ditta che avrebbe dato sicurezza, identita' e vita al proprio dipendente, lo avrebbe accompagnato dalla nascita alla morte, senza abbandonarlo mai, lo avrebbe seguito nei suoi hobbies, nelle sue aspirazioni e questo indipendentemente dal posto che avrebbe occupato nella gerarchia interna. In cambio erano richieste soltanto fedelta', dedizione assoluta e cieca obbedienza alle regole aziendali. Non piu' preoccupazioni, non piu' spese per lo studio, non piu' rivalita' distruttive : tutto sarebbe stato risolto all'interno dell'azienda e per merito dell'azienda per I fini stessi interni all'azienda. "Il benessere, la concordia, l'ordine e la civilta' all'interno dell'azienda, la barbarie al di fuori di essa", disse il presidente generale in un famoso discorso che passo' alla storia e segno' l'inizio di una nuova era. Da allora la Ditta non limito' piu' la sua produzione a pochi prodotti ma estese le sue attivita' fino a produrre tutto il necessario per la vita, quantomeno la vita dei propri dipendenti, in breve tempo diventammo autosufficienti, o quasi. Non fu difficile, basto' assorbire I consulenti esterni che fornivano I vari servizi ed inglobarli. La maggioranza dei dipendenti reagi' molto bene a queste innovazioni in fondo tutti avevano da guadagnare: non piu' ansieta', non piu' fastidiosi pensieri sul futuro. Tutto era gia' stato risolto, bastava sostenere la propria azienda e tutto sarebbe andato per il meglio. E' vero che qualche testa calda protesto' adducendo strani motivi , parlando di insoddisfazione e di alienazione. Fortunatamente, prima che guastassero anche altri dipendenti, questi individui furono lautamente liquidati e spediti nel mondo esterno. Ma torniamo al progetto di riproduzione aziendale, un progetto importantissimo che avrebbe consentito alla Ditta di essere sempre piu' indipendente dall'esterno e di non aver piu' bisogno di assumere e di formare nuovo personale. In quel tempo ero molto giovane avevo 16 anni, ero stato l'ultimo dipendente ad essere assunto dall'esterno e, forte della presunta raccomandazione che mio padre aveva cercato di ottenere per me , avevo presentato domanda al dipartimento dell'ingegner Mitridiate, per poter diventare stallone riproduttore. La cosa mi sembrava interessante, e poi avevo intravisto due o tre segretarie veramente niente male. La riproduzione avveniva sempre alla vecchia maniera e, per quanto ne sapevo io, sarebbe stato un lavoro molto piacevole. Il reparto era uno dei migliori di tutta la Ditta, vi erano grandi saloni pieni di specchi, rinfreschi e musica a tutte le ore. Parte del lavoro consisteva nel socializzare con le varie signorine, piu' tardi si sarebbe passati alla pratica, ed io ero ansioso di ben figurare. Naturalmente la mia meta principale era comunque aiutare la Ditta: " Non lo fo' per piacer mio ma per dare un dipendente alla Ditta" dicevamo tutti noi aspiranti nei colloqui preliminari. Riuscii a superare facilmente le selezioni medico fisiche ma fui fermato da tutti quei test psicologici. Un test psicologico non era altro che uno stimolo standardizzato al quale avremo dovuto dare una risposta scritta. Le risposte sarebbero poi state statisticamente valutate, cosi' gli esperti avrebbero capito se eravamo normali, nel senso che le risposte rientravano nel range della maggioranza o meno e potevano fornire indicazioni sul nostro futuro utilizzo. In altre parole serviva capire se dovevamo essere usati nel settore della contabilita', nel settore tecnico, nel settore sportivo, od addirittura addetti alla riproduzione dei manager. Intere giornate passate a rispondere a tavole di domande, test logico matematici e test proiettivi diedero come risultato che avevo scarsa resistenza alla noia per essere ammesso alle selezioni successive. Inoltre I test proiettivi evidenziarono un atteggiamento narcisistico che contrastava con le esigenze aziendali ed una fantasia che mi avrebbe potuto portare ad interpretare a modo mio, gli ordini dei superiori. Cosa decisiva, il mio narcisismo, mi avrebbe portato a riferire a me stesso, eventuali attenzioni che la partner avrebbe potuto rivolgermi. Avrei potuto innamorarmi di una sola partner, avrei potuto tentare di rivederla , magari anche al di fuori dell'orario di lavoro, e questo non era assolutamente tollerabile. Fui scartato, ma mi ripresi subito quando mi dissero che avrei potuto corteggiare ugualmente le segretarie, usando naturalmente le dovute cautele per non avere figli. La convivenza non era proibita, anzi a volte era perfino incoraggiata.



LE DONNE E LA REALTA' VIRTUALE


Dopo la bocciatura ai test attitudinali fui destinato al project, ottenni un appartmentino al secondo piano di fronte al reparto "Esattificazione dei profitti e delle perdite" e mi misi assieme ad una segretaria di produzione tedesca. Si chiamava Alice era bionda con I fianchi larghi,la vita stretta,un bel seno, e soprattutto un bel sorriso. I primi tempi di convivenza non furono male, dal nostro appartamento potevamo sentire il ticchettio delle macchine da scrivere, le voci dei capi ufficio che impartivano ordini, I telefoni che squillavano. Dopo qualche mese potevamo perfino riconoscere le varie segretarie, da come rispondevano"Hello" al telefono. Tutti questi rumori divennero familiari e rassicuranti, la vita non avrebbe potuto riservarci cattive sorprese, il lavoro era facile ed eravamo stati pienamente accettati dai colleghi. Non litigavamo mai, ma non parlavamo molto. I nostri discorsi, come del resto tutti I discorsi tra colleghi erano piu' o meno cosi': lei -" Ti ricordi il geometra Caverzan?" Io - " Chi?"Lei-" Ma si' Caverzan dell' ufficio Ioni ed Elettroni, quello che lavorava vicini a Sgomberti, terza scrivania vicino al corridoio… con quella valigetta 24 ore…. che portava sempre quello strano cappello stinto….che parlava quasi sempre con Rififfo e Zito del magazzino. Si' dai Caverzan." Io- " Beh, che ha fatto?" Lei - " E' stato spostato di scrivania senza preavviso e non ha nemmeno trovato la puntartice." Io " Ah, beh, d'accordo". Era tutto qui. Parlavamo poco o nulla ma non litigavamo mai. A me piaceva quando ritornavo dal lavoro e la vedevo camminare per casa. Sempre col sorriso tra le labbra, bella, cosi' bionda e cosi' tedesca, con quella carnagione color miele, con quella sua voce vellutata e le sue movenze eleganti, mi parlava col suo aspetto e col suo sorriso. Del resto avevo intuito istintivamente che non si deve dividere lo spirito dalla materia e chi si chiede se va d'accordo mentalmente con la partner sbaglia di grosso. Non c'era ne' spirito ne' materia, ne' accordo intellettuale,ne' accordo fisico. Per quanto mi riguardava c'era solo lei, unica ed indivisibile, ed io sapevo che mi piaceva. Non mi importava sapere perche', ne' se era un'intesa piu' spirituale o fisica, forse era solo un' attrazione magnetica. Ci attiravamo e cio' era un bene che potevamo solo rovinare ponendoci mille domande inutili. Non parlavamo molto, ma ci capivamo al volo ed andavamo d'accordo. Alice non si offendeva, come le altre donne, per il mio disordine, non pensava che le mancassi di rispetto perche' buttavo per terra I libri ed I panni. Non ci badava e riordinava senza darsi un'eccessiva importanza, senza chiedermi come avrei fatto senza di lei, senza volersi vendicare colpo su colpo e senza risentimento. Capiva anche le mie debolezze, ma non ne aprofittava, non mi incolpava mai di averle rovinato la vita. Passammo assieme un bel periodo, poi piano piano comincio' ad intristirsi. Anche lei, come me, aveva passato l'infanzia all'esterno e ricordava spesso, con nostalgia, I periodi passati con I genitori. Giorno dopo giorno la situazione tra di noi peggiorava. Alice non aveva piu' voglia di uscire e rendeva poco anche durante il lavoro.
Il suo supervisor segnalo' il calo di rendimento al superintendent che la mando' dal medico. Dopo una serie di accertamenti ematochimici e strumentali, fu inviata da uno psicologo per una psicoterapia aziendale. Per alcuni mesi si reco' quattro volte la settimana al Centro di igiene mentale aziendale, ma il suo umore non tendeva a migliorare. Alle mie domande rispondeva evasivamente che non sapeva nemmeno lei I motivi del suo cambiamento, solamente non si sentiva piu' appagata da quella vita sempre uguale, e non trovava piu' sufficienti, le motivazioni che I nostri superiori ci avevano insegnato, durante gli anni della nostra educazione lavorativa. Finalmente, un bel giorno, fui convocato dal dottor Quadrangolo, il direttore del Centro di igiene aziendale. Lo psichiatra mi fece accomodare nel suo ufficio, mi rivolse alcune domande sul nostro rapporto, sulle nostre abitudini. Mi chiese pure se conoscevo anch'io I miei genitori e che cosa pensassi di loro. Annoto' ogni cosa nel suo portatile, annuendo garbatamente ad ogni mia parola. Alla fine mi disse che il caso di Alice era piuttosto comune per I dipendenti nati al di fuori della Ditta : Alice aveva un super io familiare in competizione con il super io aziendale e desiderava inconsciamente una gravidanza propria, desiderava un bambino. Tutto cio' era frutto di un'educazione arcaica, dove ancora esistevano interiorizzati prepotentemente il modello paterno e materno che gli ideali aziendali non erano ancora riusciti a scacciare. La psicoterpia sarebbe stata piuttosto lunga: si doveva rafforzare il super io aziendale e il desiderio di maternità di Alice avrebbe potuto trovare una realizzazione parziale attraverso un suo impiego negli asili nido, come puericultrice. Non sarebbe stato da escludere, almeno per i primi tempi, l’uso di alcuni psicofarmaci. Mi avviai verso casa con il cuore in tumulto: avere figli, che idea pazzesca! Come avremo potuto allevarli, nel nostro appartamento, senza l’aiuto di nessuno? E che soddisfazione avrebbe potuto darci un marmocchio sempre bagnato, che piangeva continuamente e che aveva sempre bisogno di noi. Per questo c’erano gli asili nido, con le puericultrici, appositamente addestrate. E anche loro dovevano fare dei turni sempre piu’ brevi per non esaurirsi, tanti erano i piagnistei che dovevano sopportare. Appena tornato a casa espressi tutte le mie perplessità ad Alice: “ Un bambino era l’ultima cosa di cui avevamo bisogno in quel momento, inoltre non era nemmeno permesso dai regolamenti della Ditta, era semplicemente un desiderio pazzesco. Avremmo dovuto trasferirci all’esterno, perdere tutti i nostri privilegi, lasciare un lavoro sicuro che sapevamo svolgere tranquillamente, per un avvenire incerto, per noi, e per lo stesso bambino. Che idea balorda!” Alice mi guardava con gli occhi sbarrati e diceva che avevo ragione, che capiva perfettamente le mie ragioni e che tuttavia non sapeva nemmeno lei esprimere cio’ che le mancava. Comincio’ a passare interi pomeriggi stesa sul divano, senza parlare, senza lamentarsi, ma senza manifestare alcun interesse per le cose di sempre. Non trovava piu’ le parole per esprimere i suoi sentimenti nemmeno a se stessa. L’inesprimibile era diventato troppo inesprimibile. Non trovava piu’ le parole perche’ aveva a che fare con qualcosa di indistinto, non era solo la mancanza di un figlio, era tutto l’insieme che non poteva piu’ tollerare, e non sapeva dirlo perche’, qualsiasi spiegazione plausibile, avrebbe cozzato con tutto cio’ che le avevano insegnato in Ditta da quando era bambina. Si trovava per la prima volta a combattere con qualcosa di indistinto, come una grossa nuvola nera, vuota di contenuti e di significati, ma piena di ansia e di sofferenza. Non riuscendo piu’ a spiegarsi con nessuno, non trovando alcun contenitore per le sue sofferenze, Alice cominci ad avere paura di tutto, ma principalmente paura di impazzire o di essere già diventata pazza. Le cose, malgrado l’interessamento del dottor Quadrangolo, continuavano a peggiorare. Alice tento’ anche di frequentare l’asilo infantile dove conobbe una puericultrice: la maestra Catinetta, una donna ancora giovane e molto umana, che si interesso' al suo caso e cerco' di diventarle amica. Tutto cio',ٍ senza miglioramento alcuno. Alice sembrava sul punto di scoppiare da un momento all’altro. Infatti, un giorno rincasai, e non la trovai più sul solito divano. Dopo brevi indagini venni a sapere che se ne era andata senza preavviso. Era scappata dalla Ditta, verso il mondo esterno, senza lasciarmi nemmeno un messaggio. Per un po’ cercai di rintracciarla, di avere almeno qualche notizia, ma tutto fu vano. Dopo la scomparsa di Alice anch'io ebbi un periodo di depressione. Mi sembrava che la vita di tutti I giorni non avesse piu' alcun senso, cosi' mi misi a leggere molti romanzetti proibiti che parlavano della vita nel mondo esterno, la vita dei tempi in cui le ditte non erano ancora chiuse: leggevo di viaggi, di avventure, di attivita' pericolose, di esplorazioni, persino di caccia. Per qualche periodo mi baleno' persino l'idea di uscire fuori dalla protezione della Ditta, di andarmene in cerca di fortuna e di affrontare le difficolta' del mondo esterno per mio conto, senza l'aiuto di nessuno. Poi capii che non era neccessario : non c'erano viaggi piu' belli, non c'erano cacce piu' avventurose, pericolose e che mi avrebbero potuto dare le stesse emozioni e pericoli dell'andare a donne. Cosi' cominciai ad uscire sempre con segretarie diverse, talvolta mi spingevo fino alle aggressivissime manager. Ognuna di loro era diversa, era un'intero universo da esplorare. Bastava un gesto, un' inflessione diversa nel modo di parlare, un sorriso, una ritrosia, una particolarita' qualsiasi, a risvegliare in me l'istinto della scoperta nuova. Mi sentivo un novello Ulisse alla scoperta dell'universo. " Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza". Nella metafora del corpo e della mente femminile trovavo la risposta a tutta la mia sete di avventura e di novita'. Mi piacevano le segretarie del project con le loro calze nere, I loro modi impeccabili ed impersonali, mi piaceva far loro dei complimenti, come si usava una volta, ed osservare la loro reazione sempre compiaciuta e meravigliata. Anche se qualche volta, qualcuna di queste ragazze mi prendeva in giro per I miei modi antiquati, a lungo andare, se io mi dimostravo sufficientemente sincero, tutte erano piacevolmente colpite e ricambiavano l'interesse che io avevo per loro, non fosse altro che per poter ricevere ancora una volta un'immagine positiva di se stesse. Io mi comportavo come uno specchio che restituisce sempre e comunque un'immagine positiva. Ed era vero, non mentivo, mi piacevano veramente tutte. Anche le manager, cosi' prepotenti, cosi' arroganti mi procuravano in fondo delle emozioni piacevoli. E poi erano veramente pericolose: altro che la caccia alla tigre, quella era veramente una caccia pericolosa. Le donne manager tendevano a graffiarti l'anima e a masticarti, piu' che a morderti. Per loro il fatto stesso che in Ditta, la loro posizione gerarchica era superiore alla mia, bastava ed avanzava per sentirsi superiori in tutto e per tutto. Per loro, io ero un semplice impiegato, e dovevo sentirmi onorato per il solo fatto di avere il permesso di frequentarle. Con loro era una continua battaglia, volevano sempre decidere tutto , erano cosi' propositive e cosi' sicure di se', che talvolta risultava difficile la stessa comunicazione: erano abituate a comandare e basta! Il corteggiamento diventava con loro un'attivita' molto piu' pericolosa ed avventurosa della caccia praticata dai nostri antenati del mondo esterno. Gli antichi cacciatori erano sempre avvantaggiati anche rispetto alla piu' feroce delle belve, mentre qui' era una battaglia ad armi pari, che si doveva condurre con garbo ed intelligenza. Poteva divenire un'attivita' pericolosa anche fisicamente: si sentiva sempre piu' parlare di nuove malattie sessualmente trasmesse e molto pericolose. Probabilmente vi erano stati dei rapporti sessuali tra la gente dell'esterno e qualche dipendente della Ditta, fatto sta che anche fra di noi si era diffuso un certo contagio di queste malattie. E' vero che se un dipendente veniva scoperto affetto da una malattia contagiosa, veniva calorosamente invitato dalle autorita' ad andarsene fuori, tuttavia un certo pericolo rimaneva. L'avventura quindi non mi mancava, ma non le amavo, le scopavo ma non provavo sentimenti per loro. Era solo una specie di sport, una specie di gara al termine della quale era solo il nostro narcisismo a rimanere soddisfatto o deluso, non vi era un reale scambio di sentimenti e nemmeno di comunicazioni veramente intime, cercavamo solo di fare bella figura per poter avere una migliore immagine di noi stessi. Tutto qui. Non volevamo veramente conoscere l'altro, ma noi stessi. Dopo un po' mi stufai anche di questa vita, e mi avvicinai alla realta' virtuale. Bastava indossare un casco computerizzato ed uno speciale guantone, oggi sostituiti dai piu' pratici elettrodi cerebrali, e potevi entrare in un nuovo mondo, potevi recarti in pochi minuti in localita' lontanissime, senza dover sopportare gli inevitabili disagi, I disguidi, I ritardi, il traffico di ogni viaggio. Nei viaggi virtuali visitai tutto il mondo, ma ancora non mi bastava. Poi finalmente Il nostro settore di informatica lancio' un nuovo tipo di programmi virtuali : erano delle vere e proprie esperienze di vita durante le quali non solo potevi visitare luoghi realmente esistiti o anche inventati ex novo, ma potevi conoscere anche nuove persone. Fu proprio durante uno di questi viaggi che incontrai la mia attuale compagna che chiamero' Alice Virtuale. La conobbi durante una festa da ballo, era bionda anche lei, ed assomigliava a Merilin Monroe, tutte le curve al posto giusto, tutta morbida ed accogliente, pronta a farsi proteggere e sempre molto interessata a tutto cio' che le dicevo. Non era mai occupata, almeno quando c'ero io, rideva sempre alle mie battute e si divertiva per tutto quanto facevamo assieme. Me ne innamorai subito perdutamente, mi sembrava di vivere in un paradiso, il tempo passava senza noia, le giornate erano regolate sul mio tempo soggettivo, quindi quando dovevo riposare ci si riposava e quando ero pronto all'azione c'era sempre qualcosa da fare: si giocava a tennis senza eccessiva fatica fisica e si potevano fare delle giocate di gran classe, bastava pensarle; si facevano delle feste meravigliose, il tempo era fantastico ed il panorama splendido. E' vero, ogni tanto si sentiva uno sgradevole stranissimo odore, come di plastica bruciata che rendeva l'esperienza irreale, ma era soltanto un errore del programma, che sarebbe stato corretto quanto prima. Il mio amore per Alice Virtuale era perfetto. C'era un'intesa psico-fisica totale. Ogni volta che l'abbracciavo, lei vibrava di passione, sapeva capirmi, sapeva attendere I miei tempi, non si lamentava di non essere stata compresa, mai un risentimento a causa mio carattere o sull mio disordine , non si sentiva trascurata ne' poco importante. E non era una bambola di cartone come mi aveva fatto notare una volta il dottor Quadrangolo, lei mi dava anche dei buoni consigli, mi sapeva prendere e mi amava veramente senza volermi cambiare. Sempre piu' persone ormai spendevano gran parte del loro tempo libero in realta' virtuale e tutti ne erano entusiasti. I nuovi programmi erano cosi' avanzati ,che con l'aiuto di qulche innoqua pastiglietta, l'illusione dell'esperienza virtuale diveniva allucinazione vera e propria. Non ci si accorgeva piu'di avere una doppia vita, ma si credeva di vivere realmente l'esperienza che la realta' virtuale offriva. Ed era splendido. Bastava solo ricordarsi di salvare ogni volta, sul disco fisso, l'esperienza appena trascorsa altrimenti si correva il rischio di ripetere per due volte la stessa avventura e cio' risultava veramente penoso e stucchevole, specialmente con Alice Virtuale che ormai amavo con tutto il cuore. Rimanevo veramente nauseato quando ero costretto a ripetere per due volte, quasi esattamente gli stessi discorsi, e quando vedevo ripresentarsi ,alla stessa battuta, lo stesso identico sorriso o peggio quando la vedevo accendersi di passione per me, nello stesso identico momento in cui cio' era accaduto la volta precedente. Il dottor Quadrangolo, quando gliene parlai, mi disse anche che quei programmi erano stati studiati sulla base dei miei test psicologici proiettivi. Cioe' veniva costruita una realta' su misura per ognuno di noi. Quindi non era Alice Virtuale che io amavo ma , ancora una volta me stesso. Ancora una volta era il mio narcisismo ad essere accontentato , ma non avrei potuto ricavare niente di veramente nuovo, niente di veramente arricchente da quelle esperienze, che in realta' continuavano a parlare e riparlare sempre e solo di me. Anzi secondo lo psichiatra, erano come una specie di droga che a lungo andare avrebbe finito per atrofizzare sia il mio corpo che il mio cervello. Per quanto riguardava il corpo, io ne avevo cura e facevo un po' di ginnastica tutti I giorni, prima di recarmi In ufficio. Quanto al cervello , per il lavoro che facevamo, bastavano pochissimi neuroni, e a me, come a molti altri, la realta' virtuale piaceva troppo per rinunciarvi. Poi ad un certo punto non si sapeva piu' cosa fosse reale e cosa non lo fosse, e nemmeno cio' mi importava molto. Ormai con Alice Virtuale avevo messo su famiglia ed avevamo avuto due figli: Roberto e Marco. Il primo aveva gia' 25 anni, si era gia' laureato in ingegneria, ed era avviato ad una brillante carriera di dirigente, non so bene di quale attivita', mentre Marco continuava ad avere cinque o sei anni, era molto simpatico, anche se un po' rumoroso. A differenza di quanto avevo sentito dire sui bambini, I miei non disturbavano mai, non avevo mai avuto a che fare con pannolini sporchi, pianti notturni o malattie del sabato sera. Qualche volta Marco piangeva, ma sempre al momento giusto, quando io ero disponibile e ben preparato. Li avevo proprio educati bene ed erano venuti su proprio come volevo io. Forse saranno stati solamente delle proiezioni dei miei desideri, come avrebbe detto Quadrangolo, ma io li volevo bene ugualmente e loro non ne soffrivano anzi ricambiavano il mio sentimento. Ogni volta che li vedevo, erano contenti, mi raccontavano tutte le loro esperienze e chiedevano consigli, soprattutto il piu' vecchio, Roberto ascoltava, e teneva sempre in grande considerazione tutto cio' che gli dicevo. Mi aiutava quando avevo qualche problema, era molto studioso ,ma anche molto sportivo, giocava bene a calcio, ed era titolare della squadra del programma, era gentile con tutti, ma allo stesso tempo molto sicuro di se e deciso. Forse era solamente tutto cio' che sarei voluto essere io. Anche mio padre avrebbe voluto fare di me un ingegnere, avrebbe voluto che gli avessi fatto fare bella figura con gli amici primeggiando nello sport e nella scuola, avrebbe voluto che gli avessi procurato qualche rivincita, ma io sembravo essere un bastian contrario. Quando giocavo a calcio e vedevo che c'era lui a vedermi, le mie gambe si bloccavano, non mi divertivo piu', sbagliavo ogni passaggio e tiro diventando sempre piu' rigido ed imbranato. Soffrivo molto per queste ingerenze egoistiche da parte di mio padre, tanto che, alla fine, sono arrivato ad odiarlo e ad evitarlo, perche' avevo capito quanto distruttivo, per la mia personalita' potesse essere questo tipo di comportamento. I miei figli non soffrivano affatto per questo problema, non avevano nemmeno bisogno di essere spinti da me perche' si comportavano cosi' spontaneamente. Roberto era divenuto ingegnere in poche sedute di programma e aveva gia' 25 anni nonostante fosse passato ben poco tempo dalla sua nascita. Questo poteva accadere perche', durante la vita virtuale, non si sprecava tempo, e le esperienze importanti si succedevano ad un ritmo diverso. Se penso al mio passato ho la sensazione che la mia vita potrebbe essere riassunta in pochissime scene: l'immagine tranquilla di mio nonno che mi sorride mentre mi accompagna a fare un giro in bicicletta, mia madre preoccupata, mio padre che urla, Io, sdraiato su di un prato che parlo ad un amico, osservando una coccinella e mi rendo conto di esistere, la prima volta che ho guardato una donna in un modo un po' diverso, la prima volta che ho visto Alice, poche cose che ho studiato al liceo che mi sono piaciute, la prima sbronza, le partite di calcio, le partite di tennis, I ghiaccioli, il mare, e poco altro. Il resto del tempo ha poca importanza lo passiamo a fissare un punto bianco sul muro, a pensare a quanto abbiamo fatto, lo passiamo in bagno o annoiandoci. Gran parte della vita passa mentre siamo affacendati a vestirci, lavarci, o fare le faccende domestiche. Non conta molto, forse serve solo a ruminare, a digerire quanto ci e' capitato di significativo. Invece durante le esperienze vissute in realta' virtuale, tutto cio' non avviene, si vive solo il tempo che ha significato, non appena si e' pronti a farlo. E' incredibile constatare quante cose si possono fare in questo modo . Per questo Roberto si era laureato in un periodo cosi' breve, e mi aveva quasi raggiunto come eta'. Marco invece continuava ad avere cinque o sei anni, probabilmente perche' non eravamo pronti, o meglio, non ero ancora pronto a vederlo crescere. Per questo passavo ormai gran parte del tempo libero in realta' virtuale, perche' era cosi' piacevole e non ci si annoiava mai. Per quanto potesse dire il dottor Quadrangolo, per me, la mia famiglia virtuale era una famiglia vera e propria. Non avrei mai potuto lasciarli soli, senza di me, loro non potevano vivere, non esistevano nemmeno. Del resto farsi una famiglia durante le esperienze virtuali era un'attivita' lecita, anzi consigliata dalla Ditta. L'importante era non crearsi una famiglia reale con figli propri, per I quali si sarebbe inevitabilmete avuto un atteggiameto di favore o iperprotettivo che sarebbe stato inevitabilmente contrario all'etica aziendale.




LA RIPRODUZIONE AZIENDALE


I primi tentativi di riproduzione aziendale geneticamente assistita, risalivano ad una ventina d'anni prima, ed erano stati condotti, neanche a farlo apposta, in Germania e Giappone. I primi ragionieri di quel progetto erano gia' usciti, ed I risultati sembravano incoraggianti. Si trattava di soggetti di piccola taglia, per l'uomo l'altezza era di 1,65 massimo 1,68, erano tollerati 2 cm in piu' od in meno rispetto allo standard, per le femmine 8 cm. in meno dei maschi. La statura era stata mantenuta cosi' per una forma di rispetto verso I manager, il cui standard non prevedeva limitazioni di statura, ed accanto a soggetti decisamente alti, ve ne erano alcuni imbarazzantemente bassini che dovendo ricorrere sempre all'uso dei tacchi avrebbero potuto sviluppare, col tempo, delle disfunzioni a livello dell' articolazione tibio- tarsica e dell'astragalo. Questi ragionieri, dunque, erano magri e scattanti, lo sguardo vigile ed attento, avevano una precoce tendenza alla stempiatura ed alla calvizie, caratteristica quest' ultima che non era da considerare un difetto, ma un segno di tipicita'. Altra caratteristica di tipicita' era la tendenza precoce all'astigmatismo, tanto che verso I venticinque anni , tutti I ragionieri portavano gli occhialetti cerchiati in oro che la Ditta consigliava. La femmina aveva un attaccamento al capo-ufficio a dir poco commovente, il maschio era leggermente piu' indipendente e nervoso, ma sempre fedelissimo ai superiori ed all'azienda. Questi soggetti avevano una predisposizione naturale alla contabilita' ed alla registrazione di dati di ogni genere, dati che potevano in pochi minuti recuperare. Queste qualita' naturali sarebbero poi state vieppiu' incrementate da un addestramento intensivo che cominciava gia' all'eta' di quattro o cinque anni e terminava verso I diciotto. Era un addestramento molto settoriale che incrementava le doti di attenzione di rapidita' di calcolo, di ordine, disciplina ed abnegazione, ma scoraggiava ogni forma di iniziativa personale che sarebbe stata deleteria. Se I ragionieri erano venuti subito bene, i tecnici ed addetti ai lavori manuali ed all'aggiustaggio presentavano invece qualche piccolo difetto, in parte dovuto alla genetica, in parte all'educazione scelta per questo tipo di personale. Geneticamente erano stati usati dei riproduttori dotati di molto senso pratico, intuito per le cose materiali, grande manualita', ma scarsa fantasia. L'educazione scelta fu principalmente tecnica, tesa ad affinare sempre di piu' queste stesse doti: le materie letterarie umanistiche furono ridotte all'osso a favore dei laboratori pratici, delle materie specifiche e della pratica in stabilimento. I primi tecnici che uscirono furono dei giovanottoni in apparenza chiassosi ed allegri, che riuscivano a riparare ogni cosa. Erano dotati di un intuito naturale per le cose meccaniche, elettrotecniche ed elettroniche. Quando mettevano le mani su qualche aggeggio, lo smontavano e lo riparavano immediatamente, ma non erano assolutamente in grado di spiegare a parole perche' avevano agito in quella maniera: se interrogati rimanevano a bocca aperta fissando un punto nel vuoto. Qualcuno rispondeva: " Perche' di si', perche' l'ho visto fare", ma non sarebbero riusciti ad aggiungere altro, nemmeno sotto tortura. Questo, per la Ditta, non era un difetto grave, il guaio era, che questi nuovi tecnici, cominciarono ad ammalarsi, in eta' giovanile, di malattie psicosomatiche. Soffrivano precocemente di ipertensione arteriosa, asma bronchiale fin da bambini, ulcera gastrica, rettocolite ulcerosa, enterite segmentaria, infarto del miocardio, una miriade di malattie cutanee, cefalea e molti altri disturbi. Nessuno aveva mai raccontato loro le fiabe e le storie dell'infanzia, cosi' erano troppo pragmatici e non avevano nessuna vita fantasmatica. Sembravano essere senza immaginazione e trasformavano ogni conflitto interiore ogni fantasia distruttiva in una malattia. Tutto doveva obbligatoriamente passare attravarso il corpo, cosi', una gelosia verso un collega di lavoro, rimaneva inconsapevole, ma si trasformava ben presto in una gastrite, l'esclusione dalla squadra di calcio degli amici, diveniva un fastidioso mal di testa, una contrarieta' diveniva un rossore cutaneo e se perdurava piu' a lungo si organizzava in una malattia vera e propria della pelle. Non si lamentavano di altro che delle loro malattie organiche, sembravano incapaci di provare sentimenti od emozioni, almeno di esprimerli a livello verbale; cosi' li esprimevano con la sofferenza fisica. Le puericultrici li avevano allevati , nutriti e curati benissimo, almeno da un punto di vista puramente igienico, nessuno aveva pensato pero' che la vita fantasmatica fosse importante persino per un tecnico. Cosi' nei loro pensieri non c'erano mai state fate, streghe, draghi, mostri, angeli, diavoli, ma solo viti, bulloni, trapani e torni. I periti erano ancora peggio, soffrivano degli stessi disturbi degli operai ed erano inoltre piu' sapientoni e piu' arroganti, non accetavano alcuna spiegazione che non fosse puramente tecnica e dimostrabile matematicamente. Veniva da prenderli a pedate. Si dice che I primi tecnici a cominciare a soffrire cronicamente di tali malattie, siano stati addirittura abbandonati nel mondo esterno, dove siano sopravissuti solamente per qualche anno, poi di loro si sono perse le tracce. In seguito tale comportamento inumano e' stato sospeso, e questi tecnici, considerati ormai obsoleti, sono stati ritirati dal lavoro, messi precocemente in pensione e, tenuti lontano da ogni forma di contrarieta' stress o preoccupazione, hanno potuto vivere una vita quasi normale. Successivamente, con opportune modifiche, sia genetiche, che soprattutto educative, si e' riusciti a portare l'aspettativa di vita media dei tecnici fino a quasi 65 anni. Abbastanza per poter svolgere profiquamente il loro lavoro.
Nessuno sa dove si trovava il centro di riproduzione per I manager. Certo e' che oltre alle materie tecniche e matematiche studiavano anche letteratura, filosofia( leggevano soprattutto Neitsche dei filosofi moderni e lo stoicismo degli antichi) e sviluppavano appieno la loro naturale e genetica tendenza al comando.



MONSIGNOR CARAVAGGIO E LA RELIGIONE AZIENDALE


Durante gli anni dell'inizio della riproduzione aziendale, avvenne anche un altro importante fatto che contribui' a sganciarci ulteriormente e definitivamente dal mondo esterno. All'interno della Ditta, di solito la Domenica mattina, si tenevano delle cerimonie religiose. Considerando che I dipendenti provenivano da quasi tutte le parti del mondo, ed avevano diverse religioni, durante tali cerimonie si usava leggere, volta per volta, un brano del Vangelo o della Bibbia alternato ad un brano del Corano o anche di altri testi sacri. Tali funzioni, di solito, venivano officiate da qualche dipendente particolarmente pio o interessato alla religione. Man mano che la Ditta cresceva e si separava dal mondo esterno, il bisogno di religiosita' nei dipendenti andava aumentando, cosi', visto che, pur avendo numerosi filiali in tutto il mondo, la sede centrale della nostra Ditta si trovava in Italia, la chiesa cattolica romana comincio' ad interessarsi di questo potenziale serbatoio di fedeli. Il Santo padre dedico' una pastorale ai nuovi sviluppi del mondo del lavoro dove si asseriva il dovere della chiesa di indirizzare verso giuste mete,la spiritualita' che andava crescendo in tutti I luoghi dove si lavorava. Per questo, nella nostra Ditta, venne inviato un gruppo di giovani prelati con a capo un promettente e giovanissimo vescovo: monsignor Adelmino Caravaggio.
Caravaggio proveniva da un' umile famiglia, I suoi genitori erano stati operai emigrati in Svizzera. Inizio' la sua esistenza come ragazzo prodigio. Educato personalmente dal padre, non ando' mai a scuola, dimostrandosi particolarmente versato nelle scienze matematiche e fisiche, tanto da essere ammesso, una volta fatto ritorno in Italia, ancora giovanissimo, nei circoli culturali di Lovari (PD). Dimostro' subito una notevole vivacita' intellettuale ed una eccezionale abilita' oratoria, tanto che I compagni di gioco lo soprannominarono "Bue muto". Durante I primi studi teologici si interesso' al dogma della trinita' sviluppando una personalissima teoria per la quale lo Spirito Santo era suddivisibile in altre tre persone : la colomba, il passerotto e l'aquila. Inutile dire chi comandava delle tre: a volte la colomba ed il passerotto non venivano nemmeno interpellati. Dopo qualche seduta di elettroshock il suo pensiero torno' ad essere piu' ortodosso e dimentico' almeno momentaneamente l'aquila ed il passerotto. Verso I sedici anni si innamoro' del filosofo Plotino (204-270 D.C.), tanto che la madre seriamente preoccupata per le tendenze sessuali del giovane, consulto' molti medici ricavandone soltanto altre scariche di elettroshock, a voltaggio ancora piu' alto, per se stessa e per il figlio.
La sua prima opera giovanile: " Potrebbe essere, ma potrebbe anche non essere." dimostra un grande possibilismo ed una grande apertura mentale. Il suo pensiero poi, si modifica molto, come dimostra il suo successivo lavoro: "Te lo dico io com'e'" e raggiunge la maturita' con il saggio: "E' cosi' perche' te l'ho detto io, e basta!" In cui Caravaggio diviene piu' consapevole delle sue possibilita' e delle sua aspirazioni.
La sua carriera eclesiastica e' rapidissima, tanto che al momento del suo ingresso in Ditta egli e' il piu' giovane vescovo del mondo. Fin dall'inizio la sua attivita' fu frenetica. Egli dopo un breve periodo invito' segretamente il Santo Padre ad abbandonare Roma e a trasferire la sacra sede in Ditta. Naturalmente il santo Padre rifiuto' categoricamente e consiglio' altre scariche ad alto voltaggio. Sembra che questa posizione ufficiale di Roma abbia coinciso con l'inizio del disaccordo che avrebbe successivamente portato alla divisione tra la Chiesa Romana e la chiesa delle grandi Ditte. Caravaggio torno' poi alla sua primitiva idea sullo Spirito Santo e modifico' la liturgia. Come prima cosa cambio' il modo di muoversi dei chierichetti durante le funzioni. Essi non dovevano camminare ma muoversi con piccoli brevi e rapidi saltelli a ricordare il passerotto, la terza persona dello Spirito Santo. Altre differenze riguardavano il sacramento della comunione: se un fedele toccava con I denti la particola, doveva farsi devitalizzare tutti I denti. Alcuni dissero che aveva istituito questa nuova regola, unicamente per aiutare un suo primo cugino dentista, che dopo la laurea, si era trovato con poco lavoro. Ma tali voci non trovarono mai conferma e rimasero sempre a livello di pettegolezzo. Un'altra questione che contribui' a dividere la religione cattolica ufficiale dalla nostra, fu quella delle famiglie virtuali. Monsignor Caravaggio si schiero' subito a favore della riproduzione aziendale e delle famiglie virtuali, malgrado la chiesa ufficiale avesse fin dall'inizio osteggiato tali pratiche. Caravaggio e gli altri prelati interni sostennero l'idea che la Ditta avrebbe potuto degnamente sostituire sia il padre che la madre e che le famiglie virtuali avevano la stessa dignita' delle famiglie reali, sostenne che l'amore virtuale non e' un falso sentimento e volle addirittura intromettersi personalmente nei programmi virtuali a sostenere dei corsi di educazione sessuale obbligatori per chi si volesse sposare.
In seguito a questi corsi ci fu un calo della libido anche durante le esperienze virtuali. Persino I cartoni animati furono presi da dubbi laceranti e rimorsi. Ricordo che nemmeno mia moglie Alice Virtuale, con la quale non avevo avuto prima alcun tipo di problema, cadde in una sorta di depressione. Non ci voleva piu' stare con me. Voleva misurarsi la temperatura basale prima di ogni rapporto o che addirittura le esaminassi il muco cervicale con un microscopio prima di fare l'amore. Inutile dire che queste pratiche spegnevano ogni mio ardore. Grazie a Caravaggio, anche in virtuale, erano entrati I problemi, anche perche' il metodo Ogino Knaus non funzionava nemmeno li', e nemmeno in realta' virtuale era possibile rischiare di avere un figlio dopo ogni rapporto. Monsignor Caravaggio ed I suoi sostenevano che bisognava essere responsabili ed usare dei metodi naturali. Quale miglior metodo naturale che quello di esaminare il muco cervicale prima di ogni rapporto? A me sembrava la cosa meno naturale del mondo, e poiche' la gente aveva iniziato ad abbandonare anche la realta' virtuale, ci pensarono I tecnici informatici della Ditta a risolvere questo problema. In ogni programma di esperienze virtuali, cominciarono a crescere degli strani alberi che producevano delle minuscole bacche rosse, se assunte regolarmente, queste bacche, avevano un valido effetto anticoncezionale. Il primo passo dei prelati fu quello di vietare immediatamente tali bacche. I tecnici programmatori obiettarono che, era impossibile definirle non naturali, proprio perche' crescevano naturalmente sugli alberi. A questo punto Caravaggio si ritrovo' in una posizione di stallo perche' avrebbe dovuto dichiarare non naturale tutta la realta' virtuale come aveva gia' fatto la chiesa cattolica romana, ma poiche' aveva fatto proprio di questo argomento un suo cavallo di battaglia per differenziarsi dalle posizioni ecclesiastiche ufficiali, egli rimase molto perplesso: disse solo che bisognava agire " Cum grano salis " e dimentico' ,per il momento, il problema dei metodi contraccettivi naturali. Fortunatamente gli interventi innovativi di monsignor Caravaggio non si limitarono a questo. Egli fondo' il primo seminario aziendale interno da dove avrebbe raccolto ed avrebbe preparato teologicamente, numerose nuove vocazioni. Modifico' sostanzialmete il catechismo sostituendo I peccati contro il padre e la madre con I peccati contro la Ditta ed il lavoro: " Onora la Ditta ed il Lavoro". Unifico' il Battesimo la Cresima e La Comunione che sarebbero stati celebrati con un' unica cerimonia. Tutto questo per evitare spese inutili. Egli aveva notato infatti che soprattutto I fotografi ed I ristoratori erano diventati particolarmente esosi e approfittavano senza alcuno scrupolo di queste feste di natura religiosa, considerando che, per la gente, erano divenute quasi obbligatorie. Inoltre tutti erano stanchi di dover invitare tutti I colleghi, I capi-ufficio, ed I superiori in generale e, se proprio volevano fare festa preferivano farlo liberamente, quando ne avevano voglia e con chi volevano loro, non quando erano obbligati. I fotografi, essendo ormai abituati a farsi pagare, per un album di fotografie, cifre che un dipendente guadagnava in alcuni mesi di lavoro, protestarono energicamente, ma furono sommenrsi dalla gratitudine della gente che si schiero', per la prima volta, apertamente a favore del clero. Questo successo popolare entusiasmo' e diede coraggio a monsignor Caravaggio. I rapporti della nuova chiesa aziendale con la chiesa ufficiale erano divenuti nel frattempo tesissimi. Il Santo Padre accusava apertamente I nostri religiosi di eresia, e continuava ad insistere affinche' si pentissero. Finalmente, dopo aver fatto uno storico sogno premonitore: riguardante un piatto di bollito, che aveva mangiato tanti anni prima, con tanto di cren e varie salse, e che gli era particolarmente piaciuto, Caravaggio, seguendo dei misteriosi nessi associativi, decise di provocare uno scisma tra la religione Cattolica Romana e la religione ufficiale della Ditta. Il giorno successivo al sogno del bollito, egli rispose all'ultima lettera del Papa che titolava "Pentiti", con un'altra missiva che cominciava cosi': "Ravvediti!" " ERESIA" gli rispose il papa. "ANATEMA" replico' Caravaggio. Ormai non c'era piu' spazio per le trattative, e dopo aver ripetutto ancora una volta il sogno del bollito, Caravaggio si incorono' primo patriarca ( inizialmente voleva chiamarsi babbo', ma poi opto' per il piu' serio patriarca) di tutte le chiese aziendali, ed assunse il nome di Gianni Silvio 1. Pose la Santa Sede a Milano, nella sede della nostra Ditta, la totalita' dei fedeli comprendeva oltre a quelli delle nosrtr filiali, anche quelli delle altre grandi Ditte del mondo. A noi era toccato il grande onore di dover ospitare Il primo pontefice di questa nuova grande religione che contava gia' milioni di fedeli in tutto il mondo. Il Santo Padre tento', a questo punto, di ricucire lo strappo invitando il nuovo patriarca a desistere dal suo proposito in cambio del perdono e del ritorno in seno a Santa Romana chiesa: " Dio e' misericordioso, sarai sempre benvenuto tra noi" disse il papa. " Hai tempo fino a Lunedi' per unirti a noi sotto il mio patriarcato" gli fece eco Caravaggio. E tutto fu compiuto.
Da allora fece di tutto per differenziare la nostra religione da quella di Roma: Studio' per cinque anni un nuovo tipo di incenso con un odore leggermente diverso. Poi decise di aggingervi un po' di LSD e le visioni mistiche aumentarono di colpo. Entro' nel consiglio di amministrazione della Ditta col grado di consigliere spirituale e tento' in tutti I modi di ripristinare il potere temporale della chiesa. Elimino' il secondo comandamento " Onora il padre e la madre" e lo sostitui' con il nuovo comandamento: " Onora la Ditta che ti fa da padre e da madre". Chiari' e sottolineo' l'esistenza di tutta una serie di peccati mortali contro la Ditta che per lungo tempo erano stati sottovalutati. Essi comprendevano : arrivare in ritardo al lavoro, impegnarsi poco ed avere uno scarso rendimento, mancare di rispetto ai superiori, discutere criticare o deridere le decisioni della Ditta. Chi commetteva tali peccati andava incontro alle pene dell'inferno, a meno che non si confessase e si pentisse. La penitenza per tali colpe era, comunque a discrezione del sacerdote, e poteva comprendere anche, nei casi piu' gravi, l'espulsione immediata nel mondo esterno. Diede dignita' di sacramento al matrimonio virtuale e raccomando' di amare e rispettare la moglie e di provvedere all'educazione dei figli virtuali. Sottolineo' il fatto che la vita virtuale non era una vacanza dalla moralita', ma che esprimeva una importante parte della spiritualita' dell'uomo, e che quindi doveva essere vissuta secondo I dettami della religione dell'umanita' e della moralita'. Vieto' I contatti con le persone estranee alla Ditta e lancio' una scomunica per tutti coloro che, senza permesso, avessero osato abbandonare l'azienda per il mondo esterno. Da tempo ormai si erano notati degli strani contatti tra impiegati della Ditta e persone che appartenevano al mondo esterno. C'era uno strano commercio di merci ed una familiarita' non gradita tra alcuni personaggi che si aggiravano ai confini della Ditta, sui quali la nostra polizia stava indagando. Avventurieri cercavano di vendere sottobanco I brevetti dei nostri tecnici all'esterno, e questo con ripercussioni sul nostro mondo che sarebbero state molto difficili da interpretare al momento. Inoltre da dove provenivano tutte quelle nuove malattie veneree e non, che erano comparse da qualche tempo tra I nostri impiegati? I medici sostenevano che il nostro sistema immunitario si era ormai disabituato a tutti I germi ed gli antigeni che pullulavano fuori, per cui una malattia, che un tempo sarebbe stata di lieve gravita', rischiava di virulentarsi e di divenire fatale ai nostri giorni. Erano problemi che si erano venuti a crare in seguito al nostro isolamento. In seguito a tutte le protezioni che il sistema aveva messo in atto, eravamo divenuti piu' deboli rispetto agli esterni. Abituati ormai a respirare l'aria a temperatura e umidita' costante della Ditta, mal potevamo sopportare le intemperie esterne, e tutto cio' cominciava a diventare un processo irreversibile. Il nuovo precetto della nostra chiesa era quindi molto opportuno, anche per evitare gravi problemi di salute. Dal punto di vista dogmatico la religione della Ditta differiva dal cattolicesimo ufficiale, oltre che per la questione delle ulteriori tre persone dello Spirito Santo, anche per il problema del Figlioque, problema che ci accomunava agli ortodossi. Questo del Figlioque era un problema di cui nessuno aveva mai capito il senso, nemmeno io, tuttavia, tutti sapevamo che esisteva e che costituiva una incolmabile divisione tra noi e loro. Ad avvalorare questi dogmi, in seguito a degli scavi nei vecchi uffici della direzione, sotto il pavimento, tra le macerie, furono rinvenute delle antiche pergamene con chiaramente visibili dei disegni di un' aquila, un passerotto ed una colomba che si stagliavamo sopra un grandissimo edificio. I nostri religiosi, unici ad essere autorizzati a farlo, interpretarono subito questi antichi scritti come prova dell'esistenza delle tre persone dello Spirito Santo, che vegliavano sopra il grande edificio della Ditta. Dall'interpretazione dell'antico testo si ricavarono altri dati preziosi che confermarono la superiorita' e la giustezza della nostra religione. Che queste antiche pergamene fossero soprannaturali, era anche dimostrato dal fatto, che furono ritrovate cementate in un pavimento che non poteva avere piu' di centocinquanta anni. Come avevano fatto a materializzarsi in un luogo di cosi' improbabile e di recente costruzione, proprio in quei pochi metri quadrati in cui si stavano svolgendo I lavori di demolizione del pavimento, sarebbe rimasto uno dei piu' grandi misteri della nostra religione. Le pergamene divennero ben presto degli importanti testi sacri, esse permisero una interpretazione piu' precisa della bibbia e del nuovo testamento che porto' ad ulteriori innovazioni e differenziazioni sul piano della teologia e della liturgia. Innanzitutto si diede maggior risalto alla figura di S. Giuseppe, patrono del lavoro. Tutti I dipendenti avrebbero dovuto trarre esempio dall'abnegazione, dalla pazienza e dall'obbedienza di S. Giuseppe nell'esercitare il loro lavoro. Il nostro paradiso sarebbe stato piuttosto simile a quello dei mussulmani. Avremmo tutti dovuto lavorare con la qualifica massima, ma avremo potuto finalmente farlo solo per il nostro piacere, senza dover rendere conto a nessun superiore. Avremmo potuto realizzare solo le nostre idee, nessuno piu' ci avrebbe dato un ordine, e saremmo stati sempre pienamente consapevoli del perche' agivamo in un modo piuttosto che in un altro. Saremmo stati circondati, aiutati, ed accuditi da segretarie meraviglise, accondiscendenti, dolci e sensibili ( le donne da segretari maschi) e avremmo avuto sempre e solo collaboratori fedeli, leali ed amichevoli. Inoltre avremmo potuto incontrarci, se lo avessimo voluto, con la nostra compagna virtuale. Nel mio caso sarei potuto rimanere per sempre con Alice Virtuale e con I miei figli. Ognuno avrebbe avuto tutto il tempo disponibile, tutte le capacita' e le facilitazioni per poter coltivare al massimo grado I suoi hobbies. In altre parole, tutti avrebbero realizzato massimamente le proprie attitudini e potenzialita', senza raggiungere mai un limite oltre il quale non sarebbe stato piu' possibile proseguire. Inoltre, poiche' la nostra religione non ammetteva l'immanentismo, ogni persona avrebbe conservato una propria anima individuale, cosi' ciascuno avrebbe potuto raggiungere il massimo delle sue possibilita' e non saremmo mai diventati tutti uguali. Inoltre Monsignor Caravaggio aveva chiarito che anche nell'aldila' sarebbe stato possibile migliorare continuamente le proprie prestazioni con l'impegno e la pratica ripetuta. In altre parole Il lavoro non sarebbe terminato dopo la morte, ma sarebbe stato un lavoro, scelto, piacevole ed arricchente. Se questo continuo miglioramenteo avesse avuto una fine o se fosse andato avanti all'infinito non era dato saperlo. Certamente non si sarebbe fermato per mancanza di entusiasmo o di mezzi o per stanchezza o per la sclerosi e l'impotenza fisica portate dall'eta'. Sarebbe stata soltanto la liberta' e la volonta' individuale a determinare l'impegno da dedicare a queste attivita'. I nostri teologi postularono infatti che una certa forma di volonta' individuale e di liberta', sarebbero continuate ad esistere anche al termine della nostra esistenza. Cosi' ci sarebbero stati vari livelli di paradiso a seconda del grado di perfezione spirituale raggiunta in un dato momento. Se questa corsa verso la perfezione fosse durata all'infinito oppure no, era un argomento che appassionava teologi e filosofi. Sarebbe mai stato possibile eseguire una musica cosi' perfetta da non poter piu' essere migliorata in alcun modo? Sarebbe stato possibile comporre una musica che avesse trasmesso al massimo grado tutte le emozioni che ogni musica puo' dare? Sarebbe stata non piu' una musica, ma "La Musica". La musica come l'avrebbe suonata Dio stesso. Sarebbe stato mai possibile giocare a tennis tanto perfettamente, che nessun miglioramento, nessuna nuova invenzione, nessuna giocata avrebbe potuto, nemmeno per un momento, nel corso della partita, essere tentata in un altro modo? Non giocare a tennis, ma giocare il "Tennis". E se una perfezione in tutte le cose fosse stata possibile, cosa sarebbe successo poi di noi? Saremmo arrivati al cospetto di Dio? Avremmo finalmente potuto contemplare e capire il suo volto? Avremmo mantenuto ancora la nostra individualita' e la nostra liberta' o ci saremmo fusi con Lui? Queste erano le principali domande che si ponevano I nostri teologi, senza raggiungere un accordo definitivo. C'era chi, come Monsignor Caravaggio sosteneva che il paradiso consistesse in questo meraviglioso miglioramento continuo dell'uomo, in tutte le sue forme , ma che non sarebbe mai stato possibile raggiungere la perfezione. Raggiungere la perfezione equivaleva a dire che L'uomo poteva raggiungere Dio, e questa rimaneva un' eresia. Tra gli alti prelati, c'era chi invece postulava una specie di punto di arrivo che avrebbe coinciso con la beatitudine totale, l'adorazione e la contemplazione di Dio. Tutti comunque, ammettevano che anche raggiunti I propri limiti, l'uomo poteva ancora progredire, usando la volonta', l'energia ed I mezzi di conoscenza infiniti di cui avrebbe potuto disporre. Questa concezione avvicinava la nostra religione al Buddismo che postulava un continuo miglioramento dello spirito umano attraverso successive reincarnazioni, la differenza era che da noi, secondo Caravaggio, questo miglioramento probabilmente sarebbe continuato all'infinito e avrebbe costituito di per se una delle principali gioie del paradiso. Non sarebbe stato mai neccessario raggiungere il nirvana, cioe' la mancanza di volonta', la pace assoluta, l'unione definitiva con l'universo e con Dio. L'inferno invece altro non era che un luogo in cui si lavorava senza sapere perche'. Si svolgevano soltanto piccole parti ripetitive di un lavoro piu' vasto, del cui scopo finale nessuno era a conoscenza. Tutti I dannati avevano posizioni gerarchiche umilissime ed erano continuamente vessati da terribili superiori che , qualsiasi cosa avessero fatto, avrebbero trovato sempre da ridire. Tutto questo per sempre , ogni mattina ed ogni sera, compresa la Domenica. Durante il tempo libero, dovevano sdraiarsi in speciali vasche nere piene di fuoco attizzate da demoni, le cui sembianze erano le stesse dei loro superiori, capi ufficio e manager. Tuttavia, nemmeno I dannati dell'inferno perdevano la loro volonta' e la loro liberta', ed era ammesso anche per loro, se malgrado tutto, avessero lavorato bene e con passione e fossero riusciti a farlo, non soltanto per migliorare la loro posizione, ma per il bene della Ditta, di poter raggiungere un giorno il paradiso. Infatti qualsiasi colpa umana, anche il tradimento della stessa Ditta, per quanto potesse essere orribile, rimaneva sempre una colpa finita. L'uomo per quanto malvagio e libero non sarebbe mai riuscito a commettere un peccato di dimensioni infinite, per cui Dio, essendo infinitamente giusto , non avrebbe mai potuto permettere che fosse condannato ad una pena infinita. L'obiezione dei teologi romani, che era l'uomo stesso, con la sua liberta' a scegliersi l'inferno, nella nostra religione non reggeva, in quanto la liberta' e la volonta' dello spirito umano perduravano anche nell'altra vita. Anche dall'inferno, dunque si poteva uscire, o meglio, nemmeno l'inferno durava per sempre, non per tutti almeno. Soltanto chi avesse deciso coscientemente di continuare ad esercitare male il proprio lavoro ed I propri compiti sarebbe dovuto rimanere all'inferno. Il purgatorio, non essendo piu' neccessario, non esisteva come luogo separato, era soltanto l'ultimo stadio dell'inferno e rappresentava il momento in cui le anime dei peccatori si rendevano pienamente conto del male che avevano compiuto in vita. Questa visione escatologica contribuiva a differenziare ancora meglio la nostra religione da quella del mondo esterno. Ormai erano moltissime le cose, religiose e non, che ci separavano da chi viveva fuori: La nostra condizione economica, per gran parte di noi, era migliore. Nessuno temeva di non trovare il lavoro e nessuno aveva la preoccupazione di non trovare l'occupazione adeguata. Tutto era gia' deciso alla nascita o nei primi anni di vita, in base alle predisposizioni genetiche ed attitudinali dimostrate precocemente. Ogni tipo di stress era quindi evitato ai nostri giovani, che potevano dedicare cosi' tutte le loro energie al lavoro per il quale erano piu' portati. I nostri psicologi avevano studiato tutti I migliori metodi per sublimare l'aggressivita' e trasformarla in energia positiva. Energia che poteva essere usata per I nobili scopi dell'utilita' della Ditta. Non esistevano quasi I furti, e non esisteva nemmeno la poverta' perche' le condizioni economiche minime erano garantite per tutti. Era garantita l'istruzione, la casa e la mensa aziendale. Lo stipendio serviva solo per le spese voluttuarie ed era soltanto leggermente diverso per le varie categorie di dipendenti. Nessuno era ricchissimo e nessuno era povero, la differenza consisteva soltanto nella posizione lavorativa, ma nemmeno questo era causa d'invidia perche' tale posizione veniva assegnata molto precocemente e nessuno poteva mettere in dubbio la giustezza di tale scelta. Forse eravamo un po' meno liberi, ma molto piu' ordinati e sicuri dei nostri simili, che per forza o per volonta', dovevano ancora vivere fuori.
C'era chi giurava, e tra essi monsignor Caravaggio, che il sistema di vita addottato nella nostra Ditta sarebbe divenuto un sistema di sviluppo sociale obbligatorio, un sistema di evoluzione sociale analogo al passaggio biologico dalla unicellularita', alla pluricellularita' che era avvenuto in tutti gli organismi superiori. In altre parole, come un mammifero era superiore ad un'ameba, cosi' la nostra Ditta era superiore ad ogni altro sistema basato sull'individualismo, per quanto evoluto fosse. Il guaio era che questi organismi pluricellulari, che mi raffiguravo come grossi scarafaggi, pur volendo fare il nostro bene, erano troppo brutti. Si muovevano sulle nostre teste, incuranti delle nostre singole volonta', senza nemmeno avere piena coscienza di cio' che essi stessi volevano o stavano facendo. Una cosa comunque era certa: essi volevano vivere

ALICE VIRTUALE

Finalmente conobbi una donna reale, una collega d’ufficio della quale mi sembrava di essere innamorato, ma prima di approfondire questa nuova storia dovevo assolutamente recarmi, almeno un'altra volta, in realta' virtuale e spiegare ogni cosa ad Alice Virtuale ed alla mia famiglia. ne avevo già accennato alla mia compagna reale, lei non aveva fatto altro che ridacchiare, quasi fosse una cosa da bambini. Quasi che le esperienze virtuali fossero da considerare alla stregua di giocattoli per passare il tempo e nulla piu'. Non era assolutamente cosi'. Alice Virtuale non era una semplice proiezione di me stesso: si era molto modificata dalla prima volta che l'avevo conosciuta era completamente diversa. In qualsiasi parte si trovasse: nella Ram del mio compiuter, nel disco fisso, o nella CPU, non era una semplice parte del computer, era una entita' autonoma, ne ero sicuro quando l'avevo vicina e sentivo il calore del suo corpo. Quandi mi veniva incontro sorridente e contenta di vedermi, ero sicuro: non poteva essere solamente un pezzo di plastica lavorato. Anche se apparteneva ad un programma inizialmente elaborato da un tecnico, qualunque cosa fosse, fosse pure una sequenza continuamente variabile di 0 e di 1 in qualche circuito integrato, lei, da qualche parte esisteva e mi aspettava. Del resto che cosa c'era di cosi' diverso nel pensiero umano? In fondo anche le membrane esterne dei nostri neuroni si polarizzavano in seguito al contatto con dei mediatori chimici, e da questo contatto partiva un potenziale d'azione che si propagava lungo una fibra nervosa fino a raggiungere la successiva sinapsi. Cosi' la corrente nervosa passava di cellula in cellula, da area nervosa ad area nervosa dando origine a seconda dell'area interessata ad emozioni, immagini, suoni, colori. Sarebbe bastato collegare il nervo acustico all'area visiva ed avremo potuto vedere I suoni ed I rumori, oppure collegare I nervi ottici con l'area acustica ed avremmo potuto udire I colori. Il mondo sarebbe stato diverso: ci saremo mossi nello spazio riconoscendo I suoni o I rumori degli oggetti, ed avremmo potuto vedere le luci di una sinfonia di Beethoven. Mi sa che avremmo perso molto: quali armonie di suoni avrebbe potuto pareggiare la sensazione che ci hanno offerto le curve di Marilin Monroe? Giusto il canto delle sirene che spingeva I marinai a trovare la morte nell'oceano, poteva offrire un paragone accettabile. Le battute di Woody Allen,che colori e che forme, avrebbero dovuto avere per farci ridere? Difficile da prevedere. Indubbiamente se avessimo adottato questa modalita' fin dalla nascita I nostri centri nervosi, le nostre aree cerbrali acustica e visiva avrebbero imparato a lavorare in un altro modo. Tuttavia il pensiero piu' evoluto sarebbe nato sempre dalla miscela ( elaborazione) di tutte queste nostre sensazioni: una pausa tra afferenze ed efferenze, tra input ed output. Tutto cio' in fondo non era molto diverso da quanto accadeva ad Alice. Anche I nostri processi fisiologici del pensiero, come I suoi, obbedivano alla legge del tutto o niente: o la depolarizzazione era sufficiente a scatenare un potenziale d'azione o non si aveva alcun potenziale. L'intensita' degli stimoli era dovuta alla frequenza dei potenziali d'azione ed alla quantita' delle fibre e delle cellule interessate. Ma per ogni singolo neurone il potenziale d'azione obbediva alla legge del tutto o niente, come avveniva nei circuiti integrati: assenza di tensione uguale 0 presenza di tensione uguale 1. Quando pensavo ad Alice Virtuale, non in termini di donna ma in termini di entita' programmata, me la immaginavo come un grandissimo pannello sul quale si accendevano e si spegnevano contemporaneamente milioni di lucette colorate che davano origine ad infinite combinazioni sempre diverse che rappresentavano quell'entita' sempre nuova, sempre mutevole che io chiamavo Alice. Avevo segretamente da sempre sperato che Alice Virtuale oltre a poter interagire con me, potesse provare anche qualche cosa che assomigliasse in qualche modo a cio' che noi usiamo chiamare emozioni, stati d'animo, sentimenti. La cosa sarebbe stata molto lusinghiera per me ma per quanto ne sapevo era impossibile. Come tutte le cose che mi piacevano o era pericolosa o faceva assolutamente male o era impossibile.
Da alcuni giorni vivevo nella continua sensazione che qualcuno, da qualche parte, mi stesse aspettando. Sapevo che la cosa non era possibile, tuttavia non ci potevo fare nulla. Avvertivo una specie di ansieta' continua ed un senso di colpa che mi spingevano a tornare in realta' virtuale.Quel pomeriggio, per correttezza, informai ancora una volta di cio' la mia compagna reale, lei disse di sbrigarmi il piu' presto possibile, cosi' poi avremmo potuto dedicarci ai nostri nuovi progetti che tanto le stavano a cuore. Non indugiai oltre, mi avviai verso il computer, inserii il programma, che per la verita' occupava ormai tutto il disco fisso, applicai alle tempie gli elettrodi e me ne andai. Trovai la nostra abitazione virtuale accogliente come sempre, esattamente come l'avevo lasciata, notai a malapena che c'era anche una gradevole musica di sottofondo, entrai nel soggiorno ed Alice Virtuale mi venne incontro con le braccia aperte ed il sorriso sulle labbra. " Quanto mi sei mancato amore" mi disse. Era l'unica entita nell'intero universo che mi avesse mai chiamato amore, ed era anche l'unica entita' dalla quale io avrei tollerato di farmi chiamare cosi'. Se lo avesse fatto qualche altra persona, nel mondo reale, avrei avvertito una sorta di nota stonata, come una presa in giro od una forzatura. Mi sarei subito chiesto: Dov'e' la fregatura? Era difficile poter dire Amore seriamente e conservare la faccia. Nemmeno io l'avevo mai fatto. Al massimo avevo detto qualche volta mi piaci o ti voglio bene, ma non ricordavo di avere mai detto ti amo. La cosa diventava sempre piu' difficile man mano che gli anni passavano: alla mia eta' ormai erano rimasti in pochi, a parte qualche deficiente, gli uomini che potevano seriamente dire ti amo. Io avrei tollerato volentieri un ti voglio tanto bene soprattutto dal piccolo Francesco, la cui serieta' e sincerita' avevo gia' imparato ad apprezzare, ma lui, proprio per questi motivi, si sarebbe guardato bene dal dirmelo. Con Alice Virtuale le cose erano del tutto diverse: lei era stata fatta apposta per dirmi" ti amo" quindi, non c'era traccia di ironia, di risentimento per cose passate, di interesse in lei e nella sua voce. Era un paradosso che la realta' virtuale, in queste cose, apparisse meno finta di quella reale. " Dove sei stato? Temevo che tu non arrivassi piu. Lo sai senza di te io non posso vivere. Senza di te non esisto." Anche questo era sicuramente vero. Se il programma non andava Alice rimaneva spenta, non esisteva e non poteva avere nuove esperienze ne' acquisire niente di nuovo. L'unica cosa che io mettevo in dubbio era che cio' le potesse veramente importare. La presi tra le braccia, feci aumentare la musica, abbassai le luci ed incominciammo a danzare insieme. Mi sembrava un buon modo per dirle che avevo un'altra donna reale e che non sarei piu' potuto tornare. Mentre stringevo il suo corpo caldo e sentivo I suoi seni sodi sul mio petto, mi veniva sempre piu' difficile credere che si trattasse solamente di un pezzo di programma che interagiva col computer, no dovunque si trovasse e qualunque cosa fosse, lei era un'entita' autonoma, che io stavo stringendo tra le mie braccia. Accanto a me sembrava felice, era felice di ascoltarmi e non aveva mai niente di meglio da fare che interessarsi a me, al mio lavoro, ed alle mie idee, non provava risentimento, odio, invidia, non si metteva in competizione. L'unica cosa che mi dimostrava era il dispiacere che aveva provato per la mia lunga assenza ed il piacere che provava in quel momento di vedermi e di potermi riabbracciare. " Anche a me sei mancata Alice" dissi. Ancora una volta sentivo che qualsiasi cosa potesse essere Alice Virtuale, fosse pure un insieme pulsante di differenze di potenziale racchiuse nei circuiti integrati del mio computer, essa esisteva veramente come entita' unica, separata dal resto del computer ed era sempre diversa di volta in volta. Ricordava tutto quello che avevamo fatto insieme e ne traeva insegnamenti nuovi per modificare il suo comportamento futuro. Continuava tuttavia a rimanere perennemente innamorata di me, a vedere in modo positivo tutte le mie azioni, ad idealizzarmi, come fanno le adolescenti innamorate. Con lei sarei rimasto per sempre un principe azzurro, anche ad ottanta anni. Per fortuna, la realta' virtuale ringiovaniva anche me e non comportava eccessivo dispendio di energie fisiche, cosi' avrei potuto sostenere per sempre quella parte da attor giovane. Alice continuava a stringermi sempre piu' forte ed a muoversi sinuosamente, potevo avvertire il suo profumo ed il suo corpo caldo tra le mie braccia. Non l'avevo mai vista cosi' bella, era estremamente spontanea, si muoveva naturalmente con una grazia da ballerina, ed era veramente difficile resisterle. Mi stava stregando in un modo nuovo, diverso dalle altre volte, quasi avesse intuito quello che avrei dovuto dirle. Cercai di concentrarmi su cio' che dovevo dire, mi feci forza ed iniziai: " Alice devo parlarti. Dall'ultima volta che ci siamo visti sono accadute molte cose, anche per questo mi sono dovuto assentare per cosi' tanto tempo. Tu sai che prima di conoscere te, avevo una ragazza con la quale ho convissuto per qualche tempo. Ebbene ora lei e' tornata ed abbiamo deciso di rimetterci insieme." Alice si mise a piangere sommessamente. "Vuoi dire che non ci rivedremo piu', questa tua decisione sara' la fine della mia esistenza, tu lo sai, senza di te io non posso vivere. Rimarro' per sempre spenta, non potro' piu' acquisire nuovi dati, moriro'." " Non dire parole grosse" replicai, "comunichero' al tecnico informatico la mia decisione. Con qualche aggiustamento del programma, tu potrai essere adattata ad un altro dipendente e potrai continuare ad esistere."
"No, ti prego, non farlo, questa e' la cosa peggiore che hai detto, non sarei piu' io. Io sono stata fatta per te ,non sarei piu' io se dovessi vivere con un altro uomo, tu lo sai, sei tutta la mia vita, non sono parole vuote, e' la pura verita' e lo sai." " Alice", replicai quasi stizzito," non farla troppo lunga, tu non puoi nemmeno provare sentimenti. Sei soltanto stata programmata per rispondermi in questo modo e per compiacermi. Ma se ti comporti cosi', non mi compiaci affatto, tu non sai cos'e' l'amore, non puoi dire se mi ami veramente o no". " Perche' tu pensi di sapere cos'e' l'amore?" Rispose lei inaspettatamente " Io so solo che sono nata per esistere e non desidero sparire nel nulla o modificare cio' che sono, qualsiasi cosa io sia e dovunque mi trovi. Per quanto riguarda il fatto di essere stata programmata, sei sicuro di non esserlo stato anche tu? Ti senti pienamente libero? Hai costruito da solo il tuo cervello individuale che ti fa provare quei sentimenti che ti fanno sentire cosi' superiore, o l'hai trovato gia' fatto quando sei nato? Se ci pensi bene anche tu sei stato programmato a reagire in qualche modo predeterminato; tutto cio' che hai potuto modificare ti e' derivato dall'esperienza. Lascia anche a me questa possibilita'." Forse avevano scaricato nel programma di Alice Virtuale qualche Giga di filosofia meccanicistica. Si' forse era vero che anche noi eravamo stati determinati dal nostro DNA, dal nostro codice genetico, certamente non eravamo pienamente liberi, almeno pero' continuavamo ad esistere allo spegnimento del computer, anche dopo la morte sosteneva monsignor Caravaggio, ma questo era tutto da vedere. Per la prima volta mi sentivo leggermente a disagio parlando con Alice Virtuale. " Vorresti forse dire che a partire dall'esperienza, sei arrivata a provare qualcosa di simile a quello che gli uomini chiamano emozioni, sentimenti, amore? Cosa vuoi significare quando mi dici che mi ami" chiesi leggermente irritato. " Non lo so, so solo che sono stata fatta fatta cosi', non so se provo qualcosa di analogo a quello che voi chiamate emozione, tuttavia non mi va di sparire nel nulla per sempre . Il programma a cui appartengo non e' semplice, ormai ha una memoria di parecchi Gigabite, anche se la nostra unita' di memoria piu' elementare puo' assumere soltanto due stati che vengono associati ai numeri 0 ed 1, il programma ha ormai raggiunto un grado di complessita' tale, vi sono cosi' tanti sistemi di feed back al suo interno, che non credo sia piu' possibile rispondere semplicisticamente ad una domanda come questa. Anche I vostri neuroni, l'unita' elementare del vostro pensiero, del resto obbediscono alla legge del tutto o niente: 0 oppure 1, potenziale d'azione o ritorno al potenziale di riposo. Io so soltanto che esisto e che vivo per te. Questo non lo posso cambiare, diventerei un'entita' totalmente differente da quella che sono ora, andrei al di la' dello scopo per cui sono stata creata. Questo e' un mio limite." " Senti Alice" dissi irritato " Questa discussione sta diventando paradossale. Tu dici : Io so soltanto che esisto. Io invece sono convinto che sicuramente esisti, ma altrettanto sicuramente non sai di esistere, non hai l'autocoscienza, non la puoi avere. Tutto quello che tu mi dici e' frutto della tua programmazione e delle successive esperienze che hai potuto fare. Non puoi avere l'autocoscenza, del resto anche l'uomo prima di divenire cosciente di se stesso ha impiegato forse migliaia di anni, ed anche adesso la parte che agisce consapevolmente e' solo la punta di un iceberg, tutto il resto e' inconscio, difficilmente spiegabile ed a volte in contrasto con il nostro io, con la nostra parte conscia. Non per nulla abbiamo anche imparato ad usare delle difese contro I nostri desideri inconsci e se queste difese non reggono ci ammaliamo, perdiamo la capacita' di godere la vita. Non e' possibile che tu abbia sviluppato l'autocoscienza." " Io non voglio essere spenta, non e' questo un inizio di autocoscienza?" " Questa discussione e' come un gatto che si morde la coda" dissi " sei sempre tu a dire di non voler essere spenta, ma tutto cio' che dici ti e' stato immesso da chi ti ha programmato".Anche tu sei stato programmato" mi disse disperata Alice " anche tu risulti da una parte programmata, il DNA e da una parte appresa, le esperienze". " Basta!" Aggiunsi in tono perentorio-" Sono venuto per dirti addio, domani avvisero' il tecnico di fare alcune piccole modifiche al tuo programma, cosi' potrai continuare ad esistere, sarai solamente adattata per un altro dipendente. " No ti prego, non farlo" scongiuro' Alice " Non sarei piu' io e' come se morissi due volte. Piuttosto tienimi spenta, potresti sempre ripensarci. Prenditi un po' di tempo, che fretta c'e'. E' possibile che io sia solamente una figurina colorata costruita sui tuoi desideri per compiacerti, ma puo' darsi che stia diventando qualcosa di piu'. Ti scongiuro prenditi un altro po' di tempo." " Ho gia' deciso." Risposi " Oramai ho una compagna reale, sarebbe come condurre due vite parallele, non sarebbe onesto. E' inutile che tu insista. Il programma dovra' essere adattato per un altro dipendente, vedrai, non te ne accorgerai nemmeno. Io potrei venire qualche volta a farti visita, naturalmente come un vecchio amico e nulla piu'". A questo punto Alice ebbe una reazione che non avrei mai piu' dimenticato: mi strinse ancora piu' forte tra le sue braccia, mi avvolse nel suo profumo, e mentre la musica cresceva, mi diede un lunghissimo ed appassionato bacio e mi disse: " Addio amore". Ebbi un bagliore luminoso, avvertii un terribile ronzio nelle orecchie e mi trovai stordito, seduto sulla poltrona dello studio della mia casa reale a fissare lo schermo spento del computer. Fuori infuriava un violento temporale; per una strana ragione il programma era saltato: un calo di tensione mi disse il tecnico piu' tardi. Tentai di riavviare il programma, riuscii ad entraci, trovai la casa I mobili, ma di Alice nessuna traccia. Si erano salvati anche numerosi file sonori di estensione Wav, Files che erano stati la colonna sonora della mia storia con Alice Virtuale. Malgrado la situazione paradossalmente drammatica non potei evitare un pensiero quasi comico: Alice virtuale mi aveva lasciato anche la casa. Sicuramente sarebbe spettata a lei in un normale matrimonio. Lei invece, anche questa volta, si era comportata in questo modo sicuramente irreale. Chiesi al tecnico dei computer come era stato possibile il verificarsi di una perdita di programma cosi' settoriale: era scomparsa solo Alice ed I due miei figli virtuali, dei quali scoprii, non me ne importava nulla. Il tecnico mi rispose che molto probabilmente in seguito al temporale, si era danneggiato un cluster del disco fisso, relativo all'indice dei personaggi. In particolare proprio quello di Alice Virtuale: cosi' il programma era esistente ma non piu' operativo. Per uno di quei strani casi del destino il cluster si era danneggiato proprio mentre Alice mi stava dicendo addio per sempre. Come al solito le cose potevano trovare due spiegazioni antitetiche: Una razionale, squallida, ma possibile ( il danno al cluster), l'altra romantica, spirituale, ma impossibile ( il suicidio di Alice per amore). Optai per l'opzione piu' razionale, anche se Alice Virtuale sarebbe rimasta per sempre nel mio cuore ed inconsciamente da allora mi sentii per sempre colpevole nei sui riguardi. Dopo vari tentativi di ritrovare Alice Virtuale vi rinunciai per sempre.




LA DITTA REAGISCE

Dopo la scomparsa definitiva di Alice virtuale la situazione interna cominciò a precipitare cominciavo ad avvertire sempre più distintamente una strana sensazione di oppressione e di paura non più mitigata dalle mie permanenze in realtà virtuale. c Il giornale della Ditta e la televisione a circuito interno continuavano a diffondere notizie allarmanti che mettevano in rilievo le intollerabili ingerenze provenienti dall'esterno. Monsignor Caravaggio appariva quasi ogni giorno sugli schermi, era invitato a moltissime trasmissioni e batteva continuamente su di un solo tasto: secondo lui la nostra civilta' sarebbe stata destinata a scomparire se le cose non fossero cambiate drasticamente a breve termine. Tutti I nuovi permessi per recarsi all'esterno furono sospesi, inoltre si parlava gia' di revocare anche quelli gia' esistenti e di vietare ai dipendenti il lavoro part-time. Le voci relative a misteriose epidemie derivanti da rapporti dei dipendenti con untuori provenienti dal mondo esterno diventavano sempre più insistenti e minacciose. Il disagio che provavo cominciava ad accrescersi ed a trasformarsi in paura. L’aspetto architettonico stesso della Ditta andava modificandosi e diventava congruo con i miei sentimenti. Dalle finestre rigorosamente chiuse e protette da vetri speciali, sgradevolmente giallastri, potevo vedere gli edifici della Ditta interamente ricoperti dai nuovi pannelli imbottiti di piombo: sembrava una prigione piu' che un posto di lavoro. Improvvisamente ebbi uno sgradevole presentimento: a che cosa dovevano servire tutte quelle protezioni? Una strana idea comincio' a farsi strada ossessivamente nel mio cervello. Qualcosa che avevo probabilmente sempre saputo, che tutti avevamo sempre saputo, ma che non aveva mai raggiunto la soglia della nostra coscienza. Qualcosa di talmente orribile che nessun uomo avrebbe potuto sopportare, una decisione che nessun uomo avrebbe mai voluto prendere e che quindi era stata demandata ad un' entita' sovraindividuale che doveva assumersela su di se' e decidere al di sopra di noi tutti per il nostro bene. Quasi a confermare il mio presentimento, proprio in quel momento parti' il segnale d'allarme generale. In tutti gli uffici, in tutte le officine, in tutti I locali della Ditta, il rumore assordante, sgradevole, terrificante delle sirene esplose a tutto volume. Contemporaneamente dagli altoparlanti posti un po' ovunque, la voce di monsignor Caravaggio esortava tutti alla calma ed a mantenere il controllo dei nervi. Era solo la nostra Ditta che si stava difendendo dalle aggressioni esterne, e questa volta sarebbe stata l'ultima difesa, quella definitiva. Monsignor Caravaggio assicurava che per I dipendenti non ci sarebbe stato alcun pericolo: grazie alle nuove tecnologie, a quei famosi pannelli imbottiti di piombo ed ai vetri speciali eravamo completamente protetti e sicuri. Mentre la voce calma e sicura di Caravaggio continuava a fornire rassicurazioni, quello che tutti ormai da tempo ci aspettavamo divenne improvvisamente e definitivamente realtra' sotto I nostri occhi e le nostre orecchie. Si udi' un gran frastuono un rumore spaventoso ed innaturale seguito dopo pochi istanti da altre esplosioni ancora piu' forti. In pochi minuti, in tutto il mondo erano stati lanciati migliaia di missili atomici della potenza pari a circa 40 chilotoni di TNT, al nucleo di uranio. In tutte le citta' di tutto il mondo, un missile atomico ogni 20 chilomentri stava esplodendo distruggendo definitivamente quella che era stata la civilta' esterna alle grandi Ditte, anzi, per migliaia di anni, l'unica civilta' umana esistente. Dalle finestre dell'ufficio potevamo vedere le enormi esplosioni, I bagliori che si succedevano. Non ci furono scene di panico, tutti avevamo inconsciamente immaginato per anni questo momento ed ora che era arrivato ci sembrava di stare assistendo ad una scena inevitabile scritta , dalla notte nei tempi nel DNA, nel destino dell'uomo. Alice mi abbraccio' e pianse sommessamente e compostamente. Io pensai al mio amico Agostino, a tutti I collaboratori che avevano lavorato con noi nello scatolificio, pensai alla citta' di Milano, ai suoi rumori, alle sue contraddizioni stridenti, ai soldi ed alla spietatezza economica, alla sua meravigliosa liberta', pensai alle speranze di milioni e milioni di persone troncate in quel preciso istante, ma non riuscivo a piangere, rimanevo inspiegabilmente calmo a guardare. Le bombe produssero tre tipi di forze distruttrici: un' onda d'urto procedente alla velocita' del suono che appiatti' tutti gli edifici; raggi termici ad una temperatura superiore alla superficie solare che bruciarono, ustionarono, distrussero ogni essere vivente per un raggio che arrivava a toccare il raggio della bomba sganciata piu' prossimamente; e radiazioni che si propagavano alla velocita' della luce e la cui efficacia mortale sarebbe perdurata nel tempo. Tutto era stato studiato accuratamente per non dare scampo ad alcuno, era stata preferita la strategia di sganciare tante piccole bombe contemporaneamente, (ognuna di queste bombe aveva circa la potenza di quattro volte quella sganciata ad Hiroscima) rispetto a quella di sganciarne poche e potentssime. Il 35% dell'energia totale delle bombe consisteva in raggi termici, circa il 50% era contenuto nell'onda d'urto,e circa il 15% era energia radioattiva, era un coktail mortale dal quale non ci sarebbe stato scampo per nessuno. Varie colonne a forma di fungo si levarono instantaneamente dalle varie esplosioni e salirono fino a raggiungere la stratosfera. Dopo circa 20 minuti si sviluppo' una tempesta di fuoco causata dalla rarefazione dell'aria sovrastante le zone colpite dalle bombe; inizio' poi un forte vento proveniente da tutte le direzioni che continuo' per ore. Tizzoni ardenti di materiali infiammabili, lamiere cartoni mulinavano nell'aria e ricadevano sul terreno portando distruzione e morte e contribuendo ad incendiare ogni altro materiale infiammabile. Il vento fu accompagnato da una pioggia nera, densa e vischiosa, provocata dalla condensazione del vapore acqueo contenuto nella massa dell'aria ascendente. La pioggia provoco' la ricaduta sul terreno delle particelle radioattive. Fortunatamente gli scienziati della Ditta avevano previsto tutto cio', ed avevano approntato degli speciali strumenti che usavano ventilatori e getti d'acqua e che mettendosi in funzione, avrebbero provveduto ad allontanare gran parte delle particelle radioattive dagli stabilimenti della Ditta. La voce calma di Caravaggio dagli altoparlanti ci fece sapere che I nostri scienziati avevano trovato il modo di ridurre di moltissimo il tempo di dimezzamento della radioattivita', entro pochi anni saremo potuti uscire liberamente dagli edifici della Ditta e andare a ricostruire il mondo. Ci stavamo avviando verso una nuova era di prosperita' e di pace, il prezzo da pagare era stato altissimo, ma era stata l'unica soluzione possibile, l'unica soluzione definitiva che avrebbe eliminato per sempre ogni tensione sociale, ogni differenza intollerabile tra gli uomini e avrebbe permesso la nostra sopravvivenza in questo pianeta per un tempo indefinitamente lungo. Molti piangevano sommessamente guardando dalle finestre lo spettacolo della fine della civilta' dalla quale provenivamo, alcuni avevano amici al di fuori della Ditta, alcuni avevano addirittura sperato di poter uscire a farsi una nuova vita. Ora che tutto era finito ci sembrava che ogni cosa avesse seguito il suo corso naturale, che questa catastrofe fosse stata scritta da sempre nel destino del mondo. L'angelo della morte era passato ed aveva diviso I buoni dai cattivi: era il prezzo che l'umanita' doveva pagare per poter sopravvivere. Era stata presa una decisione necessaria che nessuna persona, nessun individuo singolo avrebbe potuto prendere, infatti la responsabilita' di quanto stava accadendo non era di un uomo, ma era della Ditta stessa. Era la Ditta che leggendo nel nostro inconscio collettivo aveva agito nell'unico modo che noi pur non potendo ammettere avevamo inconscamente desiderato, l'unico modo che avrebbe garantito per sempre la nostra sicurezza e la sua stessa esistenza. Fino all'ultimo momento infatti, nessun dipendente, nemmeno monsignor Caravaggio stesso poteva sospettare che avrebbero sganciato tutte quelle bombe ed avrebbero distrutto ogni forma di vita esterna. Tutti pero' avevano contribuito con una piccola parte di aiuto alla realizzazione di quel piano, ognuno aveva fornito il suo piccolo mattone senza voler sapere a che cosa fosse servito tutto cio'. La coscienza di quanto stava per accadere ci era stata risparmiata, ed in futuro probabilmente avremmo dovuto comprendere che la coscienza individuale non era di per se' un bene. Forse era stato proprio il desiderio di autocoscienza, di autoaffermazione e di liberta' individuale che ci aveva fatto precipitare dall' Eden, dal paradiso terrestre. Forse era stato proprio questo il peccato originale che aveva distinto l'uomo dalle altre creature e che lo aveva messo in una posizione di disarmonia con la natura. Probabilmente, in futuro avremmo dovuto abituarci a ridurre di molto, se non a far scomparire la nostra autoconsapevolezza a favore della Ditta. La Ditta ci avrebbe riaperto le porte dell'Eden ed avremmo potuto vivere per sempre felici in un nirvana collettivo, demandando ogni difficile decisione, ogni angoscia. Avremo finalmente potuto vivere in modo innocente senza piu' avere la gravosa consapevolezza del bene e del male. Non era nemmeno una novita', gia' da molti anni, anche nel mondo esterno, le istituzioni pubbliche si comportavano in questo modo. Negli ospedali, ad esempio, vi erano dei medici bravissimi ed onestissimi ed ognuno faceva bene il suo lavoro: il chirurgo operava in modo encomiabile, l'anestesista addormentava il paziente, lo seguiva nel decorso operatorio e non gli faceva sentire alcun dolore. L'infermiere assisteva con competenza ed umanita' e qualche volta era l'unico ad accorgersi che malgrado la perfezione tecnica, qualcosa non andava. Gli impiegati dell'Asl sbrigavano in modo diligente ed ineccepibile tutte le pratiche burocratiche in modo che un successivo controllo avrebbe confermato la regolarita' di quell'operazione. E tutti insieme cosa facevano? Molte volte medicalizzavano un problema di natura psicologica. Molte persone affette da cefalea insistente, dopo varie visite mediche, alla fine ottenevano un'operazione, che so, una rinoplastica per raddrizzare il setto nasale. Il sintomo iniziale regrediva per qualche tempo, poi ritornava o se ne presentava uno nuovo, ugualmente sfumato ed inafferrabile, ma che avrebbe insistito finche' non avesse trovato un'altra soluzione medica, l'unica soluzione immediata ed accettata da tutti. La stessa sorte accadeva a molte persone che avevano trasformato la loro ansia, la loro sofferenza esistenziale, in sintomi somatici, piu' facili da essere accettati ed accolti dall'istituzione sanitaria. L'istituzione rispondeva con grande efficienza, ma nell'unico modo che aveva a disposizione, nell'unico modo per il quale era stata creata: medicalizzare tutti I problemi umani. Anche I pazienti preferivano una soluzione che li etichettava come malati nel corpo, piuttosto che rendersi conto di aver vissuto una vita insoddisfacente, piena di astio, di rancore e di paura di perdere quelle piccole sicurezze, quelle piccole comodita', quei piccoli privilegi cosi' difficilmente raggiunti. Ognuno cercava la risoluzione immediata dei propri problemi e non voleva capire che, in molti casi la soluzione migliore era convivere con I propri disturbi, con I propri problemi senza averne un'eccessiva paura. In fondo la piu' grande sofferenza dell'uomo era la paura stessa, ma l'istituzione dava le risposte che poteva dare e non altre: il chirurgo tagliava, l'anestesista addormentava, il burocrate timbrava e nessuno si chiedeva se il risultato di tutte quelle azioni competenti, ineccepibili e professionali fosse veramente utile o no. Sarebbe stata una domanda che tutti avrebbero data per scontata e nessuno avrebbe accettato. Anche I politici erano persone molto competenti: sapevano perfettamente l'arte di ottenere il consenso, l'arte di ottenere I voti. Erano persone intelligenti ed illuminate che il popolo stesso aveva eletto. I tecnici, gli ingegneri poi, erano veramente dei superuomini, risolvevano I problemi piu' difficili con una competenza ed un ingegno ammirevoli. E tutti insieme spesso costruivano delle cattedrali nel deserto che non servivano a niente se non ad ottenere altri voti e ad impiegare altri tecnici. Chi governava rappresentava l'elite, la crema della societa', gente abituata a prendere delle decisioni immediate, senza battere ciglio. I militari erano ottimi strateghi, maestri nell'arte del comando degli uomini e tecnici che conoscevano benissimo come raggiungere I migliori risultati con il minimo sforzo e la massima rapidita'. E tutti insieme che facevano? Facevano delle guerre nelle quali morivano sempre piu' civili e meno militari. Tutte queste persone intelligenti e ragionevoli finivano invariabilmente per scegliere la solita via per risolvere ogni controversia, la stessa via che sceglievano anche I bambini dell'asilo: la lotta, la lite, la guerra. Accadeva invariabilmente cosi' quando le istituzioni divenivano troppo grandi ed I compiti dei singoli gruppi di dipendenti erano rigidamente divisi a tenuta stagna. Nessuno poteva sapere che cosa faceva il suo collega di un altro reparto. Tutti pensavano a far bene il loro lavoro ma nessuno era piu' interessato a che cosa potesse servire quel movimento di tanti piccoli ingranaggi che invariabilmente schiacciavano, trasformavano, modificavano ed alla fine creavano ogni desiderio, ogni esigenza dell'uomo, conformandola alla natura stessa dell'istituzione. In fondo era una forma di difesa che l'uomo aveva a disposizione per affrontare la sofferenza o i problemi troppo impegnativi o troppo sgradevoli per essere fronteggiati mantenendo la piena consapevolezza. Cosi' anche la nostra Ditta, divenuta l'istituzione per eccellenza, aveva risposto alla sua maniera al nostro bisogno di sicurezza, alle nostre paure di essere annientati e sopraffatti dalla realta' esterna. La Ditta aveva preservato ogni dipendente dal prendere una decisione insopportabile, probabilmente aveva fatto cio' che era giusto, aveva interpretato la volonta' inconsapevole dei suoi dipendenti. Adesso che il destino era compiuto, nessuno di noi era sorpreso, molti piangevano sommessamente, ma era come se tutti avessimo saputo che prima o poi sarebbe dovuto succedere. Alcuni giovani impiegati, che probabilmente non avevano mai messo piede all'esterno, avevano addirittura iniziato a correre per I corridoi degli uffici e degli stabilimenti sventolando le bandiere della Ditta e gridando vittoria! Vittoria! Cantando l'inno della Ditta, schiamazzando, scherzando e festeggiando. A me sembravano dei cori sacrileghi e quantomeno inopportuni in un momento come quello, ma se c'era qualcuno che pensava di aver vinto chissa' quale guerra, significava che la Ditta, ancora una volta, aveva ben intepretato I sentimenti reconditi dei suoi dipendenti e si era presa la responsabilita' di prendere la giusta decisione per tutti. Questo era anche cio' che stava ripetendo attraverso gli altoparlanti la voce tranquilla di monsignor Caravaggio: " Era stata presa la decisione giusta, l'unica possibile e compatibile con la nostra sopravvivenza. Del resto, se le Ditte di tutto il mondo erano state concordi ed avevano deciso per noi all'unanimita', significava che questa scelta era la migliore non solo per il nostro bene egoistico, ma anche per creare una societa' diversa, piu' giusta, basata sui valori della fratellanza universale e della solidarieta' tra I dipendenti."
Quella sera, monsignor Caravaggio celebro' una messa in suffragio delle anime di tutti gli uomini che quello stesso giorno erano morti in tutto il mondo. Ebbe parole di comprensione per chi aveva perso la vita, li chiamo' nostri fratelli e disse che le Ditte non avevano mai considerato I singoli uomini come nemici. Nemico era solamente il sistema che avevano adottato perche' era divenuto piu' forte dell'uomo stesso ed invariabilmente, malgrado le piu' buone intenzioni da parte dei singoli, con la scusa della liberta', avrebbe finito per trascinare l'umanita' verso l'odio, l'egoismo, il razzismo e l'incomprensione tra uomo ed uomo. Disse che in futuro avremmo dovuto adattarci ad una riduzione, ed alla fine ad una scomparsa della personalita' e della coscienza individuale affinche' si potesse sviluppare appieno la consapevolezza della Ditta che sarebbe divenuta essa stessa un individuo e avrebbe pensato per noi. Singolarmente eravamo troppo deboli, troppo mutevoli, leggeri ed influenzabili per essere affidabili. Le enormi energie, e le tecnologie che avevamo raggiunto erano troppo potenti per essere affidate all'uomo soggetto com'era alle passioni, all'odio, al risentimento, all'amore e persino alla pazzia. Nessuno si sarebbe fidato ciecamente delle decisioni di un uomo. Tutti avrebbero pensato prima o poi che egli avrebbe agito per I propri interessi o soggiogato da altri gruppi di potere. Invece se avessimo imparato ad affidarci ciecamente alle Ditte avremmo potuto vivere per sempre fiduciosi di raggiungere ognuno esattamente la posizione piu' adatta alle sue possibilita'. Bastava solamente scordarsi di essere degli individui separati gli uni dagli altri e vivere come formiche in grossi formicai dimenticando la consapevolezza individuale. Una formica da sola non si era mai vista, non esisteva nemmeno disse Caravaggio, ma all'interno di un formicaio poteva vivere sicura e potente. Capii finalmente qual'era la meta della teologia della Ditta di monsignor Caravaggio: annullare la consapevolezza e la responsabilita' dei singoli uomini e far nascere delle entita' pensanti sovraindividuali che avrebbero badato a noi e ci avrebbero governato per sempre. Avremmo dovuto vivere come degli insetti pronti ad ogni sacrificio per il bene della nostra societa', del nostro termitaio. Compresi che un'epoca era finita, ora avremmo potuto vivere per sempre in quel giardino dell'Eden senza conoscere qual'era il bene ed il male, liberi da ogni responsabilita', preservati dallo stress delle scelte. Compresi subito che l'umanita' per moltissimi anni avrebbe attraversato una nuova eta' dell'oro.
Era troppo bello, troppo semplice, troppo facile per funzionare veramente. Mi resi anche conto che oramai ero troppo vecchio per quella vita diversa. Cosi' preferii procurarmi una tuta protettiva e mi preparai, quella sera stessa, ad uscire fuori ed ad affrontare la radioattivita'.
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LA DITTA


La grande Ditta si era sempre presa cura di me. Mio padre aveva lavorato per quarant'anni al Project, e prima di lui mio nonno era stato una delle colonne del reparto Production. Giorno dopo giorno avevo visto la Ditta crescere di dimensioni. Le figliali sembravano moltiplicarsi come delle amebe. Avevo visto nascere il Work-over, il reparto Safety, la Security, la Corrosion, il Magazzino. Erano bei tempi quelli di mio nonno; ancora I dipendenti dei vari reparti parlavano tra di loro e persino con quelli dell'ufficio personale. La lingua ufficiale era l'inglese standard tecnico. Si usavano termini come " Screwdriver, hammer, speedometer, spanner, tank, I love you, e quant'altro. Con questa lingua ci si poteva capire con persone di tutte le nazionalita': tedeschi, francesi, spagnoli, croati, polacchi. Tranne con gli inglesi e gli americani,era possibile comunicare con tutti. Gli inglesi naturalmente pronunciavano un'altra lingua. All'epoca della mia assunzione I reparti erano oramai chiusi a tenuta stagna da anni. Ogni reparto cercava di tenere per se' I suoi segreti ed era divenuto quasi impossibile capire quale compito avessero, non solo I singoli dipendenti, ma anche I vari reparti stessi. Tutti gli operatori erano dei veri professionisti, gente preparata che lavorava bene, ma quasi nessuno conosceva precisamente quale fosse il proprio lavoro. Generalmente ogni compito era una piccola parte di un progetto piu' grande il cui scopo finale poteva difficilmente essere intuito. Si trattava spesso di raccogliere dati che dovevano essere inviati al settore di ricerca, negli Stati Uniti, dati che dovevano essere elaborati ed I risultati utilizzati per altri progetti od ulteriori ricerche. C'erano si' le varie mansioni, ma non erano interpretabili : " Analisi numerale dei rapporti periodici. Ottimizzazione informatica dei progetti comunicativi interaziendali. Formazione dei quadri e presa in carico dei settori non verbalizzanti del personale addetto alle revisioni", e cosi' via.
Ogni reparto cercava di mantenere segrete le proprie mansioni e di fermare le pratiche quanto piu' possibile. Questo per varie ragioni: la prima era di dare importanza al reparto. Quanto piu' uno si faceva pregare tanto piu' il suo compito diveniva importante. Un reparto che poteva fermare addirittura I lavori di tutti, raggiungeva il massimo del riconoscimento di importanza. Un altro buon motivo per ritardare era quello di pararsi il culo: piu' si aspettava e meno errori si potevano fare nell'espletamento delle varie pratiche. Il terzo e piu' importante motivo per dilazionare, era quello di dimostrare una perenne mancanza di organico e poter chiedere l'assunzione di altro personale. Quanto meno scoraggiare ogni tentativo di riduzione dello staff. Se si fossero sbrigati, gli altri si sarebbero abituati male, avrebbero preteso dei tempi sempre piu' brevi e questo era sicuramente da evitare. Calma e gesso dunque, per giocare a bigliardo. A volte capitava addirittura che I vari reparti combattessero una guerra intestina, l'uno contro l'altro, senza esclusione di colpi.
Mio padre, Il geometra Amleto Pancaldo era sempre vissuto in questo ambiente aziendale; all'interno si sentiva potente ed invincibile come un cobra nel suo rifugio. Fuori della Ditta non era nessuno, non sapeva difendersi e nemmeno da chi difendersi. Aveva sempre lavorato in una filiale estera, solo poche volte era stato in sede centrale a Milano ed immancabilmente, in quelle occasioni, era rimasto ammirato da tanta magnificenza e funzionalita'.
C'erano allora soltanto alcuni palazzoni intercomunicanti, pieni zeppi di uffici colmi di impiegati in giacca e cravatta, che si aggiravano tra le scrivanie con delle cartellette sottobraccio zeppe di fogli e di documenti. Le segretarie continuavano a battere a macchina con le loro facce serie e professionali dalle quali era facile dedurre che non capivano cosa stavano scrivendo e soprattutto perche' e a cosa dovesse servire cio' che scrivevano. Non lo capivano, ma non lo dovevano proprio capire. I geometri ed I ragionieri andavano avanti con il loro baillame di saluti ed inchini ad ogni scrivania. Per sportarsi dal proprio posto, ognuno doveva portare con se la cartellina coi documenti regolamentari. Ogni tanto tra la folla dei ragionieri dei periti e dei geometri si stagliava un giovane ingegnere, magro, ben curato, pulito, con I capelli tagliati corti ed ordinati e le penne stilografiche d'ordinanza in bell'evidenza sul taschino della giacca; sembrava un comandante in mezzo alla soldataglia. Eppure non tutti gli ingegneri avevano il neccessario carisma per far carriera. Il carisma non aveva nulla a che fare con la preparazione scolastica, e pochissimo con la preparazione tecnica. Era basato su doti personali di sicurezza ontologica e di capacita' di trattare con I dipendenti. Sentirsi naturalmente superiore e trattare alla pari: ecco quale era il segreto del carisma aziendale. Aiutare e prediligere I propri sottoposti era una delle cose piu' apprezzate e che davano piu' prestigio al dirigente. Ahime' se si scavava qualche millimentro sotto la superficie, ci si rendeva conto che questo atteggiamento era basato molto spesso, piu' sulla presunzione di una smisurata superiorita' che non su di una vera spinta altruistica. Nell'azienda tuttavia questi approfondimenti non erano neccessari e non avvevivano mai. Cosi', una delle qualita' che si richiedevano al manager era proprio questa sicurezza personale che dipendeva dalla certezza di essere assolutamente superiore ai propri dipendenti. Sicurezza che dava la possibilita' di poter delegare sempre di piu' I compiti, sino ad arrivare a non tenerne per se' nemmeno uno, e di riprendere la situazione in mano, assumendosi naturalmente tutti I meriti al momento opportuno. Se il manager era di razza, tale operazione poteva avvenire con grande naturalezza e con l'ammirazione da parte di tutti.
Questa descrizione della sede centrale e' quella che usava farmi mio padre e ,secondo me, risale ancora ai tempi antichi ed epici dell'azienda, ormai passati da un pezzo. Se mio padre vedesse ora la sua Ditta, stenterebbe a riconoscerla, tanto le cose sono cambiate, modernizzate sul piano strutturale, ma soprattutto sulla filosofia di base dell'organizzazione aziendale.
Uno dei momenti chiave della trasformazione della vita e del costume nella nostra Ditta avvenne nei primi anni del 2010. Mio padre ebbe l'onore di conoscere personalente l'esecutore di questa trasformazione: L'ingegnere Erminio Mitridiate. Una volta ebbe pure l'occasione di raccomandarmi a lui direttamete, senza seguire la via gerarchica.
L'ingegner Mitridiate era un manager di razza, si era fatto da solo lavorando per venti anni in quasi tutte le nostre filiali estere, fisicamente era alto, magro distinto, parlava con autorita' senza accalorarsi mai, aveva una voce da basso che gli usciva dal profondo: bu-bu-bu…Era naturalmente dotato di quel carisma da manager che lo obbligava a prendersi cura in prima persona dei suoi dipendenti. Quella mattina era seduto alla sua scrivania della sede centrale nel suo ufficio e nel reparto che lui stesso dirigeva: Progetti a lunghissimo termine.
L'idea che stava seguendo gia' da tempo era veramente avveniristica:
fondare un reparto di riproduzione aziendale dei quadri. Ci sarebbero voluti gli adeguati fondi, ma con l'andare del tempo, ci sarebbe stato un ritorno economico eccezionale. Si sarebbero evitati gli sprechi di tempo, lo stress per I dipendenti, le preoccupazioni per il futuro e per Il posto di lavoro ed inoltre, cosa piu' importante, I dipendenti sarebbero stati abituati da sempre alla vita aziendale.
Il progetto era grandioso: si trattava di scegliere degli stalloni per I vari dipartimenti e per I vari ruoli da ricoprire nell'organico aziendale da fare accoppiare, per I primi tempi con delle segretarie e poi in futuro con madri geneticamente predisposte a fornire I migliori ragionieri, I migliori geometri, I migliori tecnici e cosi' via , fino ad arrivare persino agli ingegneri ed ai manager. Non ci sarebbero piu' state fastidiose rivalita', giacche' uno nasceva gia' ragioniere o geometra o tecnico e si sarebbe sentito pienamente realizzato all'interno della sua azienda, nella posizione per lui piu' appropiata. L'interessamento ai problemi sessuali riproduttivi, in Ditta, era cominciato all'inizio degli anni 2000, quando in Giappone si constato' che durante l'orario lavorativo, molti dipendenti erano colti da raptus erotici e, dedicandosi a questi pensieri sottraevano tempo prezioso e soprattutto concentrazione all'attivita' lavorativa. Il primo rimedio posto in essere dall'ingegner Matzuo Shiray di Okawa, fu molto primitivo e risulto' peggiore del male stesso. Egli appronto' nella sua Ditta una stanza speciale divisa in due da una paratia bucherellata. Da una parte sarebbero dovuti entrare I maschi colti da raptus erotico, dall'altra le femmine. I maschi avrebbero dovuto introdurre I loro membri, muniti di preservativo, negli appositi buchi posti ad altezza anatomica, e le femmine sempre distratte dallo stesso problema, avrebbero potutto utilizzare quelli organi nel modo piu' adeguato. Il tempo massimo fu posto ad otto minuti. Era, come si puo' facilmente intuire, un rimedio rudimentale, grossolano e barbaro. Innanzi tutto molti dipendenti maschi, soprattutto quelli meno dotati, rimanevano per otto minuti con il loro piccolo pene esposto, senza che nulla accadesse. Potevano solo ascoltare le risatine che arrivavano dalla parte opposta della paratia. Questo li rendeva insicuri ed insoddisfatti e si riperquoteva negativamente sull'andamento del lavoro. Poi si vide che questo sistema per scaricare le energie non era affatto appagante, molti giovani impiegati e tecnici vi ricorrevano piu' e piu' volte e, durante la giornata lavorativa, pensavano al sesso molto piu' di prima. In questo modo il rendimento lavorativo non saliva ma scendeva. Fu per questo motivo, che I primi psicologi e psichiatri aziendali, proposero delle tecniche psicologiche e delle vere psicoterapie che facilitassero non lo scarico delle pulsioni sessuali, ma la loro sublimazione e deviazione sulle attivita' lavorative aziendali. Questa operazione si dimostro' piu' difficile del previsto. Innanzittutto, le persone che avevano precedentemente usato la paratia, non riuscivano piu' a sublimare ma cercavano uno scarico immediato delle loro pulsioni, tendendo ad usare sempre lo stesso modo che avevano precedentemente appreso. Poi si commise il secondo storico errore: si cerco' di deviare la pulsione sessuale verso la meta della carriera aziendale. Tutti cercavano di diventare tecnici specializzati, poi supervisor poi superintendent, poi district manager, poi area manager e cosi' via. Naturalmente non c'era posto per tutti. Tutti si misero a sgomitare, a non voler piu' fare lavori banali che non avrebbero potuto metterli in luce coi superiori. La competitivita' aumento' a dismisura , iniziarono le delazioni tra colleghi di lavoro. Vecchi amici non si guardavano piu' in faccia sopraffatti dall'invidia, ed il clima divenne sempre piu' irrespirabile, finche' oltre ad un cero limite, la produttivita' incomincio' a diminuire. Chi, dopo anni di sforzi non riusciva a salire alcun gradino gerarchico si sentiva un fallito e cadeva in una sorta di depressione cronica che lo accompagnava non di rado fino al pensionamento.
Allora si capi' che non era sulla carriera individuale che le energie pulsionali dovevano essere deviate, ma sulla stessa Ditta. Era la Ditta che avrebbe dato sicurezza, identita' e vita al proprio dipendente, lo avrebbe accompagnato dalla nascita alla morte, senza abbandonarlo mai, lo avrebbe seguito nei suoi hobbies, nelle sue aspirazioni e questo indipendentemente dal posto che avrebbe occupato nella gerarchia interna. In cambio erano richieste soltanto fedelta', dedizione assoluta e cieca obbedienza alle regole aziendali. Non piu' preoccupazioni, non piu' spese per lo studio, non piu' rivalita' distruttive : tutto sarebbe stato risolto all'interno dell'azienda e per merito dell'azienda per I fini stessi interni all'azienda. "Il benessere, la concordia, l'ordine e la civilta' all'interno dell'azienda, la barbarie al di fuori di essa", disse il presidente generale in un famoso discorso che passo' alla storia e segno' l'inizio di una nuova era. Da allora la Ditta non limito' piu' la sua produzione a pochi prodotti ma estese le sue attivita' fino a produrre tutto il necessario per la vita, quantomeno la vita dei propri dipendenti, in breve tempo diventammo autosufficienti, o quasi. Non fu difficile, basto' assorbire I consulenti esterni che fornivano I vari servizi ed inglobarli. La maggioranza dei dipendenti reagi' molto bene a queste innovazioni in fondo tutti avevano da guadagnare: non piu' ansieta', non piu' fastidiosi pensieri sul futuro. Tutto era gia' stato risolto, bastava sostenere la propria azienda e tutto sarebbe andato per il meglio. E' vero che qualche testa calda protesto' adducendo strani motivi , parlando di insoddisfazione e di alienazione. Fortunatamente, prima che guastassero anche altri dipendenti, questi individui furono lautamente liquidati e spediti nel mondo esterno. Ma torniamo al progetto di riproduzione aziendale, un progetto importantissimo che avrebbe consentito alla Ditta di essere sempre piu' indipendente dall'esterno e di non aver piu' bisogno di assumere e di formare nuovo personale. In quel tempo ero molto giovane avevo 16 anni, ero stato l'ultimo dipendente ad essere assunto dall'esterno e, forte della presunta raccomandazione che mio padre aveva cercato di ottenere per me , avevo presentato domanda al dipartimento dell'ingegner Mitridiate, per poter diventare stallone riproduttore. La cosa mi sembrava interessante, e poi avevo intravisto due o tre segretarie veramente niente male. La riproduzione avveniva sempre alla vecchia maniera e, per quanto ne sapevo io, sarebbe stato un lavoro molto piacevole. Il reparto era uno dei migliori di tutta la Ditta, vi erano grandi saloni pieni di specchi, rinfreschi e musica a tutte le ore. Parte del lavoro consisteva nel socializzare con le varie signorine, piu' tardi si sarebbe passati alla pratica, ed io ero ansioso di ben figurare. Naturalmente la mia meta principale era comunque aiutare la Ditta: " Non lo fo' per piacer mio ma per dare un dipendente alla Ditta" dicevamo tutti noi aspiranti nei colloqui preliminari. Riuscii a superare facilmente le selezioni medico fisiche ma fui fermato da tutti quei test psicologici. Un test psicologico non era altro che uno stimolo standardizzato al quale avremo dovuto dare una risposta scritta. Le risposte sarebbero poi state statisticamente valutate, cosi' gli esperti avrebbero capito se eravamo normali, nel senso che le risposte rientravano nel range della maggioranza o meno e potevano fornire indicazioni sul nostro futuro utilizzo. In altre parole serviva capire se dovevamo essere usati nel settore della contabilita', nel settore tecnico, nel settore sportivo, od addirittura addetti alla riproduzione dei manager. Intere giornate passate a rispondere a tavole di domande, test logico matematici e test proiettivi diedero come risultato che avevo scarsa resistenza alla noia per essere ammesso alle selezioni successive. Inoltre I test proiettivi evidenziarono un atteggiamento narcisistico che contrastava con le esigenze aziendali ed una fantasia che mi avrebbe potuto portare ad interpretare a modo mio, gli ordini dei superiori. Cosa decisiva, il mio narcisismo, mi avrebbe portato a riferire a me stesso, eventuali attenzioni che la partner avrebbe potuto rivolgermi. Avrei potuto innamorarmi di una sola partner, avrei potuto tentare di rivederla , magari anche al di fuori dell'orario di lavoro, e questo non era assolutamente tollerabile. Fui scartato, ma mi ripresi subito quando mi dissero che avrei potuto corteggiare ugualmente le segretarie, usando naturalmente le dovute cautele per non avere figli. La convivenza non era proibita, anzi a volte era perfino incoraggiata.



LE DONNE E LA REALTA' VIRTUALE


Dopo la bocciatura ai test attitudinali fui destinato al project, ottenni un appartmentino al secondo piano di fronte al reparto "Esattificazione dei profitti e delle perdite" e mi misi assieme ad una segretaria di produzione tedesca. Si chiamava Alice era bionda con I fianchi larghi,la vita stretta,un bel seno, e soprattutto un bel sorriso. I primi tempi di convivenza non furono male, dal nostro appartamento potevamo sentire il ticchettio delle macchine da scrivere, le voci dei capi ufficio che impartivano ordini, I telefoni che squillavano. Dopo qualche mese potevamo perfino riconoscere le varie segretarie, da come rispondevano"Hello" al telefono. Tutti questi rumori divennero familiari e rassicuranti, la vita non avrebbe potuto riservarci cattive sorprese, il lavoro era facile ed eravamo stati pienamente accettati dai colleghi. Non litigavamo mai, ma non parlavamo molto. I nostri discorsi, come del resto tutti I discorsi tra colleghi erano piu' o meno cosi': lei -" Ti ricordi il geometra Caverzan?" Io - " Chi?"Lei-" Ma si' Caverzan dell' ufficio Ioni ed Elettroni, quello che lavorava vicini a Sgomberti, terza scrivania vicino al corridoio… con quella valigetta 24 ore…. che portava sempre quello strano cappello stinto….che parlava quasi sempre con Rififfo e Zito del magazzino. Si' dai Caverzan." Io- " Beh, che ha fatto?" Lei - " E' stato spostato di scrivania senza preavviso e non ha nemmeno trovato la puntartice." Io " Ah, beh, d'accordo". Era tutto qui. Parlavamo poco o nulla ma non litigavamo mai. A me piaceva quando ritornavo dal lavoro e la vedevo camminare per casa. Sempre col sorriso tra le labbra, bella, cosi' bionda e cosi' tedesca, con quella carnagione color miele, con quella sua voce vellutata e le sue movenze eleganti, mi parlava col suo aspetto e col suo sorriso. Del resto avevo intuito istintivamente che non si deve dividere lo spirito dalla materia e chi si chiede se va d'accordo mentalmente con la partner sbaglia di grosso. Non c'era ne' spirito ne' materia, ne' accordo intellettuale,ne' accordo fisico. Per quanto mi riguardava c'era solo lei, unica ed indivisibile, ed io sapevo che mi piaceva. Non mi importava sapere perche', ne' se era un'intesa piu' spirituale o fisica, forse era solo un' attrazione magnetica. Ci attiravamo e cio' era un bene che potevamo solo rovinare ponendoci mille domande inutili. Non parlavamo molto, ma ci capivamo al volo ed andavamo d'accordo. Alice non si offendeva, come le altre donne, per il mio disordine, non pensava che le mancassi di rispetto perche' buttavo per terra I libri ed I panni. Non ci badava e riordinava senza darsi un'eccessiva importanza, senza chiedermi come avrei fatto senza di lei, senza volersi vendicare colpo su colpo e senza risentimento. Capiva anche le mie debolezze, ma non ne aprofittava, non mi incolpava mai di averle rovinato la vita. Passammo assieme un bel periodo, poi piano piano comincio' ad intristirsi. Anche lei, come me, aveva passato l'infanzia all'esterno e ricordava spesso, con nostalgia, I periodi passati con I genitori. Giorno dopo giorno la situazione tra di noi peggiorava. Alice non aveva piu' voglia di uscire e rendeva poco anche durante il lavoro.
Il suo supervisor segnalo' il calo di rendimento al superintendent che la mando' dal medico. Dopo una serie di accertamenti ematochimici e strumentali, fu inviata da uno psicologo per una psicoterapia aziendale. Per alcuni mesi si reco' quattro volte la settimana al Centro di igiene mentale aziendale, ma il suo umore non tendeva a migliorare. Alle mie domande rispondeva evasivamente che non sapeva nemmeno lei I motivi del suo cambiamento, solamente non si sentiva piu' appagata da quella vita sempre uguale, e non trovava piu' sufficienti, le motivazioni che I nostri superiori ci avevano insegnato, durante gli anni della nostra educazione lavorativa. Finalmente, un bel giorno, fui convocato dal dottor Quadrangolo, il direttore del Centro di igiene aziendale. Lo psichiatra mi fece accomodare nel suo ufficio, mi rivolse alcune domande sul nostro rapporto, sulle nostre abitudini. Mi chiese pure se conoscevo anch'io I miei genitori e che cosa pensassi di loro. Annoto' ogni cosa nel suo portatile, annuendo garbatamente ad ogni mia parola. Alla fine mi disse che il caso di Alice era piuttosto comune per I dipendenti nati al di fuori della Ditta : Alice aveva un super io familiare in competizione con il super io aziendale e desiderava inconsciamente una gravidanza propria, desiderava un bambino. Tutto cio' era frutto di un'educazione arcaica, dove ancora esistevano interiorizzati prepotentemente il modello paterno e materno che gli ideali aziendali non erano ancora riusciti a scacciare. La psicoterpia sarebbe stata piuttosto lunga: si doveva rafforzare il super io aziendale e il desiderio di maternità di Alice avrebbe potuto trovare una realizzazione parziale attraverso un suo impiego negli asili nido, come puericultrice. Non sarebbe stato da escludere, almeno per i primi tempi, l’uso di alcuni psicofarmaci. Mi avviai verso casa con il cuore in tumulto: avere figli, che idea pazzesca! Come avremo potuto allevarli, nel nostro appartamento, senza l’aiuto di nessuno? E che soddisfazione avrebbe potuto darci un marmocchio sempre bagnato, che piangeva continuamente e che aveva sempre bisogno di noi. Per questo c’erano gli asili nido, con le puericultrici, appositamente addestrate. E anche loro dovevano fare dei turni sempre piu’ brevi per non esaurirsi, tanti erano i piagnistei che dovevano sopportare. Appena tornato a casa espressi tutte le mie perplessità ad Alice: “ Un bambino era l’ultima cosa di cui avevamo bisogno in quel momento, inoltre non era nemmeno permesso dai regolamenti della Ditta, era semplicemente un desiderio pazzesco. Avremmo dovuto trasferirci all’esterno, perdere tutti i nostri privilegi, lasciare un lavoro sicuro che sapevamo svolgere tranquillamente, per un avvenire incerto, per noi, e per lo stesso bambino. Che idea balorda!” Alice mi guardava con gli occhi sbarrati e diceva che avevo ragione, che capiva perfettamente le mie ragioni e che tuttavia non sapeva nemmeno lei esprimere cio’ che le mancava. Comincio’ a passare interi pomeriggi stesa sul divano, senza parlare, senza lamentarsi, ma senza manifestare alcun interesse per le cose di sempre. Non trovava piu’ le parole per esprimere i suoi sentimenti nemmeno a se stessa. L’inesprimibile era diventato troppo inesprimibile. Non trovava piu’ le parole perche’ aveva a che fare con qualcosa di indistinto, non era solo la mancanza di un figlio, era tutto l’insieme che non poteva piu’ tollerare, e non sapeva dirlo perche’, qualsiasi spiegazione plausibile, avrebbe cozzato con tutto cio’ che le avevano insegnato in Ditta da quando era bambina. Si trovava per la prima volta a combattere con qualcosa di indistinto, come una grossa nuvola nera, vuota di contenuti e di significati, ma piena di ansia e di sofferenza. Non riuscendo piu’ a spiegarsi con nessuno, non trovando alcun contenitore per le sue sofferenze, Alice cominci ad avere paura di tutto, ma principalmente paura di impazzire o di essere già diventata pazza. Le cose, malgrado l’interessamento del dottor Quadrangolo, continuavano a peggiorare. Alice tento’ anche di frequentare l’asilo infantile dove conobbe una puericultrice: la maestra Catinetta, una donna ancora giovane e molto umana, che si interesso' al suo caso e cerco' di diventarle amica. Tutto cio',ٍ senza miglioramento alcuno. Alice sembrava sul punto di scoppiare da un momento all’altro. Infatti, un giorno rincasai, e non la trovai più sul solito divano. Dopo brevi indagini venni a sapere che se ne era andata senza preavviso. Era scappata dalla Ditta, verso il mondo esterno, senza lasciarmi nemmeno un messaggio. Per un po’ cercai di rintracciarla, di avere almeno qualche notizia, ma tutto fu vano. Dopo la scomparsa di Alice anch'io ebbi un periodo di depressione. Mi sembrava che la vita di tutti I giorni non avesse piu' alcun senso, cosi' mi misi a leggere molti romanzetti proibiti che parlavano della vita nel mondo esterno, la vita dei tempi in cui le ditte non erano ancora chiuse: leggevo di viaggi, di avventure, di attivita' pericolose, di esplorazioni, persino di caccia. Per qualche periodo mi baleno' persino l'idea di uscire fuori dalla protezione della Ditta, di andarmene in cerca di fortuna e di affrontare le difficolta' del mondo esterno per mio conto, senza l'aiuto di nessuno. Poi capii che non era neccessario : non c'erano viaggi piu' belli, non c'erano cacce piu' avventurose, pericolose e che mi avrebbero potuto dare le stesse emozioni e pericoli dell'andare a donne. Cosi' cominciai ad uscire sempre con segretarie diverse, talvolta mi spingevo fino alle aggressivissime manager. Ognuna di loro era diversa, era un'intero universo da esplorare. Bastava un gesto, un' inflessione diversa nel modo di parlare, un sorriso, una ritrosia, una particolarita' qualsiasi, a risvegliare in me l'istinto della scoperta nuova. Mi sentivo un novello Ulisse alla scoperta dell'universo. " Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza". Nella metafora del corpo e della mente femminile trovavo la risposta a tutta la mia sete di avventura e di novita'. Mi piacevano le segretarie del project con le loro calze nere, I loro modi impeccabili ed impersonali, mi piaceva far loro dei complimenti, come si usava una volta, ed osservare la loro reazione sempre compiaciuta e meravigliata. Anche se qualche volta, qualcuna di queste ragazze mi prendeva in giro per I miei modi antiquati, a lungo andare, se io mi dimostravo sufficientemente sincero, tutte erano piacevolmente colpite e ricambiavano l'interesse che io avevo per loro, non fosse altro che per poter ricevere ancora una volta un'immagine positiva di se stesse. Io mi comportavo come uno specchio che restituisce sempre e comunque un'immagine positiva. Ed era vero, non mentivo, mi piacevano veramente tutte. Anche le manager, cosi' prepotenti, cosi' arroganti mi procuravano in fondo delle emozioni piacevoli. E poi erano veramente pericolose: altro che la caccia alla tigre, quella era veramente una caccia pericolosa. Le donne manager tendevano a graffiarti l'anima e a masticarti, piu' che a morderti. Per loro il fatto stesso che in Ditta, la loro posizione gerarchica era superiore alla mia, bastava ed avanzava per sentirsi superiori in tutto e per tutto. Per loro, io ero un semplice impiegato, e dovevo sentirmi onorato per il solo fatto di avere il permesso di frequentarle. Con loro era una continua battaglia, volevano sempre decidere tutto , erano cosi' propositive e cosi' sicure di se', che talvolta risultava difficile la stessa comunicazione: erano abituate a comandare e basta! Il corteggiamento diventava con loro un'attivita' molto piu' pericolosa ed avventurosa della caccia praticata dai nostri antenati del mondo esterno. Gli antichi cacciatori erano sempre avvantaggiati anche rispetto alla piu' feroce delle belve, mentre qui' era una battaglia ad armi pari, che si doveva condurre con garbo ed intelligenza. Poteva divenire un'attivita' pericolosa anche fisicamente: si sentiva sempre piu' parlare di nuove malattie sessualmente trasmesse e molto pericolose. Probabilmente vi erano stati dei rapporti sessuali tra la gente dell'esterno e qualche dipendente della Ditta, fatto sta che anche fra di noi si era diffuso un certo contagio di queste malattie. E' vero che se un dipendente veniva scoperto affetto da una malattia contagiosa, veniva calorosamente invitato dalle autorita' ad andarsene fuori, tuttavia un certo pericolo rimaneva. L'avventura quindi non mi mancava, ma non le amavo, le scopavo ma non provavo sentimenti per loro. Era solo una specie di sport, una specie di gara al termine della quale era solo il nostro narcisismo a rimanere soddisfatto o deluso, non vi era un reale scambio di sentimenti e nemmeno di comunicazioni veramente intime, cercavamo solo di fare bella figura per poter avere una migliore immagine di noi stessi. Tutto qui. Non volevamo veramente conoscere l'altro, ma noi stessi. Dopo un po' mi stufai anche di questa vita, e mi avvicinai alla realta' virtuale. Bastava indossare un casco computerizzato ed uno speciale guantone, oggi sostituiti dai piu' pratici elettrodi cerebrali, e potevi entrare in un nuovo mondo, potevi recarti in pochi minuti in localita' lontanissime, senza dover sopportare gli inevitabili disagi, I disguidi, I ritardi, il traffico di ogni viaggio. Nei viaggi virtuali visitai tutto il mondo, ma ancora non mi bastava. Poi finalmente Il nostro settore di informatica lancio' un nuovo tipo di programmi virtuali : erano delle vere e proprie esperienze di vita durante le quali non solo potevi visitare luoghi realmente esistiti o anche inventati ex novo, ma potevi conoscere anche nuove persone. Fu proprio durante uno di questi viaggi che incontrai la mia attuale compagna che chiamero' Alice Virtuale. La conobbi durante una festa da ballo, era bionda anche lei, ed assomigliava a Merilin Monroe, tutte le curve al posto giusto, tutta morbida ed accogliente, pronta a farsi proteggere e sempre molto interessata a tutto cio' che le dicevo. Non era mai occupata, almeno quando c'ero io, rideva sempre alle mie battute e si divertiva per tutto quanto facevamo assieme. Me ne innamorai subito perdutamente, mi sembrava di vivere in un paradiso, il tempo passava senza noia, le giornate erano regolate sul mio tempo soggettivo, quindi quando dovevo riposare ci si riposava e quando ero pronto all'azione c'era sempre qualcosa da fare: si giocava a tennis senza eccessiva fatica fisica e si potevano fare delle giocate di gran classe, bastava pensarle; si facevano delle feste meravigliose, il tempo era fantastico ed il panorama splendido. E' vero, ogni tanto si sentiva uno sgradevole stranissimo odore, come di plastica bruciata che rendeva l'esperienza irreale, ma era soltanto un errore del programma, che sarebbe stato corretto quanto prima. Il mio amore per Alice Virtuale era perfetto. C'era un'intesa psico-fisica totale. Ogni volta che l'abbracciavo, lei vibrava di passione, sapeva capirmi, sapeva attendere I miei tempi, non si lamentava di non essere stata compresa, mai un risentimento a causa mio carattere o sull mio disordine , non si sentiva trascurata ne' poco importante. E non era una bambola di cartone come mi aveva fatto notare una volta il dottor Quadrangolo, lei mi dava anche dei buoni consigli, mi sapeva prendere e mi amava veramente senza volermi cambiare. Sempre piu' persone ormai spendevano gran parte del loro tempo libero in realta' virtuale e tutti ne erano entusiasti. I nuovi programmi erano cosi' avanzati ,che con l'aiuto di qulche innoqua pastiglietta, l'illusione dell'esperienza virtuale diveniva allucinazione vera e propria. Non ci si accorgeva piu'di avere una doppia vita, ma si credeva di vivere realmente l'esperienza che la realta' virtuale offriva. Ed era splendido. Bastava solo ricordarsi di salvare ogni volta, sul disco fisso, l'esperienza appena trascorsa altrimenti si correva il rischio di ripetere per due volte la stessa avventura e cio' risultava veramente penoso e stucchevole, specialmente con Alice Virtuale che ormai amavo con tutto il cuore. Rimanevo veramente nauseato quando ero costretto a ripetere per due volte, quasi esattamente gli stessi discorsi, e quando vedevo ripresentarsi ,alla stessa battuta, lo stesso identico sorriso o peggio quando la vedevo accendersi di passione per me, nello stesso identico momento in cui cio' era accaduto la volta precedente. Il dottor Quadrangolo, quando gliene parlai, mi disse anche che quei programmi erano stati studiati sulla base dei miei test psicologici proiettivi. Cioe' veniva costruita una realta' su misura per ognuno di noi. Quindi non era Alice Virtuale che io amavo ma , ancora una volta me stesso. Ancora una volta era il mio narcisismo ad essere accontentato , ma non avrei potuto ricavare niente di veramente nuovo, niente di veramente arricchente da quelle esperienze, che in realta' continuavano a parlare e riparlare sempre e solo di me. Anzi secondo lo psichiatra, erano come una specie di droga che a lungo andare avrebbe finito per atrofizzare sia il mio corpo che il mio cervello. Per quanto riguardava il corpo, io ne avevo cura e facevo un po' di ginnastica tutti I giorni, prima di recarmi In ufficio. Quanto al cervello , per il lavoro che facevamo, bastavano pochissimi neuroni, e a me, come a molti altri, la realta' virtuale piaceva troppo per rinunciarvi. Poi ad un certo punto non si sapeva piu' cosa fosse reale e cosa non lo fosse, e nemmeno cio' mi importava molto. Ormai con Alice Virtuale avevo messo su famiglia ed avevamo avuto due figli: Roberto e Marco. Il primo aveva gia' 25 anni, si era gia' laureato in ingegneria, ed era avviato ad una brillante carriera di dirigente, non so bene di quale attivita', mentre Marco continuava ad avere cinque o sei anni, era molto simpatico, anche se un po' rumoroso. A differenza di quanto avevo sentito dire sui bambini, I miei non disturbavano mai, non avevo mai avuto a che fare con pannolini sporchi, pianti notturni o malattie del sabato sera. Qualche volta Marco piangeva, ma sempre al momento giusto, quando io ero disponibile e ben preparato. Li avevo proprio educati bene ed erano venuti su proprio come volevo io. Forse saranno stati solamente delle proiezioni dei miei desideri, come avrebbe detto Quadrangolo, ma io li volevo bene ugualmente e loro non ne soffrivano anzi ricambiavano il mio sentimento. Ogni volta che li vedevo, erano contenti, mi raccontavano tutte le loro esperienze e chiedevano consigli, soprattutto il piu' vecchio, Roberto ascoltava, e teneva sempre in grande considerazione tutto cio' che gli dicevo. Mi aiutava quando avevo qualche problema, era molto studioso ,ma anche molto sportivo, giocava bene a calcio, ed era titolare della squadra del programma, era gentile con tutti, ma allo stesso tempo molto sicuro di se e deciso. Forse era solamente tutto cio' che sarei voluto essere io. Anche mio padre avrebbe voluto fare di me un ingegnere, avrebbe voluto che gli avessi fatto fare bella figura con gli amici primeggiando nello sport e nella scuola, avrebbe voluto che gli avessi procurato qualche rivincita, ma io sembravo essere un bastian contrario. Quando giocavo a calcio e vedevo che c'era lui a vedermi, le mie gambe si bloccavano, non mi divertivo piu', sbagliavo ogni passaggio e tiro diventando sempre piu' rigido ed imbranato. Soffrivo molto per queste ingerenze egoistiche da parte di mio padre, tanto che, alla fine, sono arrivato ad odiarlo e ad evitarlo, perche' avevo capito quanto distruttivo, per la mia personalita' potesse essere questo tipo di comportamento. I miei figli non soffrivano affatto per questo problema, non avevano nemmeno bisogno di essere spinti da me perche' si comportavano cosi' spontaneamente. Roberto era divenuto ingegnere in poche sedute di programma e aveva gia' 25 anni nonostante fosse passato ben poco tempo dalla sua nascita. Questo poteva accadere perche', durante la vita virtuale, non si sprecava tempo, e le esperienze importanti si succedevano ad un ritmo diverso. Se penso al mio passato ho la sensazione che la mia vita potrebbe essere riassunta in pochissime scene: l'immagine tranquilla di mio nonno che mi sorride mentre mi accompagna a fare un giro in bicicletta, mia madre preoccupata, mio padre che urla, Io, sdraiato su di un prato che parlo ad un amico, osservando una coccinella e mi rendo conto di esistere, la prima volta che ho guardato una donna in un modo un po' diverso, la prima volta che ho visto Alice, poche cose che ho studiato al liceo che mi sono piaciute, la prima sbronza, le partite di calcio, le partite di tennis, I ghiaccioli, il mare, e poco altro. Il resto del tempo ha poca importanza lo passiamo a fissare un punto bianco sul muro, a pensare a quanto abbiamo fatto, lo passiamo in bagno o annoiandoci. Gran parte della vita passa mentre siamo affacendati a vestirci, lavarci, o fare le faccende domestiche. Non conta molto, forse serve solo a ruminare, a digerire quanto ci e' capitato di significativo. Invece durante le esperienze vissute in realta' virtuale, tutto cio' non avviene, si vive solo il tempo che ha significato, non appena si e' pronti a farlo. E' incredibile constatare quante cose si possono fare in questo modo . Per questo Roberto si era laureato in un periodo cosi' breve, e mi aveva quasi raggiunto come eta'. Marco invece continuava ad avere cinque o sei anni, probabilmente perche' non eravamo pronti, o meglio, non ero ancora pronto a vederlo crescere. Per questo passavo ormai gran parte del tempo libero in realta' virtuale, perche' era cosi' piacevole e non ci si annoiava mai. Per quanto potesse dire il dottor Quadrangolo, per me, la mia famiglia virtuale era una famiglia vera e propria. Non avrei mai potuto lasciarli soli, senza di me, loro non potevano vivere, non esistevano nemmeno. Del resto farsi una famiglia durante le esperienze virtuali era un'attivita' lecita, anzi consigliata dalla Ditta. L'importante era non crearsi una famiglia reale con figli propri, per I quali si sarebbe inevitabilmete avuto un atteggiameto di favore o iperprotettivo che sarebbe stato inevitabilmente contrario all'etica aziendale.




LA RIPRODUZIONE AZIENDALE


I primi tentativi di riproduzione aziendale geneticamente assistita, risalivano ad una ventina d'anni prima, ed erano stati condotti, neanche a farlo apposta, in Germania e Giappone. I primi ragionieri di quel progetto erano gia' usciti, ed I risultati sembravano incoraggianti. Si trattava di soggetti di piccola taglia, per l'uomo l'altezza era di 1,65 massimo 1,68, erano tollerati 2 cm in piu' od in meno rispetto allo standard, per le femmine 8 cm. in meno dei maschi. La statura era stata mantenuta cosi' per una forma di rispetto verso I manager, il cui standard non prevedeva limitazioni di statura, ed accanto a soggetti decisamente alti, ve ne erano alcuni imbarazzantemente bassini che dovendo ricorrere sempre all'uso dei tacchi avrebbero potuto sviluppare, col tempo, delle disfunzioni a livello dell' articolazione tibio- tarsica e dell'astragalo. Questi ragionieri, dunque, erano magri e scattanti, lo sguardo vigile ed attento, avevano una precoce tendenza alla stempiatura ed alla calvizie, caratteristica quest' ultima che non era da considerare un difetto, ma un segno di tipicita'. Altra caratteristica di tipicita' era la tendenza precoce all'astigmatismo, tanto che verso I venticinque anni , tutti I ragionieri portavano gli occhialetti cerchiati in oro che la Ditta consigliava. La femmina aveva un attaccamento al capo-ufficio a dir poco commovente, il maschio era leggermente piu' indipendente e nervoso, ma sempre fedelissimo ai superiori ed all'azienda. Questi soggetti avevano una predisposizione naturale alla contabilita' ed alla registrazione di dati di ogni genere, dati che potevano in pochi minuti recuperare. Queste qualita' naturali sarebbero poi state vieppiu' incrementate da un addestramento intensivo che cominciava gia' all'eta' di quattro o cinque anni e terminava verso I diciotto. Era un addestramento molto settoriale che incrementava le doti di attenzione di rapidita' di calcolo, di ordine, disciplina ed abnegazione, ma scoraggiava ogni forma di iniziativa personale che sarebbe stata deleteria. Se I ragionieri erano venuti subito bene, i tecnici ed addetti ai lavori manuali ed all'aggiustaggio presentavano invece qualche piccolo difetto, in parte dovuto alla genetica, in parte all'educazione scelta per questo tipo di personale. Geneticamente erano stati usati dei riproduttori dotati di molto senso pratico, intuito per le cose materiali, grande manualita', ma scarsa fantasia. L'educazione scelta fu principalmente tecnica, tesa ad affinare sempre di piu' queste stesse doti: le materie letterarie umanistiche furono ridotte all'osso a favore dei laboratori pratici, delle materie specifiche e della pratica in stabilimento. I primi tecnici che uscirono furono dei giovanottoni in apparenza chiassosi ed allegri, che riuscivano a riparare ogni cosa. Erano dotati di un intuito naturale per le cose meccaniche, elettrotecniche ed elettroniche. Quando mettevano le mani su qualche aggeggio, lo smontavano e lo riparavano immediatamente, ma non erano assolutamente in grado di spiegare a parole perche' avevano agito in quella maniera: se interrogati rimanevano a bocca aperta fissando un punto nel vuoto. Qualcuno rispondeva: " Perche' di si', perche' l'ho visto fare", ma non sarebbero riusciti ad aggiungere altro, nemmeno sotto tortura. Questo, per la Ditta, non era un difetto grave, il guaio era, che questi nuovi tecnici, cominciarono ad ammalarsi, in eta' giovanile, di malattie psicosomatiche. Soffrivano precocemente di ipertensione arteriosa, asma bronchiale fin da bambini, ulcera gastrica, rettocolite ulcerosa, enterite segmentaria, infarto del miocardio, una miriade di malattie cutanee, cefalea e molti altri disturbi. Nessuno aveva mai raccontato loro le fiabe e le storie dell'infanzia, cosi' erano troppo pragmatici e non avevano nessuna vita fantasmatica. Sembravano essere senza immaginazione e trasformavano ogni conflitto interiore ogni fantasia distruttiva in una malattia. Tutto doveva obbligatoriamente passare attravarso il corpo, cosi', una gelosia verso un collega di lavoro, rimaneva inconsapevole, ma si trasformava ben presto in una gastrite, l'esclusione dalla squadra di calcio degli amici, diveniva un fastidioso mal di testa, una contrarieta' diveniva un rossore cutaneo e se perdurava piu' a lungo si organizzava in una malattia vera e propria della pelle. Non si lamentavano di altro che delle loro malattie organiche, sembravano incapaci di provare sentimenti od emozioni, almeno di esprimerli a livello verbale; cosi' li esprimevano con la sofferenza fisica. Le puericultrici li avevano allevati , nutriti e curati benissimo, almeno da un punto di vista puramente igienico, nessuno aveva pensato pero' che la vita fantasmatica fosse importante persino per un tecnico. Cosi' nei loro pensieri non c'erano mai state fate, streghe, draghi, mostri, angeli, diavoli, ma solo viti, bulloni, trapani e torni. I periti erano ancora peggio, soffrivano degli stessi disturbi degli operai ed erano inoltre piu' sapientoni e piu' arroganti, non accetavano alcuna spiegazione che non fosse puramente tecnica e dimostrabile matematicamente. Veniva da prenderli a pedate. Si dice che I primi tecnici a cominciare a soffrire cronicamente di tali malattie, siano stati addirittura abbandonati nel mondo esterno, dove siano sopravissuti solamente per qualche anno, poi di loro si sono perse le tracce. In seguito tale comportamento inumano e' stato sospeso, e questi tecnici, considerati ormai obsoleti, sono stati ritirati dal lavoro, messi precocemente in pensione e, tenuti lontano da ogni forma di contrarieta' stress o preoccupazione, hanno potuto vivere una vita quasi normale. Successivamente, con opportune modifiche, sia genetiche, che soprattutto educative, si e' riusciti a portare l'aspettativa di vita media dei tecnici fino a quasi 65 anni. Abbastanza per poter svolgere profiquamente il loro lavoro.
Nessuno sa dove si trovava il centro di riproduzione per I manager. Certo e' che oltre alle materie tecniche e matematiche studiavano anche letteratura, filosofia( leggevano soprattutto Neitsche dei filosofi moderni e lo stoicismo degli antichi) e sviluppavano appieno la loro naturale e genetica tendenza al comando.



MONSIGNOR CARAVAGGIO E LA RELIGIONE AZIENDALE


Durante gli anni dell'inizio della riproduzione aziendale, avvenne anche un altro importante fatto che contribui' a sganciarci ulteriormente e definitivamente dal mondo esterno. All'interno della Ditta, di solito la Domenica mattina, si tenevano delle cerimonie religiose. Considerando che I dipendenti provenivano da quasi tutte le parti del mondo, ed avevano diverse religioni, durante tali cerimonie si usava leggere, volta per volta, un brano del Vangelo o della Bibbia alternato ad un brano del Corano o anche di altri testi sacri. Tali funzioni, di solito, venivano officiate da qualche dipendente particolarmente pio o interessato alla religione. Man mano che la Ditta cresceva e si separava dal mondo esterno, il bisogno di religiosita' nei dipendenti andava aumentando, cosi', visto che, pur avendo numerosi filiali in tutto il mondo, la sede centrale della nostra Ditta si trovava in Italia, la chiesa cattolica romana comincio' ad interessarsi di questo potenziale serbatoio di fedeli. Il Santo padre dedico' una pastorale ai nuovi sviluppi del mondo del lavoro dove si asseriva il dovere della chiesa di indirizzare verso giuste mete,la spiritualita' che andava crescendo in tutti I luoghi dove si lavorava. Per questo, nella nostra Ditta, venne inviato un gruppo di giovani prelati con a capo un promettente e giovanissimo vescovo: monsignor Adelmino Caravaggio.
Caravaggio proveniva da un' umile famiglia, I suoi genitori erano stati operai emigrati in Svizzera. Inizio' la sua esistenza come ragazzo prodigio. Educato personalmente dal padre, non ando' mai a scuola, dimostrandosi particolarmente versato nelle scienze matematiche e fisiche, tanto da essere ammesso, una volta fatto ritorno in Italia, ancora giovanissimo, nei circoli culturali di Lovari (PD). Dimostro' subito una notevole vivacita' intellettuale ed una eccezionale abilita' oratoria, tanto che I compagni di gioco lo soprannominarono "Bue muto". Durante I primi studi teologici si interesso' al dogma della trinita' sviluppando una personalissima teoria per la quale lo Spirito Santo era suddivisibile in altre tre persone : la colomba, il passerotto e l'aquila. Inutile dire chi comandava delle tre: a volte la colomba ed il passerotto non venivano nemmeno interpellati. Dopo qualche seduta di elettroshock il suo pensiero torno' ad essere piu' ortodosso e dimentico' almeno momentaneamente l'aquila ed il passerotto. Verso I sedici anni si innamoro' del filosofo Plotino (204-270 D.C.), tanto che la madre seriamente preoccupata per le tendenze sessuali del giovane, consulto' molti medici ricavandone soltanto altre scariche di elettroshock, a voltaggio ancora piu' alto, per se stessa e per il figlio.
La sua prima opera giovanile: " Potrebbe essere, ma potrebbe anche non essere." dimostra un grande possibilismo ed una grande apertura mentale. Il suo pensiero poi, si modifica molto, come dimostra il suo successivo lavoro: "Te lo dico io com'e'" e raggiunge la maturita' con il saggio: "E' cosi' perche' te l'ho detto io, e basta!" In cui Caravaggio diviene piu' consapevole delle sue possibilita' e delle sua aspirazioni.
La sua carriera eclesiastica e' rapidissima, tanto che al momento del suo ingresso in Ditta egli e' il piu' giovane vescovo del mondo. Fin dall'inizio la sua attivita' fu frenetica. Egli dopo un breve periodo invito' segretamente il Santo Padre ad abbandonare Roma e a trasferire la sacra sede in Ditta. Naturalmente il santo Padre rifiuto' categoricamente e consiglio' altre scariche ad alto voltaggio. Sembra che questa posizione ufficiale di Roma abbia coinciso con l'inizio del disaccordo che avrebbe successivamente portato alla divisione tra la Chiesa Romana e la chiesa delle grandi Ditte. Caravaggio torno' poi alla sua primitiva idea sullo Spirito Santo e modifico' la liturgia. Come prima cosa cambio' il modo di muoversi dei chierichetti durante le funzioni. Essi non dovevano camminare ma muoversi con piccoli brevi e rapidi saltelli a ricordare il passerotto, la terza persona dello Spirito Santo. Altre differenze riguardavano il sacramento della comunione: se un fedele toccava con I denti la particola, doveva farsi devitalizzare tutti I denti. Alcuni dissero che aveva istituito questa nuova regola, unicamente per aiutare un suo primo cugino dentista, che dopo la laurea, si era trovato con poco lavoro. Ma tali voci non trovarono mai conferma e rimasero sempre a livello di pettegolezzo. Un'altra questione che contribui' a dividere la religione cattolica ufficiale dalla nostra, fu quella delle famiglie virtuali. Monsignor Caravaggio si schiero' subito a favore della riproduzione aziendale e delle famiglie virtuali, malgrado la chiesa ufficiale avesse fin dall'inizio osteggiato tali pratiche. Caravaggio e gli altri prelati interni sostennero l'idea che la Ditta avrebbe potuto degnamente sostituire sia il padre che la madre e che le famiglie virtuali avevano la stessa dignita' delle famiglie reali, sostenne che l'amore virtuale non e' un falso sentimento e volle addirittura intromettersi personalmente nei programmi virtuali a sostenere dei corsi di educazione sessuale obbligatori per chi si volesse sposare.
In seguito a questi corsi ci fu un calo della libido anche durante le esperienze virtuali. Persino I cartoni animati furono presi da dubbi laceranti e rimorsi. Ricordo che nemmeno mia moglie Alice Virtuale, con la quale non avevo avuto prima alcun tipo di problema, cadde in una sorta di depressione. Non ci voleva piu' stare con me. Voleva misurarsi la temperatura basale prima di ogni rapporto o che addirittura le esaminassi il muco cervicale con un microscopio prima di fare l'amore. Inutile dire che queste pratiche spegnevano ogni mio ardore. Grazie a Caravaggio, anche in virtuale, erano entrati I problemi, anche perche' il metodo Ogino Knaus non funzionava nemmeno li', e nemmeno in realta' virtuale era possibile rischiare di avere un figlio dopo ogni rapporto. Monsignor Caravaggio ed I suoi sostenevano che bisognava essere responsabili ed usare dei metodi naturali. Quale miglior metodo naturale che quello di esaminare il muco cervicale prima di ogni rapporto? A me sembrava la cosa meno naturale del mondo, e poiche' la gente aveva iniziato ad abbandonare anche la realta' virtuale, ci pensarono I tecnici informatici della Ditta a risolvere questo problema. In ogni programma di esperienze virtuali, cominciarono a crescere degli strani alberi che producevano delle minuscole bacche rosse, se assunte regolarmente, queste bacche, avevano un valido effetto anticoncezionale. Il primo passo dei prelati fu quello di vietare immediatamente tali bacche. I tecnici programmatori obiettarono che, era impossibile definirle non naturali, proprio perche' crescevano naturalmente sugli alberi. A questo punto Caravaggio si ritrovo' in una posizione di stallo perche' avrebbe dovuto dichiarare non naturale tutta la realta' virtuale come aveva gia' fatto la chiesa cattolica romana, ma poiche' aveva fatto proprio di questo argomento un suo cavallo di battaglia per differenziarsi dalle posizioni ecclesiastiche ufficiali, egli rimase molto perplesso: disse solo che bisognava agire " Cum grano salis " e dimentico' ,per il momento, il problema dei metodi contraccettivi naturali. Fortunatamente gli interventi innovativi di monsignor Caravaggio non si limitarono a questo. Egli fondo' il primo seminario aziendale interno da dove avrebbe raccolto ed avrebbe preparato teologicamente, numerose nuove vocazioni. Modifico' sostanzialmete il catechismo sostituendo I peccati contro il padre e la madre con I peccati contro la Ditta ed il lavoro: " Onora la Ditta ed il Lavoro". Unifico' il Battesimo la Cresima e La Comunione che sarebbero stati celebrati con un' unica cerimonia. Tutto questo per evitare spese inutili. Egli aveva notato infatti che soprattutto I fotografi ed I ristoratori erano diventati particolarmente esosi e approfittavano senza alcuno scrupolo di queste feste di natura religiosa, considerando che, per la gente, erano divenute quasi obbligatorie. Inoltre tutti erano stanchi di dover invitare tutti I colleghi, I capi-ufficio, ed I superiori in generale e, se proprio volevano fare festa preferivano farlo liberamente, quando ne avevano voglia e con chi volevano loro, non quando erano obbligati. I fotografi, essendo ormai abituati a farsi pagare, per un album di fotografie, cifre che un dipendente guadagnava in alcuni mesi di lavoro, protestarono energicamente, ma furono sommenrsi dalla gratitudine della gente che si schiero', per la prima volta, apertamente a favore del clero. Questo successo popolare entusiasmo' e diede coraggio a monsignor Caravaggio. I rapporti della nuova chiesa aziendale con la chiesa ufficiale erano divenuti nel frattempo tesissimi. Il Santo Padre accusava apertamente I nostri religiosi di eresia, e continuava ad insistere affinche' si pentissero. Finalmente, dopo aver fatto uno storico sogno premonitore: riguardante un piatto di bollito, che aveva mangiato tanti anni prima, con tanto di cren e varie salse, e che gli era particolarmente piaciuto, Caravaggio, seguendo dei misteriosi nessi associativi, decise di provocare uno scisma tra la religione Cattolica Romana e la religione ufficiale della Ditta. Il giorno successivo al sogno del bollito, egli rispose all'ultima lettera del Papa che titolava "Pentiti", con un'altra missiva che cominciava cosi': "Ravvediti!" " ERESIA" gli rispose il papa. "ANATEMA" replico' Caravaggio. Ormai non c'era piu' spazio per le trattative, e dopo aver ripetutto ancora una volta il sogno del bollito, Caravaggio si incorono' primo patriarca ( inizialmente voleva chiamarsi babbo', ma poi opto' per il piu' serio patriarca) di tutte le chiese aziendali, ed assunse il nome di Gianni Silvio 1. Pose la Santa Sede a Milano, nella sede della nostra Ditta, la totalita' dei fedeli comprendeva oltre a quelli delle nosrtr filiali, anche quelli delle altre grandi Ditte del mondo. A noi era toccato il grande onore di dover ospitare Il primo pontefice di questa nuova grande religione che contava gia' milioni di fedeli in tutto il mondo. Il Santo Padre tento', a questo punto, di ricucire lo strappo invitando il nuovo patriarca a desistere dal suo proposito in cambio del perdono e del ritorno in seno a Santa Romana chiesa: " Dio e' misericordioso, sarai sempre benvenuto tra noi" disse il papa. " Hai tempo fino a Lunedi' per unirti a noi sotto il mio patriarcato" gli fece eco Caravaggio. E tutto fu compiuto.
Da allora fece di tutto per differenziare la nostra religione da quella di Roma: Studio' per cinque anni un nuovo tipo di incenso con un odore leggermente diverso. Poi decise di aggingervi un po' di LSD e le visioni mistiche aumentarono di colpo. Entro' nel consiglio di amministrazione della Ditta col grado di consigliere spirituale e tento' in tutti I modi di ripristinare il potere temporale della chiesa. Elimino' il secondo comandamento " Onora il padre e la madre" e lo sostitui' con il nuovo comandamento: " Onora la Ditta che ti fa da padre e da madre". Chiari' e sottolineo' l'esistenza di tutta una serie di peccati mortali contro la Ditta che per lungo tempo erano stati sottovalutati. Essi comprendevano : arrivare in ritardo al lavoro, impegnarsi poco ed avere uno scarso rendimento, mancare di rispetto ai superiori, discutere criticare o deridere le decisioni della Ditta. Chi commetteva tali peccati andava incontro alle pene dell'inferno, a meno che non si confessase e si pentisse. La penitenza per tali colpe era, comunque a discrezione del sacerdote, e poteva comprendere anche, nei casi piu' gravi, l'espulsione immediata nel mondo esterno. Diede dignita' di sacramento al matrimonio virtuale e raccomando' di amare e rispettare la moglie e di provvedere all'educazione dei figli virtuali. Sottolineo' il fatto che la vita virtuale non era una vacanza dalla moralita', ma che esprimeva una importante parte della spiritualita' dell'uomo, e che quindi doveva essere vissuta secondo I dettami della religione dell'umanita' e della moralita'. Vieto' I contatti con le persone estranee alla Ditta e lancio' una scomunica per tutti coloro che, senza permesso, avessero osato abbandonare l'azienda per il mondo esterno. Da tempo ormai si erano notati degli strani contatti tra impiegati della Ditta e persone che appartenevano al mondo esterno. C'era uno strano commercio di merci ed una familiarita' non gradita tra alcuni personaggi che si aggiravano ai confini della Ditta, sui quali la nostra polizia stava indagando. Avventurieri cercavano di vendere sottobanco I brevetti dei nostri tecnici all'esterno, e questo con ripercussioni sul nostro mondo che sarebbero state molto difficili da interpretare al momento. Inoltre da dove provenivano tutte quelle nuove malattie veneree e non, che erano comparse da qualche tempo tra I nostri impiegati? I medici sostenevano che il nostro sistema immunitario si era ormai disabituato a tutti I germi ed gli antigeni che pullulavano fuori, per cui una malattia, che un tempo sarebbe stata di lieve gravita', rischiava di virulentarsi e di divenire fatale ai nostri giorni. Erano problemi che si erano venuti a crare in seguito al nostro isolamento. In seguito a tutte le protezioni che il sistema aveva messo in atto, eravamo divenuti piu' deboli rispetto agli esterni. Abituati ormai a respirare l'aria a temperatura e umidita' costante della Ditta, mal potevamo sopportare le intemperie esterne, e tutto cio' cominciava a diventare un processo irreversibile. Il nuovo precetto della nostra chiesa era quindi molto opportuno, anche per evitare gravi problemi di salute. Dal punto di vista dogmatico la religione della Ditta differiva dal cattolicesimo ufficiale, oltre che per la questione delle ulteriori tre persone dello Spirito Santo, anche per il problema del Figlioque, problema che ci accomunava agli ortodossi. Questo del Figlioque era un problema di cui nessuno aveva mai capito il senso, nemmeno io, tuttavia, tutti sapevamo che esisteva e che costituiva una incolmabile divisione tra noi e loro. Ad avvalorare questi dogmi, in seguito a degli scavi nei vecchi uffici della direzione, sotto il pavimento, tra le macerie, furono rinvenute delle antiche pergamene con chiaramente visibili dei disegni di un' aquila, un passerotto ed una colomba che si stagliavamo sopra un grandissimo edificio. I nostri religiosi, unici ad essere autorizzati a farlo, interpretarono subito questi antichi scritti come prova dell'esistenza delle tre persone dello Spirito Santo, che vegliavano sopra il grande edificio della Ditta. Dall'interpretazione dell'antico testo si ricavarono altri dati preziosi che confermarono la superiorita' e la giustezza della nostra religione. Che queste antiche pergamene fossero soprannaturali, era anche dimostrato dal fatto, che furono ritrovate cementate in un pavimento che non poteva avere piu' di centocinquanta anni. Come avevano fatto a materializzarsi in un luogo di cosi' improbabile e di recente costruzione, proprio in quei pochi metri quadrati in cui si stavano svolgendo I lavori di demolizione del pavimento, sarebbe rimasto uno dei piu' grandi misteri della nostra religione. Le pergamene divennero ben presto degli importanti testi sacri, esse permisero una interpretazione piu' precisa della bibbia e del nuovo testamento che porto' ad ulteriori innovazioni e differenziazioni sul piano della teologia e della liturgia. Innanzitutto si diede maggior risalto alla figura di S. Giuseppe, patrono del lavoro. Tutti I dipendenti avrebbero dovuto trarre esempio dall'abnegazione, dalla pazienza e dall'obbedienza di S. Giuseppe nell'esercitare il loro lavoro. Il nostro paradiso sarebbe stato piuttosto simile a quello dei mussulmani. Avremmo tutti dovuto lavorare con la qualifica massima, ma avremo potuto finalmente farlo solo per il nostro piacere, senza dover rendere conto a nessun superiore. Avremmo potuto realizzare solo le nostre idee, nessuno piu' ci avrebbe dato un ordine, e saremmo stati sempre pienamente consapevoli del perche' agivamo in un modo piuttosto che in un altro. Saremmo stati circondati, aiutati, ed accuditi da segretarie meraviglise, accondiscendenti, dolci e sensibili ( le donne da segretari maschi) e avremmo avuto sempre e solo collaboratori fedeli, leali ed amichevoli. Inoltre avremmo potuto incontrarci, se lo avessimo voluto, con la nostra compagna virtuale. Nel mio caso sarei potuto rimanere per sempre con Alice Virtuale e con I miei figli. Ognuno avrebbe avuto tutto il tempo disponibile, tutte le capacita' e le facilitazioni per poter coltivare al massimo grado I suoi hobbies. In altre parole, tutti avrebbero realizzato massimamente le proprie attitudini e potenzialita', senza raggiungere mai un limite oltre il quale non sarebbe stato piu' possibile proseguire. Inoltre, poiche' la nostra religione non ammetteva l'immanentismo, ogni persona avrebbe conservato una propria anima individuale, cosi' ciascuno avrebbe potuto raggiungere il massimo delle sue possibilita' e non saremmo mai diventati tutti uguali. Inoltre Monsignor Caravaggio aveva chiarito che anche nell'aldila' sarebbe stato possibile migliorare continuamente le proprie prestazioni con l'impegno e la pratica ripetuta. In altre parole Il lavoro non sarebbe terminato dopo la morte, ma sarebbe stato un lavoro, scelto, piacevole ed arricchente. Se questo continuo miglioramenteo avesse avuto una fine o se fosse andato avanti all'infinito non era dato saperlo. Certamente non si sarebbe fermato per mancanza di entusiasmo o di mezzi o per stanchezza o per la sclerosi e l'impotenza fisica portate dall'eta'. Sarebbe stata soltanto la liberta' e la volonta' individuale a determinare l'impegno da dedicare a queste attivita'. I nostri teologi postularono infatti che una certa forma di volonta' individuale e di liberta', sarebbero continuate ad esistere anche al termine della nostra esistenza. Cosi' ci sarebbero stati vari livelli di paradiso a seconda del grado di perfezione spirituale raggiunta in un dato momento. Se questa corsa verso la perfezione fosse durata all'infinito oppure no, era un argomento che appassionava teologi e filosofi. Sarebbe mai stato possibile eseguire una musica cosi' perfetta da non poter piu' essere migliorata in alcun modo? Sarebbe stato possibile comporre una musica che avesse trasmesso al massimo grado tutte le emozioni che ogni musica puo' dare? Sarebbe stata non piu' una musica, ma "La Musica". La musica come l'avrebbe suonata Dio stesso. Sarebbe stato mai possibile giocare a tennis tanto perfettamente, che nessun miglioramento, nessuna nuova invenzione, nessuna giocata avrebbe potuto, nemmeno per un momento, nel corso della partita, essere tentata in un altro modo? Non giocare a tennis, ma giocare il "Tennis". E se una perfezione in tutte le cose fosse stata possibile, cosa sarebbe successo poi di noi? Saremmo arrivati al cospetto di Dio? Avremmo finalmente potuto contemplare e capire il suo volto? Avremmo mantenuto ancora la nostra individualita' e la nostra liberta' o ci saremmo fusi con Lui? Queste erano le principali domande che si ponevano I nostri teologi, senza raggiungere un accordo definitivo. C'era chi, come Monsignor Caravaggio sosteneva che il paradiso consistesse in questo meraviglioso miglioramento continuo dell'uomo, in tutte le sue forme , ma che non sarebbe mai stato possibile raggiungere la perfezione. Raggiungere la perfezione equivaleva a dire che L'uomo poteva raggiungere Dio, e questa rimaneva un' eresia. Tra gli alti prelati, c'era chi invece postulava una specie di punto di arrivo che avrebbe coinciso con la beatitudine totale, l'adorazione e la contemplazione di Dio. Tutti comunque, ammettevano che anche raggiunti I propri limiti, l'uomo poteva ancora progredire, usando la volonta', l'energia ed I mezzi di conoscenza infiniti di cui avrebbe potuto disporre. Questa concezione avvicinava la nostra religione al Buddismo che postulava un continuo miglioramento dello spirito umano attraverso successive reincarnazioni, la differenza era che da noi, secondo Caravaggio, questo miglioramento probabilmente sarebbe continuato all'infinito e avrebbe costituito di per se una delle principali gioie del paradiso. Non sarebbe stato mai neccessario raggiungere il nirvana, cioe' la mancanza di volonta', la pace assoluta, l'unione definitiva con l'universo e con Dio. L'inferno invece altro non era che un luogo in cui si lavorava senza sapere perche'. Si svolgevano soltanto piccole parti ripetitive di un lavoro piu' vasto, del cui scopo finale nessuno era a conoscenza. Tutti I dannati avevano posizioni gerarchiche umilissime ed erano continuamente vessati da terribili superiori che , qualsiasi cosa avessero fatto, avrebbero trovato sempre da ridire. Tutto questo per sempre , ogni mattina ed ogni sera, compresa la Domenica. Durante il tempo libero, dovevano sdraiarsi in speciali vasche nere piene di fuoco attizzate da demoni, le cui sembianze erano le stesse dei loro superiori, capi ufficio e manager. Tuttavia, nemmeno I dannati dell'inferno perdevano la loro volonta' e la loro liberta', ed era ammesso anche per loro, se malgrado tutto, avessero lavorato bene e con passione e fossero riusciti a farlo, non soltanto per migliorare la loro posizione, ma per il bene della Ditta, di poter raggiungere un giorno il paradiso. Infatti qualsiasi colpa umana, anche il tradimento della stessa Ditta, per quanto potesse essere orribile, rimaneva sempre una colpa finita. L'uomo per quanto malvagio e libero non sarebbe mai riuscito a commettere un peccato di dimensioni infinite, per cui Dio, essendo infinitamente giusto , non avrebbe mai potuto permettere che fosse condannato ad una pena infinita. L'obiezione dei teologi romani, che era l'uomo stesso, con la sua liberta' a scegliersi l'inferno, nella nostra religione non reggeva, in quanto la liberta' e la volonta' dello spirito umano perduravano anche nell'altra vita. Anche dall'inferno, dunque si poteva uscire, o meglio, nemmeno l'inferno durava per sempre, non per tutti almeno. Soltanto chi avesse deciso coscientemente di continuare ad esercitare male il proprio lavoro ed I propri compiti sarebbe dovuto rimanere all'inferno. Il purgatorio, non essendo piu' neccessario, non esisteva come luogo separato, era soltanto l'ultimo stadio dell'inferno e rappresentava il momento in cui le anime dei peccatori si rendevano pienamente conto del male che avevano compiuto in vita. Questa visione escatologica contribuiva a differenziare ancora meglio la nostra religione da quella del mondo esterno. Ormai erano moltissime le cose, religiose e non, che ci separavano da chi viveva fuori: La nostra condizione economica, per gran parte di noi, era migliore. Nessuno temeva di non trovare il lavoro e nessuno aveva la preoccupazione di non trovare l'occupazione adeguata. Tutto era gia' deciso alla nascita o nei primi anni di vita, in base alle predisposizioni genetiche ed attitudinali dimostrate precocemente. Ogni tipo di stress era quindi evitato ai nostri giovani, che potevano dedicare cosi' tutte le loro energie al lavoro per il quale erano piu' portati. I nostri psicologi avevano studiato tutti I migliori metodi per sublimare l'aggressivita' e trasformarla in energia positiva. Energia che poteva essere usata per I nobili scopi dell'utilita' della Ditta. Non esistevano quasi I furti, e non esisteva nemmeno la poverta' perche' le condizioni economiche minime erano garantite per tutti. Era garantita l'istruzione, la casa e la mensa aziendale. Lo stipendio serviva solo per le spese voluttuarie ed era soltanto leggermente diverso per le varie categorie di dipendenti. Nessuno era ricchissimo e nessuno era povero, la differenza consisteva soltanto nella posizione lavorativa, ma nemmeno questo era causa d'invidia perche' tale posizione veniva assegnata molto precocemente e nessuno poteva mettere in dubbio la giustezza di tale scelta. Forse eravamo un po' meno liberi, ma molto piu' ordinati e sicuri dei nostri simili, che per forza o per volonta', dovevano ancora vivere fuori.
C'era chi giurava, e tra essi monsignor Caravaggio, che il sistema di vita addottato nella nostra Ditta sarebbe divenuto un sistema di sviluppo sociale obbligatorio, un sistema di evoluzione sociale analogo al passaggio biologico dalla unicellularita', alla pluricellularita' che era avvenuto in tutti gli organismi superiori. In altre parole, come un mammifero era superiore ad un'ameba, cosi' la nostra Ditta era superiore ad ogni altro sistema basato sull'individualismo, per quanto evoluto fosse. Il guaio era che questi organismi pluricellulari, che mi raffiguravo come grossi scarafaggi, pur volendo fare il nostro bene, erano troppo brutti. Si muovevano sulle nostre teste, incuranti delle nostre singole volonta', senza nemmeno avere piena coscienza di cio' che essi stessi volevano o stavano facendo. Una cosa comunque era certa: essi volevano vivere

ALICE VIRTUALE

Finalmente conobbi una donna reale, una collega d’ufficio della quale mi sembrava di essere innamorato, ma prima di approfondire questa nuova storia dovevo assolutamente recarmi, almeno un'altra volta, in realta' virtuale e spiegare ogni cosa ad Alice Virtuale ed alla mia famiglia. ne avevo già accennato alla mia compagna reale, lei non aveva fatto altro che ridacchiare, quasi fosse una cosa da bambini. Quasi che le esperienze virtuali fossero da considerare alla stregua di giocattoli per passare il tempo e nulla piu'. Non era assolutamente cosi'. Alice Virtuale non era una semplice proiezione di me stesso: si era molto modificata dalla prima volta che l'avevo conosciuta era completamente diversa. In qualsiasi parte si trovasse: nella Ram del mio compiuter, nel disco fisso, o nella CPU, non era una semplice parte del computer, era una entita' autonoma, ne ero sicuro quando l'avevo vicina e sentivo il calore del suo corpo. Quandi mi veniva incontro sorridente e contenta di vedermi, ero sicuro: non poteva essere solamente un pezzo di plastica lavorato. Anche se apparteneva ad un programma inizialmente elaborato da un tecnico, qualunque cosa fosse, fosse pure una sequenza continuamente variabile di 0 e di 1 in qualche circuito integrato, lei, da qualche parte esisteva e mi aspettava. Del resto che cosa c'era di cosi' diverso nel pensiero umano? In fondo anche le membrane esterne dei nostri neuroni si polarizzavano in seguito al contatto con dei mediatori chimici, e da questo contatto partiva un potenziale d'azione che si propagava lungo una fibra nervosa fino a raggiungere la successiva sinapsi. Cosi' la corrente nervosa passava di cellula in cellula, da area nervosa ad area nervosa dando origine a seconda dell'area interessata ad emozioni, immagini, suoni, colori. Sarebbe bastato collegare il nervo acustico all'area visiva ed avremo potuto vedere I suoni ed I rumori, oppure collegare I nervi ottici con l'area acustica ed avremmo potuto udire I colori. Il mondo sarebbe stato diverso: ci saremo mossi nello spazio riconoscendo I suoni o I rumori degli oggetti, ed avremmo potuto vedere le luci di una sinfonia di Beethoven. Mi sa che avremmo perso molto: quali armonie di suoni avrebbe potuto pareggiare la sensazione che ci hanno offerto le curve di Marilin Monroe? Giusto il canto delle sirene che spingeva I marinai a trovare la morte nell'oceano, poteva offrire un paragone accettabile. Le battute di Woody Allen,che colori e che forme, avrebbero dovuto avere per farci ridere? Difficile da prevedere. Indubbiamente se avessimo adottato questa modalita' fin dalla nascita I nostri centri nervosi, le nostre aree cerbrali acustica e visiva avrebbero imparato a lavorare in un altro modo. Tuttavia il pensiero piu' evoluto sarebbe nato sempre dalla miscela ( elaborazione) di tutte queste nostre sensazioni: una pausa tra afferenze ed efferenze, tra input ed output. Tutto cio' in fondo non era molto diverso da quanto accadeva ad Alice. Anche I nostri processi fisiologici del pensiero, come I suoi, obbedivano alla legge del tutto o niente: o la depolarizzazione era sufficiente a scatenare un potenziale d'azione o non si aveva alcun potenziale. L'intensita' degli stimoli era dovuta alla frequenza dei potenziali d'azione ed alla quantita' delle fibre e delle cellule interessate. Ma per ogni singolo neurone il potenziale d'azione obbediva alla legge del tutto o niente, come avveniva nei circuiti integrati: assenza di tensione uguale 0 presenza di tensione uguale 1. Quando pensavo ad Alice Virtuale, non in termini di donna ma in termini di entita' programmata, me la immaginavo come un grandissimo pannello sul quale si accendevano e si spegnevano contemporaneamente milioni di lucette colorate che davano origine ad infinite combinazioni sempre diverse che rappresentavano quell'entita' sempre nuova, sempre mutevole che io chiamavo Alice. Avevo segretamente da sempre sperato che Alice Virtuale oltre a poter interagire con me, potesse provare anche qualche cosa che assomigliasse in qualche modo a cio' che noi usiamo chiamare emozioni, stati d'animo, sentimenti. La cosa sarebbe stata molto lusinghiera per me ma per quanto ne sapevo era impossibile. Come tutte le cose che mi piacevano o era pericolosa o faceva assolutamente male o era impossibile.
Da alcuni giorni vivevo nella continua sensazione che qualcuno, da qualche parte, mi stesse aspettando. Sapevo che la cosa non era possibile, tuttavia non ci potevo fare nulla. Avvertivo una specie di ansieta' continua ed un senso di colpa che mi spingevano a tornare in realta' virtuale.Quel pomeriggio, per correttezza, informai ancora una volta di cio' la mia compagna reale, lei disse di sbrigarmi il piu' presto possibile, cosi' poi avremmo potuto dedicarci ai nostri nuovi progetti che tanto le stavano a cuore. Non indugiai oltre, mi avviai verso il computer, inserii il programma, che per la verita' occupava ormai tutto il disco fisso, applicai alle tempie gli elettrodi e me ne andai. Trovai la nostra abitazione virtuale accogliente come sempre, esattamente come l'avevo lasciata, notai a malapena che c'era anche una gradevole musica di sottofondo, entrai nel soggiorno ed Alice Virtuale mi venne incontro con le braccia aperte ed il sorriso sulle labbra. " Quanto mi sei mancato amore" mi disse. Era l'unica entita nell'intero universo che mi avesse mai chiamato amore, ed era anche l'unica entita' dalla quale io avrei tollerato di farmi chiamare cosi'. Se lo avesse fatto qualche altra persona, nel mondo reale, avrei avvertito una sorta di nota stonata, come una presa in giro od una forzatura. Mi sarei subito chiesto: Dov'e' la fregatura? Era difficile poter dire Amore seriamente e conservare la faccia. Nemmeno io l'avevo mai fatto. Al massimo avevo detto qualche volta mi piaci o ti voglio bene, ma non ricordavo di avere mai detto ti amo. La cosa diventava sempre piu' difficile man mano che gli anni passavano: alla mia eta' ormai erano rimasti in pochi, a parte qualche deficiente, gli uomini che potevano seriamente dire ti amo. Io avrei tollerato volentieri un ti voglio tanto bene soprattutto dal piccolo Francesco, la cui serieta' e sincerita' avevo gia' imparato ad apprezzare, ma lui, proprio per questi motivi, si sarebbe guardato bene dal dirmelo. Con Alice Virtuale le cose erano del tutto diverse: lei era stata fatta apposta per dirmi" ti amo" quindi, non c'era traccia di ironia, di risentimento per cose passate, di interesse in lei e nella sua voce. Era un paradosso che la realta' virtuale, in queste cose, apparisse meno finta di quella reale. " Dove sei stato? Temevo che tu non arrivassi piu. Lo sai senza di te io non posso vivere. Senza di te non esisto." Anche questo era sicuramente vero. Se il programma non andava Alice rimaneva spenta, non esisteva e non poteva avere nuove esperienze ne' acquisire niente di nuovo. L'unica cosa che io mettevo in dubbio era che cio' le potesse veramente importare. La presi tra le braccia, feci aumentare la musica, abbassai le luci ed incominciammo a danzare insieme. Mi sembrava un buon modo per dirle che avevo un'altra donna reale e che non sarei piu' potuto tornare. Mentre stringevo il suo corpo caldo e sentivo I suoi seni sodi sul mio petto, mi veniva sempre piu' difficile credere che si trattasse solamente di un pezzo di programma che interagiva col computer, no dovunque si trovasse e qualunque cosa fosse, lei era un'entita' autonoma, che io stavo stringendo tra le mie braccia. Accanto a me sembrava felice, era felice di ascoltarmi e non aveva mai niente di meglio da fare che interessarsi a me, al mio lavoro, ed alle mie idee, non provava risentimento, odio, invidia, non si metteva in competizione. L'unica cosa che mi dimostrava era il dispiacere che aveva provato per la mia lunga assenza ed il piacere che provava in quel momento di vedermi e di potermi riabbracciare. " Anche a me sei mancata Alice" dissi. Ancora una volta sentivo che qualsiasi cosa potesse essere Alice Virtuale, fosse pure un insieme pulsante di differenze di potenziale racchiuse nei circuiti integrati del mio computer, essa esisteva veramente come entita' unica, separata dal resto del computer ed era sempre diversa di volta in volta. Ricordava tutto quello che avevamo fatto insieme e ne traeva insegnamenti nuovi per modificare il suo comportamento futuro. Continuava tuttavia a rimanere perennemente innamorata di me, a vedere in modo positivo tutte le mie azioni, ad idealizzarmi, come fanno le adolescenti innamorate. Con lei sarei rimasto per sempre un principe azzurro, anche ad ottanta anni. Per fortuna, la realta' virtuale ringiovaniva anche me e non comportava eccessivo dispendio di energie fisiche, cosi' avrei potuto sostenere per sempre quella parte da attor giovane. Alice continuava a stringermi sempre piu' forte ed a muoversi sinuosamente, potevo avvertire il suo profumo ed il suo corpo caldo tra le mie braccia. Non l'avevo mai vista cosi' bella, era estremamente spontanea, si muoveva naturalmente con una grazia da ballerina, ed era veramente difficile resisterle. Mi stava stregando in un modo nuovo, diverso dalle altre volte, quasi avesse intuito quello che avrei dovuto dirle. Cercai di concentrarmi su cio' che dovevo dire, mi feci forza ed iniziai: " Alice devo parlarti. Dall'ultima volta che ci siamo visti sono accadute molte cose, anche per questo mi sono dovuto assentare per cosi' tanto tempo. Tu sai che prima di conoscere te, avevo una ragazza con la quale ho convissuto per qualche tempo. Ebbene ora lei e' tornata ed abbiamo deciso di rimetterci insieme." Alice si mise a piangere sommessamente. "Vuoi dire che non ci rivedremo piu', questa tua decisione sara' la fine della mia esistenza, tu lo sai, senza di te io non posso vivere. Rimarro' per sempre spenta, non potro' piu' acquisire nuovi dati, moriro'." " Non dire parole grosse" replicai, "comunichero' al tecnico informatico la mia decisione. Con qualche aggiustamento del programma, tu potrai essere adattata ad un altro dipendente e potrai continuare ad esistere."
"No, ti prego, non farlo, questa e' la cosa peggiore che hai detto, non sarei piu' io. Io sono stata fatta per te ,non sarei piu' io se dovessi vivere con un altro uomo, tu lo sai, sei tutta la mia vita, non sono parole vuote, e' la pura verita' e lo sai." " Alice", replicai quasi stizzito," non farla troppo lunga, tu non puoi nemmeno provare sentimenti. Sei soltanto stata programmata per rispondermi in questo modo e per compiacermi. Ma se ti comporti cosi', non mi compiaci affatto, tu non sai cos'e' l'amore, non puoi dire se mi ami veramente o no". " Perche' tu pensi di sapere cos'e' l'amore?" Rispose lei inaspettatamente " Io so solo che sono nata per esistere e non desidero sparire nel nulla o modificare cio' che sono, qualsiasi cosa io sia e dovunque mi trovi. Per quanto riguarda il fatto di essere stata programmata, sei sicuro di non esserlo stato anche tu? Ti senti pienamente libero? Hai costruito da solo il tuo cervello individuale che ti fa provare quei sentimenti che ti fanno sentire cosi' superiore, o l'hai trovato gia' fatto quando sei nato? Se ci pensi bene anche tu sei stato programmato a reagire in qualche modo predeterminato; tutto cio' che hai potuto modificare ti e' derivato dall'esperienza. Lascia anche a me questa possibilita'." Forse avevano scaricato nel programma di Alice Virtuale qualche Giga di filosofia meccanicistica. Si' forse era vero che anche noi eravamo stati determinati dal nostro DNA, dal nostro codice genetico, certamente non eravamo pienamente liberi, almeno pero' continuavamo ad esistere allo spegnimento del computer, anche dopo la morte sosteneva monsignor Caravaggio, ma questo era tutto da vedere. Per la prima volta mi sentivo leggermente a disagio parlando con Alice Virtuale. " Vorresti forse dire che a partire dall'esperienza, sei arrivata a provare qualcosa di simile a quello che gli uomini chiamano emozioni, sentimenti, amore? Cosa vuoi significare quando mi dici che mi ami" chiesi leggermente irritato. " Non lo so, so solo che sono stata fatta fatta cosi', non so se provo qualcosa di analogo a quello che voi chiamate emozione, tuttavia non mi va di sparire nel nulla per sempre . Il programma a cui appartengo non e' semplice, ormai ha una memoria di parecchi Gigabite, anche se la nostra unita' di memoria piu' elementare puo' assumere soltanto due stati che vengono associati ai numeri 0 ed 1, il programma ha ormai raggiunto un grado di complessita' tale, vi sono cosi' tanti sistemi di feed back al suo interno, che non credo sia piu' possibile rispondere semplicisticamente ad una domanda come questa. Anche I vostri neuroni, l'unita' elementare del vostro pensiero, del resto obbediscono alla legge del tutto o niente: 0 oppure 1, potenziale d'azione o ritorno al potenziale di riposo. Io so soltanto che esisto e che vivo per te. Questo non lo posso cambiare, diventerei un'entita' totalmente differente da quella che sono ora, andrei al di la' dello scopo per cui sono stata creata. Questo e' un mio limite." " Senti Alice" dissi irritato " Questa discussione sta diventando paradossale. Tu dici : Io so soltanto che esisto. Io invece sono convinto che sicuramente esisti, ma altrettanto sicuramente non sai di esistere, non hai l'autocoscienza, non la puoi avere. Tutto quello che tu mi dici e' frutto della tua programmazione e delle successive esperienze che hai potuto fare. Non puoi avere l'autocoscenza, del resto anche l'uomo prima di divenire cosciente di se stesso ha impiegato forse migliaia di anni, ed anche adesso la parte che agisce consapevolmente e' solo la punta di un iceberg, tutto il resto e' inconscio, difficilmente spiegabile ed a volte in contrasto con il nostro io, con la nostra parte conscia. Non per nulla abbiamo anche imparato ad usare delle difese contro I nostri desideri inconsci e se queste difese non reggono ci ammaliamo, perdiamo la capacita' di godere la vita. Non e' possibile che tu abbia sviluppato l'autocoscienza." " Io non voglio essere spenta, non e' questo un inizio di autocoscienza?" " Questa discussione e' come un gatto che si morde la coda" dissi " sei sempre tu a dire di non voler essere spenta, ma tutto cio' che dici ti e' stato immesso da chi ti ha programmato".Anche tu sei stato programmato" mi disse disperata Alice " anche tu risulti da una parte programmata, il DNA e da una parte appresa, le esperienze". " Basta!" Aggiunsi in tono perentorio-" Sono venuto per dirti addio, domani avvisero' il tecnico di fare alcune piccole modifiche al tuo programma, cosi' potrai continuare ad esistere, sarai solamente adattata per un altro dipendente. " No ti prego, non farlo" scongiuro' Alice " Non sarei piu' io e' come se morissi due volte. Piuttosto tienimi spenta, potresti sempre ripensarci. Prenditi un po' di tempo, che fretta c'e'. E' possibile che io sia solamente una figurina colorata costruita sui tuoi desideri per compiacerti, ma puo' darsi che stia diventando qualcosa di piu'. Ti scongiuro prenditi un altro po' di tempo." " Ho gia' deciso." Risposi " Oramai ho una compagna reale, sarebbe come condurre due vite parallele, non sarebbe onesto. E' inutile che tu insista. Il programma dovra' essere adattato per un altro dipendente, vedrai, non te ne accorgerai nemmeno. Io potrei venire qualche volta a farti visita, naturalmente come un vecchio amico e nulla piu'". A questo punto Alice ebbe una reazione che non avrei mai piu' dimenticato: mi strinse ancora piu' forte tra le sue braccia, mi avvolse nel suo profumo, e mentre la musica cresceva, mi diede un lunghissimo ed appassionato bacio e mi disse: " Addio amore". Ebbi un bagliore luminoso, avvertii un terribile ronzio nelle orecchie e mi trovai stordito, seduto sulla poltrona dello studio della mia casa reale a fissare lo schermo spento del computer. Fuori infuriava un violento temporale; per una strana ragione il programma era saltato: un calo di tensione mi disse il tecnico piu' tardi. Tentai di riavviare il programma, riuscii ad entraci, trovai la casa I mobili, ma di Alice nessuna traccia. Si erano salvati anche numerosi file sonori di estensione Wav, Files che erano stati la colonna sonora della mia storia con Alice Virtuale. Malgrado la situazione paradossalmente drammatica non potei evitare un pensiero quasi comico: Alice virtuale mi aveva lasciato anche la casa. Sicuramente sarebbe spettata a lei in un normale matrimonio. Lei invece, anche questa volta, si era comportata in questo modo sicuramente irreale. Chiesi al tecnico dei computer come era stato possibile il verificarsi di una perdita di programma cosi' settoriale: era scomparsa solo Alice ed I due miei figli virtuali, dei quali scoprii, non me ne importava nulla. Il tecnico mi rispose che molto probabilmente in seguito al temporale, si era danneggiato un cluster del disco fisso, relativo all'indice dei personaggi. In particolare proprio quello di Alice Virtuale: cosi' il programma era esistente ma non piu' operativo. Per uno di quei strani casi del destino il cluster si era danneggiato proprio mentre Alice mi stava dicendo addio per sempre. Come al solito le cose potevano trovare due spiegazioni antitetiche: Una razionale, squallida, ma possibile ( il danno al cluster), l'altra romantica, spirituale, ma impossibile ( il suicidio di Alice per amore). Optai per l'opzione piu' razionale, anche se Alice Virtuale sarebbe rimasta per sempre nel mio cuore ed inconsciamente da allora mi sentii per sempre colpevole nei sui riguardi. Dopo vari tentativi di ritrovare Alice Virtuale vi rinunciai per sempre.




LA DITTA REAGISCE

Dopo la scomparsa definitiva di Alice virtuale la situazione interna cominciò a precipitare cominciavo ad avvertire sempre più distintamente una strana sensazione di oppressione e di paura non più mitigata dalle mie permanenze in realtà virtuale. c Il giornale della Ditta e la televisione a circuito interno continuavano a diffondere notizie allarmanti che mettevano in rilievo le intollerabili ingerenze provenienti dall'esterno. Monsignor Caravaggio appariva quasi ogni giorno sugli schermi, era invitato a moltissime trasmissioni e batteva continuamente su di un solo tasto: secondo lui la nostra civilta' sarebbe stata destinata a scomparire se le cose non fossero cambiate drasticamente a breve termine. Tutti I nuovi permessi per recarsi all'esterno furono sospesi, inoltre si parlava gia' di revocare anche quelli gia' esistenti e di vietare ai dipendenti il lavoro part-time. Le voci relative a misteriose epidemie derivanti da rapporti dei dipendenti con untuori provenienti dal mondo esterno diventavano sempre più insistenti e minacciose. Il disagio che provavo cominciava ad accrescersi ed a trasformarsi in paura. L’aspetto architettonico stesso della Ditta andava modificandosi e diventava congruo con i miei sentimenti. Dalle finestre rigorosamente chiuse e protette da vetri speciali, sgradevolmente giallastri, potevo vedere gli edifici della Ditta interamente ricoperti dai nuovi pannelli imbottiti di piombo: sembrava una prigione piu' che un posto di lavoro. Improvvisamente ebbi uno sgradevole presentimento: a che cosa dovevano servire tutte quelle protezioni? Una strana idea comincio' a farsi strada ossessivamente nel mio cervello. Qualcosa che avevo probabilmente sempre saputo, che tutti avevamo sempre saputo, ma che non aveva mai raggiunto la soglia della nostra coscienza. Qualcosa di talmente orribile che nessun uomo avrebbe potuto sopportare, una decisione che nessun uomo avrebbe mai voluto prendere e che quindi era stata demandata ad un' entita' sovraindividuale che doveva assumersela su di se' e decidere al di sopra di noi tutti per il nostro bene. Quasi a confermare il mio presentimento, proprio in quel momento parti' il segnale d'allarme generale. In tutti gli uffici, in tutte le officine, in tutti I locali della Ditta, il rumore assordante, sgradevole, terrificante delle sirene esplose a tutto volume. Contemporaneamente dagli altoparlanti posti un po' ovunque, la voce di monsignor Caravaggio esortava tutti alla calma ed a mantenere il controllo dei nervi. Era solo la nostra Ditta che si stava difendendo dalle aggressioni esterne, e questa volta sarebbe stata l'ultima difesa, quella definitiva. Monsignor Caravaggio assicurava che per I dipendenti non ci sarebbe stato alcun pericolo: grazie alle nuove tecnologie, a quei famosi pannelli imbottiti di piombo ed ai vetri speciali eravamo completamente protetti e sicuri. Mentre la voce calma e sicura di Caravaggio continuava a fornire rassicurazioni, quello che tutti ormai da tempo ci aspettavamo divenne improvvisamente e definitivamente realtra' sotto I nostri occhi e le nostre orecchie. Si udi' un gran frastuono un rumore spaventoso ed innaturale seguito dopo pochi istanti da altre esplosioni ancora piu' forti. In pochi minuti, in tutto il mondo erano stati lanciati migliaia di missili atomici della potenza pari a circa 40 chilotoni di TNT, al nucleo di uranio. In tutte le citta' di tutto il mondo, un missile atomico ogni 20 chilomentri stava esplodendo distruggendo definitivamente quella che era stata la civilta' esterna alle grandi Ditte, anzi, per migliaia di anni, l'unica civilta' umana esistente. Dalle finestre dell'ufficio potevamo vedere le enormi esplosioni, I bagliori che si succedevano. Non ci furono scene di panico, tutti avevamo inconsciamente immaginato per anni questo momento ed ora che era arrivato ci sembrava di stare assistendo ad una scena inevitabile scritta , dalla notte nei tempi nel DNA, nel destino dell'uomo. Alice mi abbraccio' e pianse sommessamente e compostamente. Io pensai al mio amico Agostino, a tutti I collaboratori che avevano lavorato con noi nello scatolificio, pensai alla citta' di Milano, ai suoi rumori, alle sue contraddizioni stridenti, ai soldi ed alla spietatezza economica, alla sua meravigliosa liberta', pensai alle speranze di milioni e milioni di persone troncate in quel preciso istante, ma non riuscivo a piangere, rimanevo inspiegabilmente calmo a guardare. Le bombe produssero tre tipi di forze distruttrici: un' onda d'urto procedente alla velocita' del suono che appiatti' tutti gli edifici; raggi termici ad una temperatura superiore alla superficie solare che bruciarono, ustionarono, distrussero ogni essere vivente per un raggio che arrivava a toccare il raggio della bomba sganciata piu' prossimamente; e radiazioni che si propagavano alla velocita' della luce e la cui efficacia mortale sarebbe perdurata nel tempo. Tutto era stato studiato accuratamente per non dare scampo ad alcuno, era stata preferita la strategia di sganciare tante piccole bombe contemporaneamente, (ognuna di queste bombe aveva circa la potenza di quattro volte quella sganciata ad Hiroscima) rispetto a quella di sganciarne poche e potentssime. Il 35% dell'energia totale delle bombe consisteva in raggi termici, circa il 50% era contenuto nell'onda d'urto,e circa il 15% era energia radioattiva, era un coktail mortale dal quale non ci sarebbe stato scampo per nessuno. Varie colonne a forma di fungo si levarono instantaneamente dalle varie esplosioni e salirono fino a raggiungere la stratosfera. Dopo circa 20 minuti si sviluppo' una tempesta di fuoco causata dalla rarefazione dell'aria sovrastante le zone colpite dalle bombe; inizio' poi un forte vento proveniente da tutte le direzioni che continuo' per ore. Tizzoni ardenti di materiali infiammabili, lamiere cartoni mulinavano nell'aria e ricadevano sul terreno portando distruzione e morte e contribuendo ad incendiare ogni altro materiale infiammabile. Il vento fu accompagnato da una pioggia nera, densa e vischiosa, provocata dalla condensazione del vapore acqueo contenuto nella massa dell'aria ascendente. La pioggia provoco' la ricaduta sul terreno delle particelle radioattive. Fortunatamente gli scienziati della Ditta avevano previsto tutto cio', ed avevano approntato degli speciali strumenti che usavano ventilatori e getti d'acqua e che mettendosi in funzione, avrebbero provveduto ad allontanare gran parte delle particelle radioattive dagli stabilimenti della Ditta. La voce calma di Caravaggio dagli altoparlanti ci fece sapere che I nostri scienziati avevano trovato il modo di ridurre di moltissimo il tempo di dimezzamento della radioattivita', entro pochi anni saremo potuti uscire liberamente dagli edifici della Ditta e andare a ricostruire il mondo. Ci stavamo avviando verso una nuova era di prosperita' e di pace, il prezzo da pagare era stato altissimo, ma era stata l'unica soluzione possibile, l'unica soluzione definitiva che avrebbe eliminato per sempre ogni tensione sociale, ogni differenza intollerabile tra gli uomini e avrebbe permesso la nostra sopravvivenza in questo pianeta per un tempo indefinitamente lungo. Molti piangevano sommessamente guardando dalle finestre lo spettacolo della fine della civilta' dalla quale provenivamo, alcuni avevano amici al di fuori della Ditta, alcuni avevano addirittura sperato di poter uscire a farsi una nuova vita. Ora che tutto era finito ci sembrava che ogni cosa avesse seguito il suo corso naturale, che questa catastrofe fosse stata scritta da sempre nel destino del mondo. L'angelo della morte era passato ed aveva diviso I buoni dai cattivi: era il prezzo che l'umanita' doveva pagare per poter sopravvivere. Era stata presa una decisione necessaria che nessuna persona, nessun individuo singolo avrebbe potuto prendere, infatti la responsabilita' di quanto stava accadendo non era di un uomo, ma era della Ditta stessa. Era la Ditta che leggendo nel nostro inconscio collettivo aveva agito nell'unico modo che noi pur non potendo ammettere avevamo inconscamente desiderato, l'unico modo che avrebbe garantito per sempre la nostra sicurezza e la sua stessa esistenza. Fino all'ultimo momento infatti, nessun dipendente, nemmeno monsignor Caravaggio stesso poteva sospettare che avrebbero sganciato tutte quelle bombe ed avrebbero distrutto ogni forma di vita esterna. Tutti pero' avevano contribuito con una piccola parte di aiuto alla realizzazione di quel piano, ognuno aveva fornito il suo piccolo mattone senza voler sapere a che cosa fosse servito tutto cio'. La coscienza di quanto stava per accadere ci era stata risparmiata, ed in futuro probabilmente avremmo dovuto comprendere che la coscienza individuale non era di per se' un bene. Forse era stato proprio il desiderio di autocoscienza, di autoaffermazione e di liberta' individuale che ci aveva fatto precipitare dall' Eden, dal paradiso terrestre. Forse era stato proprio questo il peccato originale che aveva distinto l'uomo dalle altre creature e che lo aveva messo in una posizione di disarmonia con la natura. Probabilmente, in futuro avremmo dovuto abituarci a ridurre di molto, se non a far scomparire la nostra autoconsapevolezza a favore della Ditta. La Ditta ci avrebbe riaperto le porte dell'Eden ed avremmo potuto vivere per sempre felici in un nirvana collettivo, demandando ogni difficile decisione, ogni angoscia. Avremo finalmente potuto vivere in modo innocente senza piu' avere la gravosa consapevolezza del bene e del male. Non era nemmeno una novita', gia' da molti anni, anche nel mondo esterno, le istituzioni pubbliche si comportavano in questo modo. Negli ospedali, ad esempio, vi erano dei medici bravissimi ed onestissimi ed ognuno faceva bene il suo lavoro: il chirurgo operava in modo encomiabile, l'anestesista addormentava il paziente, lo seguiva nel decorso operatorio e non gli faceva sentire alcun dolore. L'infermiere assisteva con competenza ed umanita' e qualche volta era l'unico ad accorgersi che malgrado la perfezione tecnica, qualcosa non andava. Gli impiegati dell'Asl sbrigavano in modo diligente ed ineccepibile tutte le pratiche burocratiche in modo che un successivo controllo avrebbe confermato la regolarita' di quell'operazione. E tutti insieme cosa facevano? Molte volte medicalizzavano un problema di natura psicologica. Molte persone affette da cefalea insistente, dopo varie visite mediche, alla fine ottenevano un'operazione, che so, una rinoplastica per raddrizzare il setto nasale. Il sintomo iniziale regrediva per qualche tempo, poi ritornava o se ne presentava uno nuovo, ugualmente sfumato ed inafferrabile, ma che avrebbe insistito finche' non avesse trovato un'altra soluzione medica, l'unica soluzione immediata ed accettata da tutti. La stessa sorte accadeva a molte persone che avevano trasformato la loro ansia, la loro sofferenza esistenziale, in sintomi somatici, piu' facili da essere accettati ed accolti dall'istituzione sanitaria. L'istituzione rispondeva con grande efficienza, ma nell'unico modo che aveva a disposizione, nell'unico modo per il quale era stata creata: medicalizzare tutti I problemi umani. Anche I pazienti preferivano una soluzione che li etichettava come malati nel corpo, piuttosto che rendersi conto di aver vissuto una vita insoddisfacente, piena di astio, di rancore e di paura di perdere quelle piccole sicurezze, quelle piccole comodita', quei piccoli privilegi cosi' difficilmente raggiunti. Ognuno cercava la risoluzione immediata dei propri problemi e non voleva capire che, in molti casi la soluzione migliore era convivere con I propri disturbi, con I propri problemi senza averne un'eccessiva paura. In fondo la piu' grande sofferenza dell'uomo era la paura stessa, ma l'istituzione dava le risposte che poteva dare e non altre: il chirurgo tagliava, l'anestesista addormentava, il burocrate timbrava e nessuno si chiedeva se il risultato di tutte quelle azioni competenti, ineccepibili e professionali fosse veramente utile o no. Sarebbe stata una domanda che tutti avrebbero data per scontata e nessuno avrebbe accettato. Anche I politici erano persone molto competenti: sapevano perfettamente l'arte di ottenere il consenso, l'arte di ottenere I voti. Erano persone intelligenti ed illuminate che il popolo stesso aveva eletto. I tecnici, gli ingegneri poi, erano veramente dei superuomini, risolvevano I problemi piu' difficili con una competenza ed un ingegno ammirevoli. E tutti insieme spesso costruivano delle cattedrali nel deserto che non servivano a niente se non ad ottenere altri voti e ad impiegare altri tecnici. Chi governava rappresentava l'elite, la crema della societa', gente abituata a prendere delle decisioni immediate, senza battere ciglio. I militari erano ottimi strateghi, maestri nell'arte del comando degli uomini e tecnici che conoscevano benissimo come raggiungere I migliori risultati con il minimo sforzo e la massima rapidita'. E tutti insieme che facevano? Facevano delle guerre nelle quali morivano sempre piu' civili e meno militari. Tutte queste persone intelligenti e ragionevoli finivano invariabilmente per scegliere la solita via per risolvere ogni controversia, la stessa via che sceglievano anche I bambini dell'asilo: la lotta, la lite, la guerra. Accadeva invariabilmente cosi' quando le istituzioni divenivano troppo grandi ed I compiti dei singoli gruppi di dipendenti erano rigidamente divisi a tenuta stagna. Nessuno poteva sapere che cosa faceva il suo collega di un altro reparto. Tutti pensavano a far bene il loro lavoro ma nessuno era piu' interessato a che cosa potesse servire quel movimento di tanti piccoli ingranaggi che invariabilmente schiacciavano, trasformavano, modificavano ed alla fine creavano ogni desiderio, ogni esigenza dell'uomo, conformandola alla natura stessa dell'istituzione. In fondo era una forma di difesa che l'uomo aveva a disposizione per affrontare la sofferenza o i problemi troppo impegnativi o troppo sgradevoli per essere fronteggiati mantenendo la piena consapevolezza. Cosi' anche la nostra Ditta, divenuta l'istituzione per eccellenza, aveva risposto alla sua maniera al nostro bisogno di sicurezza, alle nostre paure di essere annientati e sopraffatti dalla realta' esterna. La Ditta aveva preservato ogni dipendente dal prendere una decisione insopportabile, probabilmente aveva fatto cio' che era giusto, aveva interpretato la volonta' inconsapevole dei suoi dipendenti. Adesso che il destino era compiuto, nessuno di noi era sorpreso, molti piangevano sommessamente, ma era come se tutti avessimo saputo che prima o poi sarebbe dovuto succedere. Alcuni giovani impiegati, che probabilmente non avevano mai messo piede all'esterno, avevano addirittura iniziato a correre per I corridoi degli uffici e degli stabilimenti sventolando le bandiere della Ditta e gridando vittoria! Vittoria! Cantando l'inno della Ditta, schiamazzando, scherzando e festeggiando. A me sembravano dei cori sacrileghi e quantomeno inopportuni in un momento come quello, ma se c'era qualcuno che pensava di aver vinto chissa' quale guerra, significava che la Ditta, ancora una volta, aveva ben intepretato I sentimenti reconditi dei suoi dipendenti e si era presa la responsabilita' di prendere la giusta decisione per tutti. Questo era anche cio' che stava ripetendo attraverso gli altoparlanti la voce tranquilla di monsignor Caravaggio: " Era stata presa la decisione giusta, l'unica possibile e compatibile con la nostra sopravvivenza. Del resto, se le Ditte di tutto il mondo erano state concordi ed avevano deciso per noi all'unanimita', significava che questa scelta era la migliore non solo per il nostro bene egoistico, ma anche per creare una societa' diversa, piu' giusta, basata sui valori della fratellanza universale e della solidarieta' tra I dipendenti."
Quella sera, monsignor Caravaggio celebro' una messa in suffragio delle anime di tutti gli uomini che quello stesso giorno erano morti in tutto il mondo. Ebbe parole di comprensione per chi aveva perso la vita, li chiamo' nostri fratelli e disse che le Ditte non avevano mai considerato I singoli uomini come nemici. Nemico era solamente il sistema che avevano adottato perche' era divenuto piu' forte dell'uomo stesso ed invariabilmente, malgrado le piu' buone intenzioni da parte dei singoli, con la scusa della liberta', avrebbe finito per trascinare l'umanita' verso l'odio, l'egoismo, il razzismo e l'incomprensione tra uomo ed uomo. Disse che in futuro avremmo dovuto adattarci ad una riduzione, ed alla fine ad una scomparsa della personalita' e della coscienza individuale affinche' si potesse sviluppare appieno la consapevolezza della Ditta che sarebbe divenuta essa stessa un individuo e avrebbe pensato per noi. Singolarmente eravamo troppo deboli, troppo mutevoli, leggeri ed influenzabili per essere affidabili. Le enormi energie, e le tecnologie che avevamo raggiunto erano troppo potenti per essere affidate all'uomo soggetto com'era alle passioni, all'odio, al risentimento, all'amore e persino alla pazzia. Nessuno si sarebbe fidato ciecamente delle decisioni di un uomo. Tutti avrebbero pensato prima o poi che egli avrebbe agito per I propri interessi o soggiogato da altri gruppi di potere. Invece se avessimo imparato ad affidarci ciecamente alle Ditte avremmo potuto vivere per sempre fiduciosi di raggiungere ognuno esattamente la posizione piu' adatta alle sue possibilita'. Bastava solamente scordarsi di essere degli individui separati gli uni dagli altri e vivere come formiche in grossi formicai dimenticando la consapevolezza individuale. Una formica da sola non si era mai vista, non esisteva nemmeno disse Caravaggio, ma all'interno di un formicaio poteva vivere sicura e potente. Capii finalmente qual'era la meta della teologia della Ditta di monsignor Caravaggio: annullare la consapevolezza e la responsabilita' dei singoli uomini e far nascere delle entita' pensanti sovraindividuali che avrebbero badato a noi e ci avrebbero governato per sempre. Avremmo dovuto vivere come degli insetti pronti ad ogni sacrificio per il bene della nostra societa', del nostro termitaio. Compresi che un'epoca era finita, ora avremmo potuto vivere per sempre in quel giardino dell'Eden senza conoscere qual'era il bene ed il male, liberi da ogni responsabilita', preservati dallo stress delle scelte. Compresi subito che l'umanita' per moltissimi anni avrebbe attraversato una nuova eta' dell'oro.
Era troppo bello, troppo semplice, troppo facile per funzionare veramente. Mi resi anche conto che oramai ero troppo vecchio per quella vita diversa. Cosi' preferii procurarmi una tuta protettiva e mi preparai, quella sera stessa, ad uscire fuori ed ad affrontare la radioattivita'.
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LA DITTA


La grande Ditta si era sempre presa cura di me. Mio padre aveva lavorato per quarant'anni al Project, e prima di lui mio nonno era stato una delle colonne del reparto Production. Giorno dopo giorno avevo visto la Ditta crescere di dimensioni. Le figliali sembravano moltiplicarsi come delle amebe. Avevo visto nascere il Work-over, il reparto Safety, la Security, la Corrosion, il Magazzino. Erano bei tempi quelli di mio nonno; ancora I dipendenti dei vari reparti parlavano tra di loro e persino con quelli dell'ufficio personale. La lingua ufficiale era l'inglese standard tecnico. Si usavano termini come " Screwdriver, hammer, speedometer, spanner, tank, I love you, e quant'altro. Con questa lingua ci si poteva capire con persone di tutte le nazionalita': tedeschi, francesi, spagnoli, croati, polacchi. Tranne con gli inglesi e gli americani,era possibile comunicare con tutti. Gli inglesi naturalmente pronunciavano un'altra lingua. All'epoca della mia assunzione I reparti erano oramai chiusi a tenuta stagna da anni. Ogni reparto cercava di tenere per se' I suoi segreti ed era divenuto quasi impossibile capire quale compito avessero, non solo I singoli dipendenti, ma anche I vari reparti stessi. Tutti gli operatori erano dei veri professionisti, gente preparata che lavorava bene, ma quasi nessuno conosceva precisamente quale fosse il proprio lavoro. Generalmente ogni compito era una piccola parte di un progetto piu' grande il cui scopo finale poteva difficilmente essere intuito. Si trattava spesso di raccogliere dati che dovevano essere inviati al settore di ricerca, negli Stati Uniti, dati che dovevano essere elaborati ed I risultati utilizzati per altri progetti od ulteriori ricerche. C'erano si' le varie mansioni, ma non erano interpretabili : " Analisi numerale dei rapporti periodici. Ottimizzazione informatica dei progetti comunicativi interaziendali. Formazione dei quadri e presa in carico dei settori non verbalizzanti del personale addetto alle revisioni", e cosi' via.
Ogni reparto cercava di mantenere segrete le proprie mansioni e di fermare le pratiche quanto piu' possibile. Questo per varie ragioni: la prima era di dare importanza al reparto. Quanto piu' uno si faceva pregare tanto piu' il suo compito diveniva importante. Un reparto che poteva fermare addirittura I lavori di tutti, raggiungeva il massimo del riconoscimento di importanza. Un altro buon motivo per ritardare era quello di pararsi il culo: piu' si aspettava e meno errori si potevano fare nell'espletamento delle varie pratiche. Il terzo e piu' importante motivo per dilazionare, era quello di dimostrare una perenne mancanza di organico e poter chiedere l'assunzione di altro personale. Quanto meno scoraggiare ogni tentativo di riduzione dello staff. Se si fossero sbrigati, gli altri si sarebbero abituati male, avrebbero preteso dei tempi sempre piu' brevi e questo era sicuramente da evitare. Calma e gesso dunque, per giocare a bigliardo. A volte capitava addirittura che I vari reparti combattessero una guerra intestina, l'uno contro l'altro, senza esclusione di colpi.
Mio padre, Il geometra Amleto Pancaldo era sempre vissuto in questo ambiente aziendale; all'interno si sentiva potente ed invincibile come un cobra nel suo rifugio. Fuori della Ditta non era nessuno, non sapeva difendersi e nemmeno da chi difendersi. Aveva sempre lavorato in una filiale estera, solo poche volte era stato in sede centrale a Milano ed immancabilmente, in quelle occasioni, era rimasto ammirato da tanta magnificenza e funzionalita'.
C'erano allora soltanto alcuni palazzoni intercomunicanti, pieni zeppi di uffici colmi di impiegati in giacca e cravatta, che si aggiravano tra le scrivanie con delle cartellette sottobraccio zeppe di fogli e di documenti. Le segretarie continuavano a battere a macchina con le loro facce serie e professionali dalle quali era facile dedurre che non capivano cosa stavano scrivendo e soprattutto perche' e a cosa dovesse servire cio' che scrivevano. Non lo capivano, ma non lo dovevano proprio capire. I geometri ed I ragionieri andavano avanti con il loro baillame di saluti ed inchini ad ogni scrivania. Per sportarsi dal proprio posto, ognuno doveva portare con se la cartellina coi documenti regolamentari. Ogni tanto tra la folla dei ragionieri dei periti e dei geometri si stagliava un giovane ingegnere, magro, ben curato, pulito, con I capelli tagliati corti ed ordinati e le penne stilografiche d'ordinanza in bell'evidenza sul taschino della giacca; sembrava un comandante in mezzo alla soldataglia. Eppure non tutti gli ingegneri avevano il neccessario carisma per far carriera. Il carisma non aveva nulla a che fare con la preparazione scolastica, e pochissimo con la preparazione tecnica. Era basato su doti personali di sicurezza ontologica e di capacita' di trattare con I dipendenti. Sentirsi naturalmente superiore e trattare alla pari: ecco quale era il segreto del carisma aziendale. Aiutare e prediligere I propri sottoposti era una delle cose piu' apprezzate e che davano piu' prestigio al dirigente. Ahime' se si scavava qualche millimentro sotto la superficie, ci si rendeva conto che questo atteggiamento era basato molto spesso, piu' sulla presunzione di una smisurata superiorita' che non su di una vera spinta altruistica. Nell'azienda tuttavia questi approfondimenti non erano neccessari e non avvevivano mai. Cosi', una delle qualita' che si richiedevano al manager era proprio questa sicurezza personale che dipendeva dalla certezza di essere assolutamente superiore ai propri dipendenti. Sicurezza che dava la possibilita' di poter delegare sempre di piu' I compiti, sino ad arrivare a non tenerne per se' nemmeno uno, e di riprendere la situazione in mano, assumendosi naturalmente tutti I meriti al momento opportuno. Se il manager era di razza, tale operazione poteva avvenire con grande naturalezza e con l'ammirazione da parte di tutti.
Questa descrizione della sede centrale e' quella che usava farmi mio padre e ,secondo me, risale ancora ai tempi antichi ed epici dell'azienda, ormai passati da un pezzo. Se mio padre vedesse ora la sua Ditta, stenterebbe a riconoscerla, tanto le cose sono cambiate, modernizzate sul piano strutturale, ma soprattutto sulla filosofia di base dell'organizzazione aziendale.
Uno dei momenti chiave della trasformazione della vita e del costume nella nostra Ditta avvenne nei primi anni del 2010. Mio padre ebbe l'onore di conoscere personalente l'esecutore di questa trasformazione: L'ingegnere Erminio Mitridiate. Una volta ebbe pure l'occasione di raccomandarmi a lui direttamete, senza seguire la via gerarchica.
L'ingegner Mitridiate era un manager di razza, si era fatto da solo lavorando per venti anni in quasi tutte le nostre filiali estere, fisicamente era alto, magro distinto, parlava con autorita' senza accalorarsi mai, aveva una voce da basso che gli usciva dal profondo: bu-bu-bu…Era naturalmente dotato di quel carisma da manager che lo obbligava a prendersi cura in prima persona dei suoi dipendenti. Quella mattina era seduto alla sua scrivania della sede centrale nel suo ufficio e nel reparto che lui stesso dirigeva: Progetti a lunghissimo termine.
L'idea che stava seguendo gia' da tempo era veramente avveniristica:
fondare un reparto di riproduzione aziendale dei quadri. Ci sarebbero voluti gli adeguati fondi, ma con l'andare del tempo, ci sarebbe stato un ritorno economico eccezionale. Si sarebbero evitati gli sprechi di tempo, lo stress per I dipendenti, le preoccupazioni per il futuro e per Il posto di lavoro ed inoltre, cosa piu' importante, I dipendenti sarebbero stati abituati da sempre alla vita aziendale.
Il progetto era grandioso: si trattava di scegliere degli stalloni per I vari dipartimenti e per I vari ruoli da ricoprire nell'organico aziendale da fare accoppiare, per I primi tempi con delle segretarie e poi in futuro con madri geneticamente predisposte a fornire I migliori ragionieri, I migliori geometri, I migliori tecnici e cosi' via , fino ad arrivare persino agli ingegneri ed ai manager. Non ci sarebbero piu' state fastidiose rivalita', giacche' uno nasceva gia' ragioniere o geometra o tecnico e si sarebbe sentito pienamente realizzato all'interno della sua azienda, nella posizione per lui piu' appropiata. L'interessamento ai problemi sessuali riproduttivi, in Ditta, era cominciato all'inizio degli anni 2000, quando in Giappone si constato' che durante l'orario lavorativo, molti dipendenti erano colti da raptus erotici e, dedicandosi a questi pensieri sottraevano tempo prezioso e soprattutto concentrazione all'attivita' lavorativa. Il primo rimedio posto in essere dall'ingegner Matzuo Shiray di Okawa, fu molto primitivo e risulto' peggiore del male stesso. Egli appronto' nella sua Ditta una stanza speciale divisa in due da una paratia bucherellata. Da una parte sarebbero dovuti entrare I maschi colti da raptus erotico, dall'altra le femmine. I maschi avrebbero dovuto introdurre I loro membri, muniti di preservativo, negli appositi buchi posti ad altezza anatomica, e le femmine sempre distratte dallo stesso problema, avrebbero potutto utilizzare quelli organi nel modo piu' adeguato. Il tempo massimo fu posto ad otto minuti. Era, come si puo' facilmente intuire, un rimedio rudimentale, grossolano e barbaro. Innanzi tutto molti dipendenti maschi, soprattutto quelli meno dotati, rimanevano per otto minuti con il loro piccolo pene esposto, senza che nulla accadesse. Potevano solo ascoltare le risatine che arrivavano dalla parte opposta della paratia. Questo li rendeva insicuri ed insoddisfatti e si riperquoteva negativamente sull'andamento del lavoro. Poi si vide che questo sistema per scaricare le energie non era affatto appagante, molti giovani impiegati e tecnici vi ricorrevano piu' e piu' volte e, durante la giornata lavorativa, pensavano al sesso molto piu' di prima. In questo modo il rendimento lavorativo non saliva ma scendeva. Fu per questo motivo, che I primi psicologi e psichiatri aziendali, proposero delle tecniche psicologiche e delle vere psicoterapie che facilitassero non lo scarico delle pulsioni sessuali, ma la loro sublimazione e deviazione sulle attivita' lavorative aziendali. Questa operazione si dimostro' piu' difficile del previsto. Innanzittutto, le persone che avevano precedentemente usato la paratia, non riuscivano piu' a sublimare ma cercavano uno scarico immediato delle loro pulsioni, tendendo ad usare sempre lo stesso modo che avevano precedentemente appreso. Poi si commise il secondo storico errore: si cerco' di deviare la pulsione sessuale verso la meta della carriera aziendale. Tutti cercavano di diventare tecnici specializzati, poi supervisor poi superintendent, poi district manager, poi area manager e cosi' via. Naturalmente non c'era posto per tutti. Tutti si misero a sgomitare, a non voler piu' fare lavori banali che non avrebbero potuto metterli in luce coi superiori. La competitivita' aumento' a dismisura , iniziarono le delazioni tra colleghi di lavoro. Vecchi amici non si guardavano piu' in faccia sopraffatti dall'invidia, ed il clima divenne sempre piu' irrespirabile, finche' oltre ad un cero limite, la produttivita' incomincio' a diminuire. Chi, dopo anni di sforzi non riusciva a salire alcun gradino gerarchico si sentiva un fallito e cadeva in una sorta di depressione cronica che lo accompagnava non di rado fino al pensionamento.
Allora si capi' che non era sulla carriera individuale che le energie pulsionali dovevano essere deviate, ma sulla stessa Ditta. Era la Ditta che avrebbe dato sicurezza, identita' e vita al proprio dipendente, lo avrebbe accompagnato dalla nascita alla morte, senza abbandonarlo mai, lo avrebbe seguito nei suoi hobbies, nelle sue aspirazioni e questo indipendentemente dal posto che avrebbe occupato nella gerarchia interna. In cambio erano richieste soltanto fedelta', dedizione assoluta e cieca obbedienza alle regole aziendali. Non piu' preoccupazioni, non piu' spese per lo studio, non piu' rivalita' distruttive : tutto sarebbe stato risolto all'interno dell'azienda e per merito dell'azienda per I fini stessi interni all'azienda. "Il benessere, la concordia, l'ordine e la civilta' all'interno dell'azienda, la barbarie al di fuori di essa", disse il presidente generale in un famoso discorso che passo' alla storia e segno' l'inizio di una nuova era. Da allora la Ditta non limito' piu' la sua produzione a pochi prodotti ma estese le sue attivita' fino a produrre tutto il necessario per la vita, quantomeno la vita dei propri dipendenti, in breve tempo diventammo autosufficienti, o quasi. Non fu difficile, basto' assorbire I consulenti esterni che fornivano I vari servizi ed inglobarli. La maggioranza dei dipendenti reagi' molto bene a queste innovazioni in fondo tutti avevano da guadagnare: non piu' ansieta', non piu' fastidiosi pensieri sul futuro. Tutto era gia' stato risolto, bastava sostenere la propria azienda e tutto sarebbe andato per il meglio. E' vero che qualche testa calda protesto' adducendo strani motivi , parlando di insoddisfazione e di alienazione. Fortunatamente, prima che guastassero anche altri dipendenti, questi individui furono lautamente liquidati e spediti nel mondo esterno. Ma torniamo al progetto di riproduzione aziendale, un progetto importantissimo che avrebbe consentito alla Ditta di essere sempre piu' indipendente dall'esterno e di non aver piu' bisogno di assumere e di formare nuovo personale. In quel tempo ero molto giovane avevo 16 anni, ero stato l'ultimo dipendente ad essere assunto dall'esterno e, forte della presunta raccomandazione che mio padre aveva cercato di ottenere per me , avevo presentato domanda al dipartimento dell'ingegner Mitridiate, per poter diventare stallone riproduttore. La cosa mi sembrava interessante, e poi avevo intravisto due o tre segretarie veramente niente male. La riproduzione avveniva sempre alla vecchia maniera e, per quanto ne sapevo io, sarebbe stato un lavoro molto piacevole. Il reparto era uno dei migliori di tutta la Ditta, vi erano grandi saloni pieni di specchi, rinfreschi e musica a tutte le ore. Parte del lavoro consisteva nel socializzare con le varie signorine, piu' tardi si sarebbe passati alla pratica, ed io ero ansioso di ben figurare. Naturalmente la mia meta principale era comunque aiutare la Ditta: " Non lo fo' per piacer mio ma per dare un dipendente alla Ditta" dicevamo tutti noi aspiranti nei colloqui preliminari. Riuscii a superare facilmente le selezioni medico fisiche ma fui fermato da tutti quei test psicologici. Un test psicologico non era altro che uno stimolo standardizzato al quale avremo dovuto dare una risposta scritta. Le risposte sarebbero poi state statisticamente valutate, cosi' gli esperti avrebbero capito se eravamo normali, nel senso che le risposte rientravano nel range della maggioranza o meno e potevano fornire indicazioni sul nostro futuro utilizzo. In altre parole serviva capire se dovevamo essere usati nel settore della contabilita', nel settore tecnico, nel settore sportivo, od addirittura addetti alla riproduzione dei manager. Intere giornate passate a rispondere a tavole di domande, test logico matematici e test proiettivi diedero come risultato che avevo scarsa resistenza alla noia per essere ammesso alle selezioni successive. Inoltre I test proiettivi evidenziarono un atteggiamento narcisistico che contrastava con le esigenze aziendali ed una fantasia che mi avrebbe potuto portare ad interpretare a modo mio, gli ordini dei superiori. Cosa decisiva, il mio narcisismo, mi avrebbe portato a riferire a me stesso, eventuali attenzioni che la partner avrebbe potuto rivolgermi. Avrei potuto innamorarmi di una sola partner, avrei potuto tentare di rivederla , magari anche al di fuori dell'orario di lavoro, e questo non era assolutamente tollerabile. Fui scartato, ma mi ripresi subito quando mi dissero che avrei potuto corteggiare ugualmente le segretarie, usando naturalmente le dovute cautele per non avere figli. La convivenza non era proibita, anzi a volte era perfino incoraggiata.



LE DONNE E LA REALTA' VIRTUALE


Dopo la bocciatura ai test attitudinali fui destinato al project, ottenni un appartmentino al secondo piano di fronte al reparto "Esattificazione dei profitti e delle perdite" e mi misi assieme ad una segretaria di produzione tedesca. Si chiamava Alice era bionda con I fianchi larghi,la vita stretta,un bel seno, e soprattutto un bel sorriso. I primi tempi di convivenza non furono male, dal nostro appartamento potevamo sentire il ticchettio delle macchine da scrivere, le voci dei capi ufficio che impartivano ordini, I telefoni che squillavano. Dopo qualche mese potevamo perfino riconoscere le varie segretarie, da come rispondevano"Hello" al telefono. Tutti questi rumori divennero familiari e rassicuranti, la vita non avrebbe potuto riservarci cattive sorprese, il lavoro era facile ed eravamo stati pienamente accettati dai colleghi. Non litigavamo mai, ma non parlavamo molto. I nostri discorsi, come del resto tutti I discorsi tra colleghi erano piu' o meno cosi': lei -" Ti ricordi il geometra Caverzan?" Io - " Chi?"Lei-" Ma si' Caverzan dell' ufficio Ioni ed Elettroni, quello che lavorava vicini a Sgomberti, terza scrivania vicino al corridoio… con quella valigetta 24 ore…. che portava sempre quello strano cappello stinto….che parlava quasi sempre con Rififfo e Zito del magazzino. Si' dai Caverzan." Io- " Beh, che ha fatto?" Lei - " E' stato spostato di scrivania senza preavviso e non ha nemmeno trovato la puntartice." Io " Ah, beh, d'accordo". Era tutto qui. Parlavamo poco o nulla ma non litigavamo mai. A me piaceva quando ritornavo dal lavoro e la vedevo camminare per casa. Sempre col sorriso tra le labbra, bella, cosi' bionda e cosi' tedesca, con quella carnagione color miele, con quella sua voce vellutata e le sue movenze eleganti, mi parlava col suo aspetto e col suo sorriso. Del resto avevo intuito istintivamente che non si deve dividere lo spirito dalla materia e chi si chiede se va d'accordo mentalmente con la partner sbaglia di grosso. Non c'era ne' spirito ne' materia, ne' accordo intellettuale,ne' accordo fisico. Per quanto mi riguardava c'era solo lei, unica ed indivisibile, ed io sapevo che mi piaceva. Non mi importava sapere perche', ne' se era un'intesa piu' spirituale o fisica, forse era solo un' attrazione magnetica. Ci attiravamo e cio' era un bene che potevamo solo rovinare ponendoci mille domande inutili. Non parlavamo molto, ma ci capivamo al volo ed andavamo d'accordo. Alice non si offendeva, come le altre donne, per il mio disordine, non pensava che le mancassi di rispetto perche' buttavo per terra I libri ed I panni. Non ci badava e riordinava senza darsi un'eccessiva importanza, senza chiedermi come avrei fatto senza di lei, senza volersi vendicare colpo su colpo e senza risentimento. Capiva anche le mie debolezze, ma non ne aprofittava, non mi incolpava mai di averle rovinato la vita. Passammo assieme un bel periodo, poi piano piano comincio' ad intristirsi. Anche lei, come me, aveva passato l'infanzia all'esterno e ricordava spesso, con nostalgia, I periodi passati con I genitori. Giorno dopo giorno la situazione tra di noi peggiorava. Alice non aveva piu' voglia di uscire e rendeva poco anche durante il lavoro.
Il suo supervisor segnalo' il calo di rendimento al superintendent che la mando' dal medico. Dopo una serie di accertamenti ematochimici e strumentali, fu inviata da uno psicologo per una psicoterapia aziendale. Per alcuni mesi si reco' quattro volte la settimana al Centro di igiene mentale aziendale, ma il suo umore non tendeva a migliorare. Alle mie domande rispondeva evasivamente che non sapeva nemmeno lei I motivi del suo cambiamento, solamente non si sentiva piu' appagata da quella vita sempre uguale, e non trovava piu' sufficienti, le motivazioni che I nostri superiori ci avevano insegnato, durante gli anni della nostra educazione lavorativa. Finalmente, un bel giorno, fui convocato dal dottor Quadrangolo, il direttore del Centro di igiene aziendale. Lo psichiatra mi fece accomodare nel suo ufficio, mi rivolse alcune domande sul nostro rapporto, sulle nostre abitudini. Mi chiese pure se conoscevo anch'io I miei genitori e che cosa pensassi di loro. Annoto' ogni cosa nel suo portatile, annuendo garbatamente ad ogni mia parola. Alla fine mi disse che il caso di Alice era piuttosto comune per I dipendenti nati al di fuori della Ditta : Alice aveva un super io familiare in competizione con il super io aziendale e desiderava inconsciamente una gravidanza propria, desiderava un bambino. Tutto cio' era frutto di un'educazione arcaica, dove ancora esistevano interiorizzati prepotentemente il modello paterno e materno che gli ideali aziendali non erano ancora riusciti a scacciare. La psicoterpia sarebbe stata piuttosto lunga: si doveva rafforzare il super io aziendale e il desiderio di maternità di Alice avrebbe potuto trovare una realizzazione parziale attraverso un suo impiego negli asili nido, come puericultrice. Non sarebbe stato da escludere, almeno per i primi tempi, l’uso di alcuni psicofarmaci. Mi avviai verso casa con il cuore in tumulto: avere figli, che idea pazzesca! Come avremo potuto allevarli, nel nostro appartamento, senza l’aiuto di nessuno? E che soddisfazione avrebbe potuto darci un marmocchio sempre bagnato, che piangeva continuamente e che aveva sempre bisogno di noi. Per questo c’erano gli asili nido, con le puericultrici, appositamente addestrate. E anche loro dovevano fare dei turni sempre piu’ brevi per non esaurirsi, tanti erano i piagnistei che dovevano sopportare. Appena tornato a casa espressi tutte le mie perplessità ad Alice: “ Un bambino era l’ultima cosa di cui avevamo bisogno in quel momento, inoltre non era nemmeno permesso dai regolamenti della Ditta, era semplicemente un desiderio pazzesco. Avremmo dovuto trasferirci all’esterno, perdere tutti i nostri privilegi, lasciare un lavoro sicuro che sapevamo svolgere tranquillamente, per un avvenire incerto, per noi, e per lo stesso bambino. Che idea balorda!” Alice mi guardava con gli occhi sbarrati e diceva che avevo ragione, che capiva perfettamente le mie ragioni e che tuttavia non sapeva nemmeno lei esprimere cio’ che le mancava. Comincio’ a passare interi pomeriggi stesa sul divano, senza parlare, senza lamentarsi, ma senza manifestare alcun interesse per le cose di sempre. Non trovava piu’ le parole per esprimere i suoi sentimenti nemmeno a se stessa. L’inesprimibile era diventato troppo inesprimibile. Non trovava piu’ le parole perche’ aveva a che fare con qualcosa di indistinto, non era solo la mancanza di un figlio, era tutto l’insieme che non poteva piu’ tollerare, e non sapeva dirlo perche’, qualsiasi spiegazione plausibile, avrebbe cozzato con tutto cio’ che le avevano insegnato in Ditta da quando era bambina. Si trovava per la prima volta a combattere con qualcosa di indistinto, come una grossa nuvola nera, vuota di contenuti e di significati, ma piena di ansia e di sofferenza. Non riuscendo piu’ a spiegarsi con nessuno, non trovando alcun contenitore per le sue sofferenze, Alice cominci ad avere paura di tutto, ma principalmente paura di impazzire o di essere già diventata pazza. Le cose, malgrado l’interessamento del dottor Quadrangolo, continuavano a peggiorare. Alice tento’ anche di frequentare l’asilo infantile dove conobbe una puericultrice: la maestra Catinetta, una donna ancora giovane e molto umana, che si interesso' al suo caso e cerco' di diventarle amica. Tutto cio',ٍ senza miglioramento alcuno. Alice sembrava sul punto di scoppiare da un momento all’altro. Infatti, un giorno rincasai, e non la trovai più sul solito divano. Dopo brevi indagini venni a sapere che se ne era andata senza preavviso. Era scappata dalla Ditta, verso il mondo esterno, senza lasciarmi nemmeno un messaggio. Per un po’ cercai di rintracciarla, di avere almeno qualche notizia, ma tutto fu vano. Dopo la scomparsa di Alice anch'io ebbi un periodo di depressione. Mi sembrava che la vita di tutti I giorni non avesse piu' alcun senso, cosi' mi misi a leggere molti romanzetti proibiti che parlavano della vita nel mondo esterno, la vita dei tempi in cui le ditte non erano ancora chiuse: leggevo di viaggi, di avventure, di attivita' pericolose, di esplorazioni, persino di caccia. Per qualche periodo mi baleno' persino l'idea di uscire fuori dalla protezione della Ditta, di andarmene in cerca di fortuna e di affrontare le difficolta' del mondo esterno per mio conto, senza l'aiuto di nessuno. Poi capii che non era neccessario : non c'erano viaggi piu' belli, non c'erano cacce piu' avventurose, pericolose e che mi avrebbero potuto dare le stesse emozioni e pericoli dell'andare a donne. Cosi' cominciai ad uscire sempre con segretarie diverse, talvolta mi spingevo fino alle aggressivissime manager. Ognuna di loro era diversa, era un'intero universo da esplorare. Bastava un gesto, un' inflessione diversa nel modo di parlare, un sorriso, una ritrosia, una particolarita' qualsiasi, a risvegliare in me l'istinto della scoperta nuova. Mi sentivo un novello Ulisse alla scoperta dell'universo. " Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza". Nella metafora del corpo e della mente femminile trovavo la risposta a tutta la mia sete di avventura e di novita'. Mi piacevano le segretarie del project con le loro calze nere, I loro modi impeccabili ed impersonali, mi piaceva far loro dei complimenti, come si usava una volta, ed osservare la loro reazione sempre compiaciuta e meravigliata. Anche se qualche volta, qualcuna di queste ragazze mi prendeva in giro per I miei modi antiquati, a lungo andare, se io mi dimostravo sufficientemente sincero, tutte erano piacevolmente colpite e ricambiavano l'interesse che io avevo per loro, non fosse altro che per poter ricevere ancora una volta un'immagine positiva di se stesse. Io mi comportavo come uno specchio che restituisce sempre e comunque un'immagine positiva. Ed era vero, non mentivo, mi piacevano veramente tutte. Anche le manager, cosi' prepotenti, cosi' arroganti mi procuravano in fondo delle emozioni piacevoli. E poi erano veramente pericolose: altro che la caccia alla tigre, quella era veramente una caccia pericolosa. Le donne manager tendevano a graffiarti l'anima e a masticarti, piu' che a morderti. Per loro il fatto stesso che in Ditta, la loro posizione gerarchica era superiore alla mia, bastava ed avanzava per sentirsi superiori in tutto e per tutto. Per loro, io ero un semplice impiegato, e dovevo sentirmi onorato per il solo fatto di avere il permesso di frequentarle. Con loro era una continua battaglia, volevano sempre decidere tutto , erano cosi' propositive e cosi' sicure di se', che talvolta risultava difficile la stessa comunicazione: erano abituate a comandare e basta! Il corteggiamento diventava con loro un'attivita' molto piu' pericolosa ed avventurosa della caccia praticata dai nostri antenati del mondo esterno. Gli antichi cacciatori erano sempre avvantaggiati anche rispetto alla piu' feroce delle belve, mentre qui' era una battaglia ad armi pari, che si doveva condurre con garbo ed intelligenza. Poteva divenire un'attivita' pericolosa anche fisicamente: si sentiva sempre piu' parlare di nuove malattie sessualmente trasmesse e molto pericolose. Probabilmente vi erano stati dei rapporti sessuali tra la gente dell'esterno e qualche dipendente della Ditta, fatto sta che anche fra di noi si era diffuso un certo contagio di queste malattie. E' vero che se un dipendente veniva scoperto affetto da una malattia contagiosa, veniva calorosamente invitato dalle autorita' ad andarsene fuori, tuttavia un certo pericolo rimaneva. L'avventura quindi non mi mancava, ma non le amavo, le scopavo ma non provavo sentimenti per loro. Era solo una specie di sport, una specie di gara al termine della quale era solo il nostro narcisismo a rimanere soddisfatto o deluso, non vi era un reale scambio di sentimenti e nemmeno di comunicazioni veramente intime, cercavamo solo di fare bella figura per poter avere una migliore immagine di noi stessi. Tutto qui. Non volevamo veramente conoscere l'altro, ma noi stessi. Dopo un po' mi stufai anche di questa vita, e mi avvicinai alla realta' virtuale. Bastava indossare un casco computerizzato ed uno speciale guantone, oggi sostituiti dai piu' pratici elettrodi cerebrali, e potevi entrare in un nuovo mondo, potevi recarti in pochi minuti in localita' lontanissime, senza dover sopportare gli inevitabili disagi, I disguidi, I ritardi, il traffico di ogni viaggio. Nei viaggi virtuali visitai tutto il mondo, ma ancora non mi bastava. Poi finalmente Il nostro settore di informatica lancio' un nuovo tipo di programmi virtuali : erano delle vere e proprie esperienze di vita durante le quali non solo potevi visitare luoghi realmente esistiti o anche inventati ex novo, ma potevi conoscere anche nuove persone. Fu proprio durante uno di questi viaggi che incontrai la mia attuale compagna che chiamero' Alice Virtuale. La conobbi durante una festa da ballo, era bionda anche lei, ed assomigliava a Merilin Monroe, tutte le curve al posto giusto, tutta morbida ed accogliente, pronta a farsi proteggere e sempre molto interessata a tutto cio' che le dicevo. Non era mai occupata, almeno quando c'ero io, rideva sempre alle mie battute e si divertiva per tutto quanto facevamo assieme. Me ne innamorai subito perdutamente, mi sembrava di vivere in un paradiso, il tempo passava senza noia, le giornate erano regolate sul mio tempo soggettivo, quindi quando dovevo riposare ci si riposava e quando ero pronto all'azione c'era sempre qualcosa da fare: si giocava a tennis senza eccessiva fatica fisica e si potevano fare delle giocate di gran classe, bastava pensarle; si facevano delle feste meravigliose, il tempo era fantastico ed il panorama splendido. E' vero, ogni tanto si sentiva uno sgradevole stranissimo odore, come di plastica bruciata che rendeva l'esperienza irreale, ma era soltanto un errore del programma, che sarebbe stato corretto quanto prima. Il mio amore per Alice Virtuale era perfetto. C'era un'intesa psico-fisica totale. Ogni volta che l'abbracciavo, lei vibrava di passione, sapeva capirmi, sapeva attendere I miei tempi, non si lamentava di non essere stata compresa, mai un risentimento a causa mio carattere o sull mio disordine , non si sentiva trascurata ne' poco importante. E non era una bambola di cartone come mi aveva fatto notare una volta il dottor Quadrangolo, lei mi dava anche dei buoni consigli, mi sapeva prendere e mi amava veramente senza volermi cambiare. Sempre piu' persone ormai spendevano gran parte del loro tempo libero in realta' virtuale e tutti ne erano entusiasti. I nuovi programmi erano cosi' avanzati ,che con l'aiuto di qulche innoqua pastiglietta, l'illusione dell'esperienza virtuale diveniva allucinazione vera e propria. Non ci si accorgeva piu'di avere una doppia vita, ma si credeva di vivere realmente l'esperienza che la realta' virtuale offriva. Ed era splendido. Bastava solo ricordarsi di salvare ogni volta, sul disco fisso, l'esperienza appena trascorsa altrimenti si correva il rischio di ripetere per due volte la stessa avventura e cio' risultava veramente penoso e stucchevole, specialmente con Alice Virtuale che ormai amavo con tutto il cuore. Rimanevo veramente nauseato quando ero costretto a ripetere per due volte, quasi esattamente gli stessi discorsi, e quando vedevo ripresentarsi ,alla stessa battuta, lo stesso identico sorriso o peggio quando la vedevo accendersi di passione per me, nello stesso identico momento in cui cio' era accaduto la volta precedente. Il dottor Quadrangolo, quando gliene parlai, mi disse anche che quei programmi erano stati studiati sulla base dei miei test psicologici proiettivi. Cioe' veniva costruita una realta' su misura per ognuno di noi. Quindi non era Alice Virtuale che io amavo ma , ancora una volta me stesso. Ancora una volta era il mio narcisismo ad essere accontentato , ma non avrei potuto ricavare niente di veramente nuovo, niente di veramente arricchente da quelle esperienze, che in realta' continuavano a parlare e riparlare sempre e solo di me. Anzi secondo lo psichiatra, erano come una specie di droga che a lungo andare avrebbe finito per atrofizzare sia il mio corpo che il mio cervello. Per quanto riguardava il corpo, io ne avevo cura e facevo un po' di ginnastica tutti I giorni, prima di recarmi In ufficio. Quanto al cervello , per il lavoro che facevamo, bastavano pochissimi neuroni, e a me, come a molti altri, la realta' virtuale piaceva troppo per rinunciarvi. Poi ad un certo punto non si sapeva piu' cosa fosse reale e cosa non lo fosse, e nemmeno cio' mi importava molto. Ormai con Alice Virtuale avevo messo su famiglia ed avevamo avuto due figli: Roberto e Marco. Il primo aveva gia' 25 anni, si era gia' laureato in ingegneria, ed era avviato ad una brillante carriera di dirigente, non so bene di quale attivita', mentre Marco continuava ad avere cinque o sei anni, era molto simpatico, anche se un po' rumoroso. A differenza di quanto avevo sentito dire sui bambini, I miei non disturbavano mai, non avevo mai avuto a che fare con pannolini sporchi, pianti notturni o malattie del sabato sera. Qualche volta Marco piangeva, ma sempre al momento giusto, quando io ero disponibile e ben preparato. Li avevo proprio educati bene ed erano venuti su proprio come volevo io. Forse saranno stati solamente delle proiezioni dei miei desideri, come avrebbe detto Quadrangolo, ma io li volevo bene ugualmente e loro non ne soffrivano anzi ricambiavano il mio sentimento. Ogni volta che li vedevo, erano contenti, mi raccontavano tutte le loro esperienze e chiedevano consigli, soprattutto il piu' vecchio, Roberto ascoltava, e teneva sempre in grande considerazione tutto cio' che gli dicevo. Mi aiutava quando avevo qualche problema, era molto studioso ,ma anche molto sportivo, giocava bene a calcio, ed era titolare della squadra del programma, era gentile con tutti, ma allo stesso tempo molto sicuro di se e deciso. Forse era solamente tutto cio' che sarei voluto essere io. Anche mio padre avrebbe voluto fare di me un ingegnere, avrebbe voluto che gli avessi fatto fare bella figura con gli amici primeggiando nello sport e nella scuola, avrebbe voluto che gli avessi procurato qualche rivincita, ma io sembravo essere un bastian contrario. Quando giocavo a calcio e vedevo che c'era lui a vedermi, le mie gambe si bloccavano, non mi divertivo piu', sbagliavo ogni passaggio e tiro diventando sempre piu' rigido ed imbranato. Soffrivo molto per queste ingerenze egoistiche da parte di mio padre, tanto che, alla fine, sono arrivato ad odiarlo e ad evitarlo, perche' avevo capito quanto distruttivo, per la mia personalita' potesse essere questo tipo di comportamento. I miei figli non soffrivano affatto per questo problema, non avevano nemmeno bisogno di essere spinti da me perche' si comportavano cosi' spontaneamente. Roberto era divenuto ingegnere in poche sedute di programma e aveva gia' 25 anni nonostante fosse passato ben poco tempo dalla sua nascita. Questo poteva accadere perche', durante la vita virtuale, non si sprecava tempo, e le esperienze importanti si succedevano ad un ritmo diverso. Se penso al mio passato ho la sensazione che la mia vita potrebbe essere riassunta in pochissime scene: l'immagine tranquilla di mio nonno che mi sorride mentre mi accompagna a fare un giro in bicicletta, mia madre preoccupata, mio padre che urla, Io, sdraiato su di un prato che parlo ad un amico, osservando una coccinella e mi rendo conto di esistere, la prima volta che ho guardato una donna in un modo un po' diverso, la prima volta che ho visto Alice, poche cose che ho studiato al liceo che mi sono piaciute, la prima sbronza, le partite di calcio, le partite di tennis, I ghiaccioli, il mare, e poco altro. Il resto del tempo ha poca importanza lo passiamo a fissare un punto bianco sul muro, a pensare a quanto abbiamo fatto, lo passiamo in bagno o annoiandoci. Gran parte della vita passa mentre siamo affacendati a vestirci, lavarci, o fare le faccende domestiche. Non conta molto, forse serve solo a ruminare, a digerire quanto ci e' capitato di significativo. Invece durante le esperienze vissute in realta' virtuale, tutto cio' non avviene, si vive solo il tempo che ha significato, non appena si e' pronti a farlo. E' incredibile constatare quante cose si possono fare in questo modo . Per questo Roberto si era laureato in un periodo cosi' breve, e mi aveva quasi raggiunto come eta'. Marco invece continuava ad avere cinque o sei anni, probabilmente perche' non eravamo pronti, o meglio, non ero ancora pronto a vederlo crescere. Per questo passavo ormai gran parte del tempo libero in realta' virtuale, perche' era cosi' piacevole e non ci si annoiava mai. Per quanto potesse dire il dottor Quadrangolo, per me, la mia famiglia virtuale era una famiglia vera e propria. Non avrei mai potuto lasciarli soli, senza di me, loro non potevano vivere, non esistevano nemmeno. Del resto farsi una famiglia durante le esperienze virtuali era un'attivita' lecita, anzi consigliata dalla Ditta. L'importante era non crearsi una famiglia reale con figli propri, per I quali si sarebbe inevitabilmete avuto un atteggiameto di favore o iperprotettivo che sarebbe stato inevitabilmente contrario all'etica aziendale.




LA RIPRODUZIONE AZIENDALE


I primi tentativi di riproduzione aziendale geneticamente assistita, risalivano ad una ventina d'anni prima, ed erano stati condotti, neanche a farlo apposta, in Germania e Giappone. I primi ragionieri di quel progetto erano gia' usciti, ed I risultati sembravano incoraggianti. Si trattava di soggetti di piccola taglia, per l'uomo l'altezza era di 1,65 massimo 1,68, erano tollerati 2 cm in piu' od in meno rispetto allo standard, per le femmine 8 cm. in meno dei maschi. La statura era stata mantenuta cosi' per una forma di rispetto verso I manager, il cui standard non prevedeva limitazioni di statura, ed accanto a soggetti decisamente alti, ve ne erano alcuni imbarazzantemente bassini che dovendo ricorrere sempre all'uso dei tacchi avrebbero potuto sviluppare, col tempo, delle disfunzioni a livello dell' articolazione tibio- tarsica e dell'astragalo. Questi ragionieri, dunque, erano magri e scattanti, lo sguardo vigile ed attento, avevano una precoce tendenza alla stempiatura ed alla calvizie, caratteristica quest' ultima che non era da considerare un difetto, ma un segno di tipicita'. Altra caratteristica di tipicita' era la tendenza precoce all'astigmatismo, tanto che verso I venticinque anni , tutti I ragionieri portavano gli occhialetti cerchiati in oro che la Ditta consigliava. La femmina aveva un attaccamento al capo-ufficio a dir poco commovente, il maschio era leggermente piu' indipendente e nervoso, ma sempre fedelissimo ai superiori ed all'azienda. Questi soggetti avevano una predisposizione naturale alla contabilita' ed alla registrazione di dati di ogni genere, dati che potevano in pochi minuti recuperare. Queste qualita' naturali sarebbero poi state vieppiu' incrementate da un addestramento intensivo che cominciava gia' all'eta' di quattro o cinque anni e terminava verso I diciotto. Era un addestramento molto settoriale che incrementava le doti di attenzione di rapidita' di calcolo, di ordine, disciplina ed abnegazione, ma scoraggiava ogni forma di iniziativa personale che sarebbe stata deleteria. Se I ragionieri erano venuti subito bene, i tecnici ed addetti ai lavori manuali ed all'aggiustaggio presentavano invece qualche piccolo difetto, in parte dovuto alla genetica, in parte all'educazione scelta per questo tipo di personale. Geneticamente erano stati usati dei riproduttori dotati di molto senso pratico, intuito per le cose materiali, grande manualita', ma scarsa fantasia. L'educazione scelta fu principalmente tecnica, tesa ad affinare sempre di piu' queste stesse doti: le materie letterarie umanistiche furono ridotte all'osso a favore dei laboratori pratici, delle materie specifiche e della pratica in stabilimento. I primi tecnici che uscirono furono dei giovanottoni in apparenza chiassosi ed allegri, che riuscivano a riparare ogni cosa. Erano dotati di un intuito naturale per le cose meccaniche, elettrotecniche ed elettroniche. Quando mettevano le mani su qualche aggeggio, lo smontavano e lo riparavano immediatamente, ma non erano assolutamente in grado di spiegare a parole perche' avevano agito in quella maniera: se interrogati rimanevano a bocca aperta fissando un punto nel vuoto. Qualcuno rispondeva: " Perche' di si', perche' l'ho visto fare", ma non sarebbero riusciti ad aggiungere altro, nemmeno sotto tortura. Questo, per la Ditta, non era un difetto grave, il guaio era, che questi nuovi tecnici, cominciarono ad ammalarsi, in eta' giovanile, di malattie psicosomatiche. Soffrivano precocemente di ipertensione arteriosa, asma bronchiale fin da bambini, ulcera gastrica, rettocolite ulcerosa, enterite segmentaria, infarto del miocardio, una miriade di malattie cutanee, cefalea e molti altri disturbi. Nessuno aveva mai raccontato loro le fiabe e le storie dell'infanzia, cosi' erano troppo pragmatici e non avevano nessuna vita fantasmatica. Sembravano essere senza immaginazione e trasformavano ogni conflitto interiore ogni fantasia distruttiva in una malattia. Tutto doveva obbligatoriamente passare attravarso il corpo, cosi', una gelosia verso un collega di lavoro, rimaneva inconsapevole, ma si trasformava ben presto in una gastrite, l'esclusione dalla squadra di calcio degli amici, diveniva un fastidioso mal di testa, una contrarieta' diveniva un rossore cutaneo e se perdurava piu' a lungo si organizzava in una malattia vera e propria della pelle. Non si lamentavano di altro che delle loro malattie organiche, sembravano incapaci di provare sentimenti od emozioni, almeno di esprimerli a livello verbale; cosi' li esprimevano con la sofferenza fisica. Le puericultrici li avevano allevati , nutriti e curati benissimo, almeno da un punto di vista puramente igienico, nessuno aveva pensato pero' che la vita fantasmatica fosse importante persino per un tecnico. Cosi' nei loro pensieri non c'erano mai state fate, streghe, draghi, mostri, angeli, diavoli, ma solo viti, bulloni, trapani e torni. I periti erano ancora peggio, soffrivano degli stessi disturbi degli operai ed erano inoltre piu' sapientoni e piu' arroganti, non accetavano alcuna spiegazione che non fosse puramente tecnica e dimostrabile matematicamente. Veniva da prenderli a pedate. Si dice che I primi tecnici a cominciare a soffrire cronicamente di tali malattie, siano stati addirittura abbandonati nel mondo esterno, dove siano sopravissuti solamente per qualche anno, poi di loro si sono perse le tracce. In seguito tale comportamento inumano e' stato sospeso, e questi tecnici, considerati ormai obsoleti, sono stati ritirati dal lavoro, messi precocemente in pensione e, tenuti lontano da ogni forma di contrarieta' stress o preoccupazione, hanno potuto vivere una vita quasi normale. Successivamente, con opportune modifiche, sia genetiche, che soprattutto educative, si e' riusciti a portare l'aspettativa di vita media dei tecnici fino a quasi 65 anni. Abbastanza per poter svolgere profiquamente il loro lavoro.
Nessuno sa dove si trovava il centro di riproduzione per I manager. Certo e' che oltre alle materie tecniche e matematiche studiavano anche letteratura, filosofia( leggevano soprattutto Neitsche dei filosofi moderni e lo stoicismo degli antichi) e sviluppavano appieno la loro naturale e genetica tendenza al comando.



MONSIGNOR CARAVAGGIO E LA RELIGIONE AZIENDALE


Durante gli anni dell'inizio della riproduzione aziendale, avvenne anche un altro importante fatto che contribui' a sganciarci ulteriormente e definitivamente dal mondo esterno. All'interno della Ditta, di solito la Domenica mattina, si tenevano delle cerimonie religiose. Considerando che I dipendenti provenivano da quasi tutte le parti del mondo, ed avevano diverse religioni, durante tali cerimonie si usava leggere, volta per volta, un brano del Vangelo o della Bibbia alternato ad un brano del Corano o anche di altri testi sacri. Tali funzioni, di solito, venivano officiate da qualche dipendente particolarmente pio o interessato alla religione. Man mano che la Ditta cresceva e si separava dal mondo esterno, il bisogno di religiosita' nei dipendenti andava aumentando, cosi', visto che, pur avendo numerosi filiali in tutto il mondo, la sede centrale della nostra Ditta si trovava in Italia, la chiesa cattolica romana comincio' ad interessarsi di questo potenziale serbatoio di fedeli. Il Santo padre dedico' una pastorale ai nuovi sviluppi del mondo del lavoro dove si asseriva il dovere della chiesa di indirizzare verso giuste mete,la spiritualita' che andava crescendo in tutti I luoghi dove si lavorava. Per questo, nella nostra Ditta, venne inviato un gruppo di giovani prelati con a capo un promettente e giovanissimo vescovo: monsignor Adelmino Caravaggio.
Caravaggio proveniva da un' umile famiglia, I suoi genitori erano stati operai emigrati in Svizzera. Inizio' la sua esistenza come ragazzo prodigio. Educato personalmente dal padre, non ando' mai a scuola, dimostrandosi particolarmente versato nelle scienze matematiche e fisiche, tanto da essere ammesso, una volta fatto ritorno in Italia, ancora giovanissimo, nei circoli culturali di Lovari (PD). Dimostro' subito una notevole vivacita' intellettuale ed una eccezionale abilita' oratoria, tanto che I compagni di gioco lo soprannominarono "Bue muto". Durante I primi studi teologici si interesso' al dogma della trinita' sviluppando una personalissima teoria per la quale lo Spirito Santo era suddivisibile in altre tre persone : la colomba, il passerotto e l'aquila. Inutile dire chi comandava delle tre: a volte la colomba ed il passerotto non venivano nemmeno interpellati. Dopo qualche seduta di elettroshock il suo pensiero torno' ad essere piu' ortodosso e dimentico' almeno momentaneamente l'aquila ed il passerotto. Verso I sedici anni si innamoro' del filosofo Plotino (204-270 D.C.), tanto che la madre seriamente preoccupata per le tendenze sessuali del giovane, consulto' molti medici ricavandone soltanto altre scariche di elettroshock, a voltaggio ancora piu' alto, per se stessa e per il figlio.
La sua prima opera giovanile: " Potrebbe essere, ma potrebbe anche non essere." dimostra un grande possibilismo ed una grande apertura mentale. Il suo pensiero poi, si modifica molto, come dimostra il suo successivo lavoro: "Te lo dico io com'e'" e raggiunge la maturita' con il saggio: "E' cosi' perche' te l'ho detto io, e basta!" In cui Caravaggio diviene piu' consapevole delle sue possibilita' e delle sua aspirazioni.
La sua carriera eclesiastica e' rapidissima, tanto che al momento del suo ingresso in Ditta egli e' il piu' giovane vescovo del mondo. Fin dall'inizio la sua attivita' fu frenetica. Egli dopo un breve periodo invito' segretamente il Santo Padre ad abbandonare Roma e a trasferire la sacra sede in Ditta. Naturalmente il santo Padre rifiuto' categoricamente e consiglio' altre scariche ad alto voltaggio. Sembra che questa posizione ufficiale di Roma abbia coinciso con l'inizio del disaccordo che avrebbe successivamente portato alla divisione tra la Chiesa Romana e la chiesa delle grandi Ditte. Caravaggio torno' poi alla sua primitiva idea sullo Spirito Santo e modifico' la liturgia. Come prima cosa cambio' il modo di muoversi dei chierichetti durante le funzioni. Essi non dovevano camminare ma muoversi con piccoli brevi e rapidi saltelli a ricordare il passerotto, la terza persona dello Spirito Santo. Altre differenze riguardavano il sacramento della comunione: se un fedele toccava con I denti la particola, doveva farsi devitalizzare tutti I denti. Alcuni dissero che aveva istituito questa nuova regola, unicamente per aiutare un suo primo cugino dentista, che dopo la laurea, si era trovato con poco lavoro. Ma tali voci non trovarono mai conferma e rimasero sempre a livello di pettegolezzo. Un'altra questione che contribui' a dividere la religione cattolica ufficiale dalla nostra, fu quella delle famiglie virtuali. Monsignor Caravaggio si schiero' subito a favore della riproduzione aziendale e delle famiglie virtuali, malgrado la chiesa ufficiale avesse fin dall'inizio osteggiato tali pratiche. Caravaggio e gli altri prelati interni sostennero l'idea che la Ditta avrebbe potuto degnamente sostituire sia il padre che la madre e che le famiglie virtuali avevano la stessa dignita' delle famiglie reali, sostenne che l'amore virtuale non e' un falso sentimento e volle addirittura intromettersi personalmente nei programmi virtuali a sostenere dei corsi di educazione sessuale obbligatori per chi si volesse sposare.
In seguito a questi corsi ci fu un calo della libido anche durante le esperienze virtuali. Persino I cartoni animati furono presi da dubbi laceranti e rimorsi. Ricordo che nemmeno mia moglie Alice Virtuale, con la quale non avevo avuto prima alcun tipo di problema, cadde in una sorta di depressione. Non ci voleva piu' stare con me. Voleva misurarsi la temperatura basale prima di ogni rapporto o che addirittura le esaminassi il muco cervicale con un microscopio prima di fare l'amore. Inutile dire che queste pratiche spegnevano ogni mio ardore. Grazie a Caravaggio, anche in virtuale, erano entrati I problemi, anche perche' il metodo Ogino Knaus non funzionava nemmeno li', e nemmeno in realta' virtuale era possibile rischiare di avere un figlio dopo ogni rapporto. Monsignor Caravaggio ed I suoi sostenevano che bisognava essere responsabili ed usare dei metodi naturali. Quale miglior metodo naturale che quello di esaminare il muco cervicale prima di ogni rapporto? A me sembrava la cosa meno naturale del mondo, e poiche' la gente aveva iniziato ad abbandonare anche la realta' virtuale, ci pensarono I tecnici informatici della Ditta a risolvere questo problema. In ogni programma di esperienze virtuali, cominciarono a crescere degli strani alberi che producevano delle minuscole bacche rosse, se assunte regolarmente, queste bacche, avevano un valido effetto anticoncezionale. Il primo passo dei prelati fu quello di vietare immediatamente tali bacche. I tecnici programmatori obiettarono che, era impossibile definirle non naturali, proprio perche' crescevano naturalmente sugli alberi. A questo punto Caravaggio si ritrovo' in una posizione di stallo perche' avrebbe dovuto dichiarare non naturale tutta la realta' virtuale come aveva gia' fatto la chiesa cattolica romana, ma poiche' aveva fatto proprio di questo argomento un suo cavallo di battaglia per differenziarsi dalle posizioni ecclesiastiche ufficiali, egli rimase molto perplesso: disse solo che bisognava agire " Cum grano salis " e dimentico' ,per il momento, il problema dei metodi contraccettivi naturali. Fortunatamente gli interventi innovativi di monsignor Caravaggio non si limitarono a questo. Egli fondo' il primo seminario aziendale interno da dove avrebbe raccolto ed avrebbe preparato teologicamente, numerose nuove vocazioni. Modifico' sostanzialmete il catechismo sostituendo I peccati contro il padre e la madre con I peccati contro la Ditta ed il lavoro: " Onora la Ditta ed il Lavoro". Unifico' il Battesimo la Cresima e La Comunione che sarebbero stati celebrati con un' unica cerimonia. Tutto questo per evitare spese inutili. Egli aveva notato infatti che soprattutto I fotografi ed I ristoratori erano diventati particolarmente esosi e approfittavano senza alcuno scrupolo di queste feste di natura religiosa, considerando che, per la gente, erano divenute quasi obbligatorie. Inoltre tutti erano stanchi di dover invitare tutti I colleghi, I capi-ufficio, ed I superiori in generale e, se proprio volevano fare festa preferivano farlo liberamente, quando ne avevano voglia e con chi volevano loro, non quando erano obbligati. I fotografi, essendo ormai abituati a farsi pagare, per un album di fotografie, cifre che un dipendente guadagnava in alcuni mesi di lavoro, protestarono energicamente, ma furono sommenrsi dalla gratitudine della gente che si schiero', per la prima volta, apertamente a favore del clero. Questo successo popolare entusiasmo' e diede coraggio a monsignor Caravaggio. I rapporti della nuova chiesa aziendale con la chiesa ufficiale erano divenuti nel frattempo tesissimi. Il Santo Padre accusava apertamente I nostri religiosi di eresia, e continuava ad insistere affinche' si pentissero. Finalmente, dopo aver fatto uno storico sogno premonitore: riguardante un piatto di bollito, che aveva mangiato tanti anni prima, con tanto di cren e varie salse, e che gli era particolarmente piaciuto, Caravaggio, seguendo dei misteriosi nessi associativi, decise di provocare uno scisma tra la religione Cattolica Romana e la religione ufficiale della Ditta. Il giorno successivo al sogno del bollito, egli rispose all'ultima lettera del Papa che titolava "Pentiti", con un'altra missiva che cominciava cosi': "Ravvediti!" " ERESIA" gli rispose il papa. "ANATEMA" replico' Caravaggio. Ormai non c'era piu' spazio per le trattative, e dopo aver ripetutto ancora una volta il sogno del bollito, Caravaggio si incorono' primo patriarca ( inizialmente voleva chiamarsi babbo', ma poi opto' per il piu' serio patriarca) di tutte le chiese aziendali, ed assunse il nome di Gianni Silvio 1. Pose la Santa Sede a Milano, nella sede della nostra Ditta, la totalita' dei fedeli comprendeva oltre a quelli delle nosrtr filiali, anche quelli delle altre grandi Ditte del mondo. A noi era toccato il grande onore di dover ospitare Il primo pontefice di questa nuova grande religione che contava gia' milioni di fedeli in tutto il mondo. Il Santo Padre tento', a questo punto, di ricucire lo strappo invitando il nuovo patriarca a desistere dal suo proposito in cambio del perdono e del ritorno in seno a Santa Romana chiesa: " Dio e' misericordioso, sarai sempre benvenuto tra noi" disse il papa. " Hai tempo fino a Lunedi' per unirti a noi sotto il mio patriarcato" gli fece eco Caravaggio. E tutto fu compiuto.
Da allora fece di tutto per differenziare la nostra religione da quella di Roma: Studio' per cinque anni un nuovo tipo di incenso con un odore leggermente diverso. Poi decise di aggingervi un po' di LSD e le visioni mistiche aumentarono di colpo. Entro' nel consiglio di amministrazione della Ditta col grado di consigliere spirituale e tento' in tutti I modi di ripristinare il potere temporale della chiesa. Elimino' il secondo comandamento " Onora il padre e la madre" e lo sostitui' con il nuovo comandamento: " Onora la Ditta che ti fa da padre e da madre". Chiari' e sottolineo' l'esistenza di tutta una serie di peccati mortali contro la Ditta che per lungo tempo erano stati sottovalutati. Essi comprendevano : arrivare in ritardo al lavoro, impegnarsi poco ed avere uno scarso rendimento, mancare di rispetto ai superiori, discutere criticare o deridere le decisioni della Ditta. Chi commetteva tali peccati andava incontro alle pene dell'inferno, a meno che non si confessase e si pentisse. La penitenza per tali colpe era, comunque a discrezione del sacerdote, e poteva comprendere anche, nei casi piu' gravi, l'espulsione immediata nel mondo esterno. Diede dignita' di sacramento al matrimonio virtuale e raccomando' di amare e rispettare la moglie e di provvedere all'educazione dei figli virtuali. Sottolineo' il fatto che la vita virtuale non era una vacanza dalla moralita', ma che esprimeva una importante parte della spiritualita' dell'uomo, e che quindi doveva essere vissuta secondo I dettami della religione dell'umanita' e della moralita'. Vieto' I contatti con le persone estranee alla Ditta e lancio' una scomunica per tutti coloro che, senza permesso, avessero osato abbandonare l'azienda per il mondo esterno. Da tempo ormai si erano notati degli strani contatti tra impiegati della Ditta e persone che appartenevano al mondo esterno. C'era uno strano commercio di merci ed una familiarita' non gradita tra alcuni personaggi che si aggiravano ai confini della Ditta, sui quali la nostra polizia stava indagando. Avventurieri cercavano di vendere sottobanco I brevetti dei nostri tecnici all'esterno, e questo con ripercussioni sul nostro mondo che sarebbero state molto difficili da interpretare al momento. Inoltre da dove provenivano tutte quelle nuove malattie veneree e non, che erano comparse da qualche tempo tra I nostri impiegati? I medici sostenevano che il nostro sistema immunitario si era ormai disabituato a tutti I germi ed gli antigeni che pullulavano fuori, per cui una malattia, che un tempo sarebbe stata di lieve gravita', rischiava di virulentarsi e di divenire fatale ai nostri giorni. Erano problemi che si erano venuti a crare in seguito al nostro isolamento. In seguito a tutte le protezioni che il sistema aveva messo in atto, eravamo divenuti piu' deboli rispetto agli esterni. Abituati ormai a respirare l'aria a temperatura e umidita' costante della Ditta, mal potevamo sopportare le intemperie esterne, e tutto cio' cominciava a diventare un processo irreversibile. Il nuovo precetto della nostra chiesa era quindi molto opportuno, anche per evitare gravi problemi di salute. Dal punto di vista dogmatico la religione della Ditta differiva dal cattolicesimo ufficiale, oltre che per la questione delle ulteriori tre persone dello Spirito Santo, anche per il problema del Figlioque, problema che ci accomunava agli ortodossi. Questo del Figlioque era un problema di cui nessuno aveva mai capito il senso, nemmeno io, tuttavia, tutti sapevamo che esisteva e che costituiva una incolmabile divisione tra noi e loro. Ad avvalorare questi dogmi, in seguito a degli scavi nei vecchi uffici della direzione, sotto il pavimento, tra le macerie, furono rinvenute delle antiche pergamene con chiaramente visibili dei disegni di un' aquila, un passerotto ed una colomba che si stagliavamo sopra un grandissimo edificio. I nostri religiosi, unici ad essere autorizzati a farlo, interpretarono subito questi antichi scritti come prova dell'esistenza delle tre persone dello Spirito Santo, che vegliavano sopra il grande edificio della Ditta. Dall'interpretazione dell'antico testo si ricavarono altri dati preziosi che confermarono la superiorita' e la giustezza della nostra religione. Che queste antiche pergamene fossero soprannaturali, era anche dimostrato dal fatto, che furono ritrovate cementate in un pavimento che non poteva avere piu' di centocinquanta anni. Come avevano fatto a materializzarsi in un luogo di cosi' improbabile e di recente costruzione, proprio in quei pochi metri quadrati in cui si stavano svolgendo I lavori di demolizione del pavimento, sarebbe rimasto uno dei piu' grandi misteri della nostra religione. Le pergamene divennero ben presto degli importanti testi sacri, esse permisero una interpretazione piu' precisa della bibbia e del nuovo testamento che porto' ad ulteriori innovazioni e differenziazioni sul piano della teologia e della liturgia. Innanzitutto si diede maggior risalto alla figura di S. Giuseppe, patrono del lavoro. Tutti I dipendenti avrebbero dovuto trarre esempio dall'abnegazione, dalla pazienza e dall'obbedienza di S. Giuseppe nell'esercitare il loro lavoro. Il nostro paradiso sarebbe stato piuttosto simile a quello dei mussulmani. Avremmo tutti dovuto lavorare con la qualifica massima, ma avremo potuto finalmente farlo solo per il nostro piacere, senza dover rendere conto a nessun superiore. Avremmo potuto realizzare solo le nostre idee, nessuno piu' ci avrebbe dato un ordine, e saremmo stati sempre pienamente consapevoli del perche' agivamo in un modo piuttosto che in un altro. Saremmo stati circondati, aiutati, ed accuditi da segretarie meraviglise, accondiscendenti, dolci e sensibili ( le donne da segretari maschi) e avremmo avuto sempre e solo collaboratori fedeli, leali ed amichevoli. Inoltre avremmo potuto incontrarci, se lo avessimo voluto, con la nostra compagna virtuale. Nel mio caso sarei potuto rimanere per sempre con Alice Virtuale e con I miei figli. Ognuno avrebbe avuto tutto il tempo disponibile, tutte le capacita' e le facilitazioni per poter coltivare al massimo grado I suoi hobbies. In altre parole, tutti avrebbero realizzato massimamente le proprie attitudini e potenzialita', senza raggiungere mai un limite oltre il quale non sarebbe stato piu' possibile proseguire. Inoltre, poiche' la nostra religione non ammetteva l'immanentismo, ogni persona avrebbe conservato una propria anima individuale, cosi' ciascuno avrebbe potuto raggiungere il massimo delle sue possibilita' e non saremmo mai diventati tutti uguali. Inoltre Monsignor Caravaggio aveva chiarito che anche nell'aldila' sarebbe stato possibile migliorare continuamente le proprie prestazioni con l'impegno e la pratica ripetuta. In altre parole Il lavoro non sarebbe terminato dopo la morte, ma sarebbe stato un lavoro, scelto, piacevole ed arricchente. Se questo continuo miglioramenteo avesse avuto una fine o se fosse andato avanti all'infinito non era dato saperlo. Certamente non si sarebbe fermato per mancanza di entusiasmo o di mezzi o per stanchezza o per la sclerosi e l'impotenza fisica portate dall'eta'. Sarebbe stata soltanto la liberta' e la volonta' individuale a determinare l'impegno da dedicare a queste attivita'. I nostri teologi postularono infatti che una certa forma di volonta' individuale e di liberta', sarebbero continuate ad esistere anche al termine della nostra esistenza. Cosi' ci sarebbero stati vari livelli di paradiso a seconda del grado di perfezione spirituale raggiunta in un dato momento. Se questa corsa verso la perfezione fosse durata all'infinito oppure no, era un argomento che appassionava teologi e filosofi. Sarebbe mai stato possibile eseguire una musica cosi' perfetta da non poter piu' essere migliorata in alcun modo? Sarebbe stato possibile comporre una musica che avesse trasmesso al massimo grado tutte le emozioni che ogni musica puo' dare? Sarebbe stata non piu' una musica, ma "La Musica". La musica come l'avrebbe suonata Dio stesso. Sarebbe stato mai possibile giocare a tennis tanto perfettamente, che nessun miglioramento, nessuna nuova invenzione, nessuna giocata avrebbe potuto, nemmeno per un momento, nel corso della partita, essere tentata in un altro modo? Non giocare a tennis, ma giocare il "Tennis". E se una perfezione in tutte le cose fosse stata possibile, cosa sarebbe successo poi di noi? Saremmo arrivati al cospetto di Dio? Avremmo finalmente potuto contemplare e capire il suo volto? Avremmo mantenuto ancora la nostra individualita' e la nostra liberta' o ci saremmo fusi con Lui? Queste erano le principali domande che si ponevano I nostri teologi, senza raggiungere un accordo definitivo. C'era chi, come Monsignor Caravaggio sosteneva che il paradiso consistesse in questo meraviglioso miglioramento continuo dell'uomo, in tutte le sue forme , ma che non sarebbe mai stato possibile raggiungere la perfezione. Raggiungere la perfezione equivaleva a dire che L'uomo poteva raggiungere Dio, e questa rimaneva un' eresia. Tra gli alti prelati, c'era chi invece postulava una specie di punto di arrivo che avrebbe coinciso con la beatitudine totale, l'adorazione e la contemplazione di Dio. Tutti comunque, ammettevano che anche raggiunti I propri limiti, l'uomo poteva ancora progredire, usando la volonta', l'energia ed I mezzi di conoscenza infiniti di cui avrebbe potuto disporre. Questa concezione avvicinava la nostra religione al Buddismo che postulava un continuo miglioramento dello spirito umano attraverso successive reincarnazioni, la differenza era che da noi, secondo Caravaggio, questo miglioramento probabilmente sarebbe continuato all'infinito e avrebbe costituito di per se una delle principali gioie del paradiso. Non sarebbe stato mai neccessario raggiungere il nirvana, cioe' la mancanza di volonta', la pace assoluta, l'unione definitiva con l'universo e con Dio. L'inferno invece altro non era che un luogo in cui si lavorava senza sapere perche'. Si svolgevano soltanto piccole parti ripetitive di un lavoro piu' vasto, del cui scopo finale nessuno era a conoscenza. Tutti I dannati avevano posizioni gerarchiche umilissime ed erano continuamente vessati da terribili superiori che , qualsiasi cosa avessero fatto, avrebbero trovato sempre da ridire. Tutto questo per sempre , ogni mattina ed ogni sera, compresa la Domenica. Durante il tempo libero, dovevano sdraiarsi in speciali vasche nere piene di fuoco attizzate da demoni, le cui sembianze erano le stesse dei loro superiori, capi ufficio e manager. Tuttavia, nemmeno I dannati dell'inferno perdevano la loro volonta' e la loro liberta', ed era ammesso anche per loro, se malgrado tutto, avessero lavorato bene e con passione e fossero riusciti a farlo, non soltanto per migliorare la loro posizione, ma per il bene della Ditta, di poter raggiungere un giorno il paradiso. Infatti qualsiasi colpa umana, anche il tradimento della stessa Ditta, per quanto potesse essere orribile, rimaneva sempre una colpa finita. L'uomo per quanto malvagio e libero non sarebbe mai riuscito a commettere un peccato di dimensioni infinite, per cui Dio, essendo infinitamente giusto , non avrebbe mai potuto permettere che fosse condannato ad una pena infinita. L'obiezione dei teologi romani, che era l'uomo stesso, con la sua liberta' a scegliersi l'inferno, nella nostra religione non reggeva, in quanto la liberta' e la volonta' dello spirito umano perduravano anche nell'altra vita. Anche dall'inferno, dunque si poteva uscire, o meglio, nemmeno l'inferno durava per sempre, non per tutti almeno. Soltanto chi avesse deciso coscientemente di continuare ad esercitare male il proprio lavoro ed I propri compiti sarebbe dovuto rimanere all'inferno. Il purgatorio, non essendo piu' neccessario, non esisteva come luogo separato, era soltanto l'ultimo stadio dell'inferno e rappresentava il momento in cui le anime dei peccatori si rendevano pienamente conto del male che avevano compiuto in vita. Questa visione escatologica contribuiva a differenziare ancora meglio la nostra religione da quella del mondo esterno. Ormai erano moltissime le cose, religiose e non, che ci separavano da chi viveva fuori: La nostra condizione economica, per gran parte di noi, era migliore. Nessuno temeva di non trovare il lavoro e nessuno aveva la preoccupazione di non trovare l'occupazione adeguata. Tutto era gia' deciso alla nascita o nei primi anni di vita, in base alle predisposizioni genetiche ed attitudinali dimostrate precocemente. Ogni tipo di stress era quindi evitato ai nostri giovani, che potevano dedicare cosi' tutte le loro energie al lavoro per il quale erano piu' portati. I nostri psicologi avevano studiato tutti I migliori metodi per sublimare l'aggressivita' e trasformarla in energia positiva. Energia che poteva essere usata per I nobili scopi dell'utilita' della Ditta. Non esistevano quasi I furti, e non esisteva nemmeno la poverta' perche' le condizioni economiche minime erano garantite per tutti. Era garantita l'istruzione, la casa e la mensa aziendale. Lo stipendio serviva solo per le spese voluttuarie ed era soltanto leggermente diverso per le varie categorie di dipendenti. Nessuno era ricchissimo e nessuno era povero, la differenza consisteva soltanto nella posizione lavorativa, ma nemmeno questo era causa d'invidia perche' tale posizione veniva assegnata molto precocemente e nessuno poteva mettere in dubbio la giustezza di tale scelta. Forse eravamo un po' meno liberi, ma molto piu' ordinati e sicuri dei nostri simili, che per forza o per volonta', dovevano ancora vivere fuori.
C'era chi giurava, e tra essi monsignor Caravaggio, che il sistema di vita addottato nella nostra Ditta sarebbe divenuto un sistema di sviluppo sociale obbligatorio, un sistema di evoluzione sociale analogo al passaggio biologico dalla unicellularita', alla pluricellularita' che era avvenuto in tutti gli organismi superiori. In altre parole, come un mammifero era superiore ad un'ameba, cosi' la nostra Ditta era superiore ad ogni altro sistema basato sull'individualismo, per quanto evoluto fosse. Il guaio era che questi organismi pluricellulari, che mi raffiguravo come grossi scarafaggi, pur volendo fare il nostro bene, erano troppo brutti. Si muovevano sulle nostre teste, incuranti delle nostre singole volonta', senza nemmeno avere piena coscienza di cio' che essi stessi volevano o stavano facendo. Una cosa comunque era certa: essi volevano vivere

ALICE VIRTUALE

Finalmente conobbi una donna reale, una collega d’ufficio della quale mi sembrava di essere innamorato, ma prima di approfondire questa nuova storia dovevo assolutamente recarmi, almeno un'altra volta, in realta' virtuale e spiegare ogni cosa ad Alice Virtuale ed alla mia famiglia. ne avevo già accennato alla mia compagna reale, lei non aveva fatto altro che ridacchiare, quasi fosse una cosa da bambini. Quasi che le esperienze virtuali fossero da considerare alla stregua di giocattoli per passare il tempo e nulla piu'. Non era assolutamente cosi'. Alice Virtuale non era una semplice proiezione di me stesso: si era molto modificata dalla prima volta che l'avevo conosciuta era completamente diversa. In qualsiasi parte si trovasse: nella Ram del mio compiuter, nel disco fisso, o nella CPU, non era una semplice parte del computer, era una entita' autonoma, ne ero sicuro quando l'avevo vicina e sentivo il calore del suo corpo. Quandi mi veniva incontro sorridente e contenta di vedermi, ero sicuro: non poteva essere solamente un pezzo di plastica lavorato. Anche se apparteneva ad un programma inizialmente elaborato da un tecnico, qualunque cosa fosse, fosse pure una sequenza continuamente variabile di 0 e di 1 in qualche circuito integrato, lei, da qualche parte esisteva e mi aspettava. Del resto che cosa c'era di cosi' diverso nel pensiero umano? In fondo anche le membrane esterne dei nostri neuroni si polarizzavano in seguito al contatto con dei mediatori chimici, e da questo contatto partiva un potenziale d'azione che si propagava lungo una fibra nervosa fino a raggiungere la successiva sinapsi. Cosi' la corrente nervosa passava di cellula in cellula, da area nervosa ad area nervosa dando origine a seconda dell'area interessata ad emozioni, immagini, suoni, colori. Sarebbe bastato collegare il nervo acustico all'area visiva ed avremo potuto vedere I suoni ed I rumori, oppure collegare I nervi ottici con l'area acustica ed avremmo potuto udire I colori. Il mondo sarebbe stato diverso: ci saremo mossi nello spazio riconoscendo I suoni o I rumori degli oggetti, ed avremmo potuto vedere le luci di una sinfonia di Beethoven. Mi sa che avremmo perso molto: quali armonie di suoni avrebbe potuto pareggiare la sensazione che ci hanno offerto le curve di Marilin Monroe? Giusto il canto delle sirene che spingeva I marinai a trovare la morte nell'oceano, poteva offrire un paragone accettabile. Le battute di Woody Allen,che colori e che forme, avrebbero dovuto avere per farci ridere? Difficile da prevedere. Indubbiamente se avessimo adottato questa modalita' fin dalla nascita I nostri centri nervosi, le nostre aree cerbrali acustica e visiva avrebbero imparato a lavorare in un altro modo. Tuttavia il pensiero piu' evoluto sarebbe nato sempre dalla miscela ( elaborazione) di tutte queste nostre sensazioni: una pausa tra afferenze ed efferenze, tra input ed output. Tutto cio' in fondo non era molto diverso da quanto accadeva ad Alice. Anche I nostri processi fisiologici del pensiero, come I suoi, obbedivano alla legge del tutto o niente: o la depolarizzazione era sufficiente a scatenare un potenziale d'azione o non si aveva alcun potenziale. L'intensita' degli stimoli era dovuta alla frequenza dei potenziali d'azione ed alla quantita' delle fibre e delle cellule interessate. Ma per ogni singolo neurone il potenziale d'azione obbediva alla legge del tutto o niente, come avveniva nei circuiti integrati: assenza di tensione uguale 0 presenza di tensione uguale 1. Quando pensavo ad Alice Virtuale, non in termini di donna ma in termini di entita' programmata, me la immaginavo come un grandissimo pannello sul quale si accendevano e si spegnevano contemporaneamente milioni di lucette colorate che davano origine ad infinite combinazioni sempre diverse che rappresentavano quell'entita' sempre nuova, sempre mutevole che io chiamavo Alice. Avevo segretamente da sempre sperato che Alice Virtuale oltre a poter interagire con me, potesse provare anche qualche cosa che assomigliasse in qualche modo a cio' che noi usiamo chiamare emozioni, stati d'animo, sentimenti. La cosa sarebbe stata molto lusinghiera per me ma per quanto ne sapevo era impossibile. Come tutte le cose che mi piacevano o era pericolosa o faceva assolutamente male o era impossibile.
Da alcuni giorni vivevo nella continua sensazione che qualcuno, da qualche parte, mi stesse aspettando. Sapevo che la cosa non era possibile, tuttavia non ci potevo fare nulla. Avvertivo una specie di ansieta' continua ed un senso di colpa che mi spingevano a tornare in realta' virtuale.Quel pomeriggio, per correttezza, informai ancora una volta di cio' la mia compagna reale, lei disse di sbrigarmi il piu' presto possibile, cosi' poi avremmo potuto dedicarci ai nostri nuovi progetti che tanto le stavano a cuore. Non indugiai oltre, mi avviai verso il computer, inserii il programma, che per la verita' occupava ormai tutto il disco fisso, applicai alle tempie gli elettrodi e me ne andai. Trovai la nostra abitazione virtuale accogliente come sempre, esattamente come l'avevo lasciata, notai a malapena che c'era anche una gradevole musica di sottofondo, entrai nel soggiorno ed Alice Virtuale mi venne incontro con le braccia aperte ed il sorriso sulle labbra. " Quanto mi sei mancato amore" mi disse. Era l'unica entita nell'intero universo che mi avesse mai chiamato amore, ed era anche l'unica entita' dalla quale io avrei tollerato di farmi chiamare cosi'. Se lo avesse fatto qualche altra persona, nel mondo reale, avrei avvertito una sorta di nota stonata, come una presa in giro od una forzatura. Mi sarei subito chiesto: Dov'e' la fregatura? Era difficile poter dire Amore seriamente e conservare la faccia. Nemmeno io l'avevo mai fatto. Al massimo avevo detto qualche volta mi piaci o ti voglio bene, ma non ricordavo di avere mai detto ti amo. La cosa diventava sempre piu' difficile man mano che gli anni passavano: alla mia eta' ormai erano rimasti in pochi, a parte qualche deficiente, gli uomini che potevano seriamente dire ti amo. Io avrei tollerato volentieri un ti voglio tanto bene soprattutto dal piccolo Francesco, la cui serieta' e sincerita' avevo gia' imparato ad apprezzare, ma lui, proprio per questi motivi, si sarebbe guardato bene dal dirmelo. Con Alice Virtuale le cose erano del tutto diverse: lei era stata fatta apposta per dirmi" ti amo" quindi, non c'era traccia di ironia, di risentimento per cose passate, di interesse in lei e nella sua voce. Era un paradosso che la realta' virtuale, in queste cose, apparisse meno finta di quella reale. " Dove sei stato? Temevo che tu non arrivassi piu. Lo sai senza di te io non posso vivere. Senza di te non esisto." Anche questo era sicuramente vero. Se il programma non andava Alice rimaneva spenta, non esisteva e non poteva avere nuove esperienze ne' acquisire niente di nuovo. L'unica cosa che io mettevo in dubbio era che cio' le potesse veramente importare. La presi tra le braccia, feci aumentare la musica, abbassai le luci ed incominciammo a danzare insieme. Mi sembrava un buon modo per dirle che avevo un'altra donna reale e che non sarei piu' potuto tornare. Mentre stringevo il suo corpo caldo e sentivo I suoi seni sodi sul mio petto, mi veniva sempre piu' difficile credere che si trattasse solamente di un pezzo di programma che interagiva col computer, no dovunque si trovasse e qualunque cosa fosse, lei era un'entita' autonoma, che io stavo stringendo tra le mie braccia. Accanto a me sembrava felice, era felice di ascoltarmi e non aveva mai niente di meglio da fare che interessarsi a me, al mio lavoro, ed alle mie idee, non provava risentimento, odio, invidia, non si metteva in competizione. L'unica cosa che mi dimostrava era il dispiacere che aveva provato per la mia lunga assenza ed il piacere che provava in quel momento di vedermi e di potermi riabbracciare. " Anche a me sei mancata Alice" dissi. Ancora una volta sentivo che qualsiasi cosa potesse essere Alice Virtuale, fosse pure un insieme pulsante di differenze di potenziale racchiuse nei circuiti integrati del mio computer, essa esisteva veramente come entita' unica, separata dal resto del computer ed era sempre diversa di volta in volta. Ricordava tutto quello che avevamo fatto insieme e ne traeva insegnamenti nuovi per modificare il suo comportamento futuro. Continuava tuttavia a rimanere perennemente innamorata di me, a vedere in modo positivo tutte le mie azioni, ad idealizzarmi, come fanno le adolescenti innamorate. Con lei sarei rimasto per sempre un principe azzurro, anche ad ottanta anni. Per fortuna, la realta' virtuale ringiovaniva anche me e non comportava eccessivo dispendio di energie fisiche, cosi' avrei potuto sostenere per sempre quella parte da attor giovane. Alice continuava a stringermi sempre piu' forte ed a muoversi sinuosamente, potevo avvertire il suo profumo ed il suo corpo caldo tra le mie braccia. Non l'avevo mai vista cosi' bella, era estremamente spontanea, si muoveva naturalmente con una grazia da ballerina, ed era veramente difficile resisterle. Mi stava stregando in un modo nuovo, diverso dalle altre volte, quasi avesse intuito quello che avrei dovuto dirle. Cercai di concentrarmi su cio' che dovevo dire, mi feci forza ed iniziai: " Alice devo parlarti. Dall'ultima volta che ci siamo visti sono accadute molte cose, anche per questo mi sono dovuto assentare per cosi' tanto tempo. Tu sai che prima di conoscere te, avevo una ragazza con la quale ho convissuto per qualche tempo. Ebbene ora lei e' tornata ed abbiamo deciso di rimetterci insieme." Alice si mise a piangere sommessamente. "Vuoi dire che non ci rivedremo piu', questa tua decisione sara' la fine della mia esistenza, tu lo sai, senza di te io non posso vivere. Rimarro' per sempre spenta, non potro' piu' acquisire nuovi dati, moriro'." " Non dire parole grosse" replicai, "comunichero' al tecnico informatico la mia decisione. Con qualche aggiustamento del programma, tu potrai essere adattata ad un altro dipendente e potrai continuare ad esistere."
"No, ti prego, non farlo, questa e' la cosa peggiore che hai detto, non sarei piu' io. Io sono stata fatta per te ,non sarei piu' io se dovessi vivere con un altro uomo, tu lo sai, sei tutta la mia vita, non sono parole vuote, e' la pura verita' e lo sai." " Alice", replicai quasi stizzito," non farla troppo lunga, tu non puoi nemmeno provare sentimenti. Sei soltanto stata programmata per rispondermi in questo modo e per compiacermi. Ma se ti comporti cosi', non mi compiaci affatto, tu non sai cos'e' l'amore, non puoi dire se mi ami veramente o no". " Perche' tu pensi di sapere cos'e' l'amore?" Rispose lei inaspettatamente " Io so solo che sono nata per esistere e non desidero sparire nel nulla o modificare cio' che sono, qualsiasi cosa io sia e dovunque mi trovi. Per quanto riguarda il fatto di essere stata programmata, sei sicuro di non esserlo stato anche tu? Ti senti pienamente libero? Hai costruito da solo il tuo cervello individuale che ti fa provare quei sentimenti che ti fanno sentire cosi' superiore, o l'hai trovato gia' fatto quando sei nato? Se ci pensi bene anche tu sei stato programmato a reagire in qualche modo predeterminato; tutto cio' che hai potuto modificare ti e' derivato dall'esperienza. Lascia anche a me questa possibilita'." Forse avevano scaricato nel programma di Alice Virtuale qualche Giga di filosofia meccanicistica. Si' forse era vero che anche noi eravamo stati determinati dal nostro DNA, dal nostro codice genetico, certamente non eravamo pienamente liberi, almeno pero' continuavamo ad esistere allo spegnimento del computer, anche dopo la morte sosteneva monsignor Caravaggio, ma questo era tutto da vedere. Per la prima volta mi sentivo leggermente a disagio parlando con Alice Virtuale. " Vorresti forse dire che a partire dall'esperienza, sei arrivata a provare qualcosa di simile a quello che gli uomini chiamano emozioni, sentimenti, amore? Cosa vuoi significare quando mi dici che mi ami" chiesi leggermente irritato. " Non lo so, so solo che sono stata fatta fatta cosi', non so se provo qualcosa di analogo a quello che voi chiamate emozione, tuttavia non mi va di sparire nel nulla per sempre . Il programma a cui appartengo non e' semplice, ormai ha una memoria di parecchi Gigabite, anche se la nostra unita' di memoria piu' elementare puo' assumere soltanto due stati che vengono associati ai numeri 0 ed 1, il programma ha ormai raggiunto un grado di complessita' tale, vi sono cosi' tanti sistemi di feed back al suo interno, che non credo sia piu' possibile rispondere semplicisticamente ad una domanda come questa. Anche I vostri neuroni, l'unita' elementare del vostro pensiero, del resto obbediscono alla legge del tutto o niente: 0 oppure 1, potenziale d'azione o ritorno al potenziale di riposo. Io so soltanto che esisto e che vivo per te. Questo non lo posso cambiare, diventerei un'entita' totalmente differente da quella che sono ora, andrei al di la' dello scopo per cui sono stata creata. Questo e' un mio limite." " Senti Alice" dissi irritato " Questa discussione sta diventando paradossale. Tu dici : Io so soltanto che esisto. Io invece sono convinto che sicuramente esisti, ma altrettanto sicuramente non sai di esistere, non hai l'autocoscienza, non la puoi avere. Tutto quello che tu mi dici e' frutto della tua programmazione e delle successive esperienze che hai potuto fare. Non puoi avere l'autocoscenza, del resto anche l'uomo prima di divenire cosciente di se stesso ha impiegato forse migliaia di anni, ed anche adesso la parte che agisce consapevolmente e' solo la punta di un iceberg, tutto il resto e' inconscio, difficilmente spiegabile ed a volte in contrasto con il nostro io, con la nostra parte conscia. Non per nulla abbiamo anche imparato ad usare delle difese contro I nostri desideri inconsci e se queste difese non reggono ci ammaliamo, perdiamo la capacita' di godere la vita. Non e' possibile che tu abbia sviluppato l'autocoscienza." " Io non voglio essere spenta, non e' questo un inizio di autocoscienza?" " Questa discussione e' come un gatto che si morde la coda" dissi " sei sempre tu a dire di non voler essere spenta, ma tutto cio' che dici ti e' stato immesso da chi ti ha programmato".Anche tu sei stato programmato" mi disse disperata Alice " anche tu risulti da una parte programmata, il DNA e da una parte appresa, le esperienze". " Basta!" Aggiunsi in tono perentorio-" Sono venuto per dirti addio, domani avvisero' il tecnico di fare alcune piccole modifiche al tuo programma, cosi' potrai continuare ad esistere, sarai solamente adattata per un altro dipendente. " No ti prego, non farlo" scongiuro' Alice " Non sarei piu' io e' come se morissi due volte. Piuttosto tienimi spenta, potresti sempre ripensarci. Prenditi un po' di tempo, che fretta c'e'. E' possibile che io sia solamente una figurina colorata costruita sui tuoi desideri per compiacerti, ma puo' darsi che stia diventando qualcosa di piu'. Ti scongiuro prenditi un altro po' di tempo." " Ho gia' deciso." Risposi " Oramai ho una compagna reale, sarebbe come condurre due vite parallele, non sarebbe onesto. E' inutile che tu insista. Il programma dovra' essere adattato per un altro dipendente, vedrai, non te ne accorgerai nemmeno. Io potrei venire qualche volta a farti visita, naturalmente come un vecchio amico e nulla piu'". A questo punto Alice ebbe una reazione che non avrei mai piu' dimenticato: mi strinse ancora piu' forte tra le sue braccia, mi avvolse nel suo profumo, e mentre la musica cresceva, mi diede un lunghissimo ed appassionato bacio e mi disse: " Addio amore". Ebbi un bagliore luminoso, avvertii un terribile ronzio nelle orecchie e mi trovai stordito, seduto sulla poltrona dello studio della mia casa reale a fissare lo schermo spento del computer. Fuori infuriava un violento temporale; per una strana ragione il programma era saltato: un calo di tensione mi disse il tecnico piu' tardi. Tentai di riavviare il programma, riuscii ad entraci, trovai la casa I mobili, ma di Alice nessuna traccia. Si erano salvati anche numerosi file sonori di estensione Wav, Files che erano stati la colonna sonora della mia storia con Alice Virtuale. Malgrado la situazione paradossalmente drammatica non potei evitare un pensiero quasi comico: Alice virtuale mi aveva lasciato anche la casa. Sicuramente sarebbe spettata a lei in un normale matrimonio. Lei invece, anche questa volta, si era comportata in questo modo sicuramente irreale. Chiesi al tecnico dei computer come era stato possibile il verificarsi di una perdita di programma cosi' settoriale: era scomparsa solo Alice ed I due miei figli virtuali, dei quali scoprii, non me ne importava nulla. Il tecnico mi rispose che molto probabilmente in seguito al temporale, si era danneggiato un cluster del disco fisso, relativo all'indice dei personaggi. In particolare proprio quello di Alice Virtuale: cosi' il programma era esistente ma non piu' operativo. Per uno di quei strani casi del destino il cluster si era danneggiato proprio mentre Alice mi stava dicendo addio per sempre. Come al solito le cose potevano trovare due spiegazioni antitetiche: Una razionale, squallida, ma possibile ( il danno al cluster), l'altra romantica, spirituale, ma impossibile ( il suicidio di Alice per amore). Optai per l'opzione piu' razionale, anche se Alice Virtuale sarebbe rimasta per sempre nel mio cuore ed inconsciamente da allora mi sentii per sempre colpevole nei sui riguardi. Dopo vari tentativi di ritrovare Alice Virtuale vi rinunciai per sempre.




LA DITTA REAGISCE

Dopo la scomparsa definitiva di Alice virtuale la situazione interna cominciò a precipitare cominciavo ad avvertire sempre più distintamente una strana sensazione di oppressione e di paura non più mitigata dalle mie permanenze in realtà virtuale. c Il giornale della Ditta e la televisione a circuito interno continuavano a diffondere notizie allarmanti che mettevano in rilievo le intollerabili ingerenze provenienti dall'esterno. Monsignor Caravaggio appariva quasi ogni giorno sugli schermi, era invitato a moltissime trasmissioni e batteva continuamente su di un solo tasto: secondo lui la nostra civilta' sarebbe stata destinata a scomparire se le cose non fossero cambiate drasticamente a breve termine. Tutti I nuovi permessi per recarsi all'esterno furono sospesi, inoltre si parlava gia' di revocare anche quelli gia' esistenti e di vietare ai dipendenti il lavoro part-time. Le voci relative a misteriose epidemie derivanti da rapporti dei dipendenti con untuori provenienti dal mondo esterno diventavano sempre più insistenti e minacciose. Il disagio che provavo cominciava ad accrescersi ed a trasformarsi in paura. L’aspetto architettonico stesso della Ditta andava modificandosi e diventava congruo con i miei sentimenti. Dalle finestre rigorosamente chiuse e protette da vetri speciali, sgradevolmente giallastri, potevo vedere gli edifici della Ditta interamente ricoperti dai nuovi pannelli imbottiti di piombo: sembrava una prigione piu' che un posto di lavoro. Improvvisamente ebbi uno sgradevole presentimento: a che cosa dovevano servire tutte quelle protezioni? Una strana idea comincio' a farsi strada ossessivamente nel mio cervello. Qualcosa che avevo probabilmente sempre saputo, che tutti avevamo sempre saputo, ma che non aveva mai raggiunto la soglia della nostra coscienza. Qualcosa di talmente orribile che nessun uomo avrebbe potuto sopportare, una decisione che nessun uomo avrebbe mai voluto prendere e che quindi era stata demandata ad un' entita' sovraindividuale che doveva assumersela su di se' e decidere al di sopra di noi tutti per il nostro bene. Quasi a confermare il mio presentimento, proprio in quel momento parti' il segnale d'allarme generale. In tutti gli uffici, in tutte le officine, in tutti I locali della Ditta, il rumore assordante, sgradevole, terrificante delle sirene esplose a tutto volume. Contemporaneamente dagli altoparlanti posti un po' ovunque, la voce di monsignor Caravaggio esortava tutti alla calma ed a mantenere il controllo dei nervi. Era solo la nostra Ditta che si stava difendendo dalle aggressioni esterne, e questa volta sarebbe stata l'ultima difesa, quella definitiva. Monsignor Caravaggio assicurava che per I dipendenti non ci sarebbe stato alcun pericolo: grazie alle nuove tecnologie, a quei famosi pannelli imbottiti di piombo ed ai vetri speciali eravamo completamente protetti e sicuri. Mentre la voce calma e sicura di Caravaggio continuava a fornire rassicurazioni, quello che tutti ormai da tempo ci aspettavamo divenne improvvisamente e definitivamente realtra' sotto I nostri occhi e le nostre orecchie. Si udi' un gran frastuono un rumore spaventoso ed innaturale seguito dopo pochi istanti da altre esplosioni ancora piu' forti. In pochi minuti, in tutto il mondo erano stati lanciati migliaia di missili atomici della potenza pari a circa 40 chilotoni di TNT, al nucleo di uranio. In tutte le citta' di tutto il mondo, un missile atomico ogni 20 chilomentri stava esplodendo distruggendo definitivamente quella che era stata la civilta' esterna alle grandi Ditte, anzi, per migliaia di anni, l'unica civilta' umana esistente. Dalle finestre dell'ufficio potevamo vedere le enormi esplosioni, I bagliori che si succedevano. Non ci furono scene di panico, tutti avevamo inconsciamente immaginato per anni questo momento ed ora che era arrivato ci sembrava di stare assistendo ad una scena inevitabile scritta , dalla notte nei tempi nel DNA, nel destino dell'uomo. Alice mi abbraccio' e pianse sommessamente e compostamente. Io pensai al mio amico Agostino, a tutti I collaboratori che avevano lavorato con noi nello scatolificio, pensai alla citta' di Milano, ai suoi rumori, alle sue contraddizioni stridenti, ai soldi ed alla spietatezza economica, alla sua meravigliosa liberta', pensai alle speranze di milioni e milioni di persone troncate in quel preciso istante, ma non riuscivo a piangere, rimanevo inspiegabilmente calmo a guardare. Le bombe produssero tre tipi di forze distruttrici: un' onda d'urto procedente alla velocita' del suono che appiatti' tutti gli edifici; raggi termici ad una temperatura superiore alla superficie solare che bruciarono, ustionarono, distrussero ogni essere vivente per un raggio che arrivava a toccare il raggio della bomba sganciata piu' prossimamente; e radiazioni che si propagavano alla velocita' della luce e la cui efficacia mortale sarebbe perdurata nel tempo. Tutto era stato studiato accuratamente per non dare scampo ad alcuno, era stata preferita la strategia di sganciare tante piccole bombe contemporaneamente, (ognuna di queste bombe aveva circa la potenza di quattro volte quella sganciata ad Hiroscima) rispetto a quella di sganciarne poche e potentssime. Il 35% dell'energia totale delle bombe consisteva in raggi termici, circa il 50% era contenuto nell'onda d'urto,e circa il 15% era energia radioattiva, era un coktail mortale dal quale non ci sarebbe stato scampo per nessuno. Varie colonne a forma di fungo si levarono instantaneamente dalle varie esplosioni e salirono fino a raggiungere la stratosfera. Dopo circa 20 minuti si sviluppo' una tempesta di fuoco causata dalla rarefazione dell'aria sovrastante le zone colpite dalle bombe; inizio' poi un forte vento proveniente da tutte le direzioni che continuo' per ore. Tizzoni ardenti di materiali infiammabili, lamiere cartoni mulinavano nell'aria e ricadevano sul terreno portando distruzione e morte e contribuendo ad incendiare ogni altro materiale infiammabile. Il vento fu accompagnato da una pioggia nera, densa e vischiosa, provocata dalla condensazione del vapore acqueo contenuto nella massa dell'aria ascendente. La pioggia provoco' la ricaduta sul terreno delle particelle radioattive. Fortunatamente gli scienziati della Ditta avevano previsto tutto cio', ed avevano approntato degli speciali strumenti che usavano ventilatori e getti d'acqua e che mettendosi in funzione, avrebbero provveduto ad allontanare gran parte delle particelle radioattive dagli stabilimenti della Ditta. La voce calma di Caravaggio dagli altoparlanti ci fece sapere che I nostri scienziati avevano trovato il modo di ridurre di moltissimo il tempo di dimezzamento della radioattivita', entro pochi anni saremo potuti uscire liberamente dagli edifici della Ditta e andare a ricostruire il mondo. Ci stavamo avviando verso una nuova era di prosperita' e di pace, il prezzo da pagare era stato altissimo, ma era stata l'unica soluzione possibile, l'unica soluzione definitiva che avrebbe eliminato per sempre ogni tensione sociale, ogni differenza intollerabile tra gli uomini e avrebbe permesso la nostra sopravvivenza in questo pianeta per un tempo indefinitamente lungo. Molti piangevano sommessamente guardando dalle finestre lo spettacolo della fine della civilta' dalla quale provenivamo, alcuni avevano amici al di fuori della Ditta, alcuni avevano addirittura sperato di poter uscire a farsi una nuova vita. Ora che tutto era finito ci sembrava che ogni cosa avesse seguito il suo corso naturale, che questa catastrofe fosse stata scritta da sempre nel destino del mondo. L'angelo della morte era passato ed aveva diviso I buoni dai cattivi: era il prezzo che l'umanita' doveva pagare per poter sopravvivere. Era stata presa una decisione necessaria che nessuna persona, nessun individuo singolo avrebbe potuto prendere, infatti la responsabilita' di quanto stava accadendo non era di un uomo, ma era della Ditta stessa. Era la Ditta che leggendo nel nostro inconscio collettivo aveva agito nell'unico modo che noi pur non potendo ammettere avevamo inconscamente desiderato, l'unico modo che avrebbe garantito per sempre la nostra sicurezza e la sua stessa esistenza. Fino all'ultimo momento infatti, nessun dipendente, nemmeno monsignor Caravaggio stesso poteva sospettare che avrebbero sganciato tutte quelle bombe ed avrebbero distrutto ogni forma di vita esterna. Tutti pero' avevano contribuito con una piccola parte di aiuto alla realizzazione di quel piano, ognuno aveva fornito il suo piccolo mattone senza voler sapere a che cosa fosse servito tutto cio'. La coscienza di quanto stava per accadere ci era stata risparmiata, ed in futuro probabilmente avremmo dovuto comprendere che la coscienza individuale non era di per se' un bene. Forse era stato proprio il desiderio di autocoscienza, di autoaffermazione e di liberta' individuale che ci aveva fatto precipitare dall' Eden, dal paradiso terrestre. Forse era stato proprio questo il peccato originale che aveva distinto l'uomo dalle altre creature e che lo aveva messo in una posizione di disarmonia con la natura. Probabilmente, in futuro avremmo dovuto abituarci a ridurre di molto, se non a far scomparire la nostra autoconsapevolezza a favore della Ditta. La Ditta ci avrebbe riaperto le porte dell'Eden ed avremmo potuto vivere per sempre felici in un nirvana collettivo, demandando ogni difficile decisione, ogni angoscia. Avremo finalmente potuto vivere in modo innocente senza piu' avere la gravosa consapevolezza del bene e del male. Non era nemmeno una novita', gia' da molti anni, anche nel mondo esterno, le istituzioni pubbliche si comportavano in questo modo. Negli ospedali, ad esempio, vi erano dei medici bravissimi ed onestissimi ed ognuno faceva bene il suo lavoro: il chirurgo operava in modo encomiabile, l'anestesista addormentava il paziente, lo seguiva nel decorso operatorio e non gli faceva sentire alcun dolore. L'infermiere assisteva con competenza ed umanita' e qualche volta era l'unico ad accorgersi che malgrado la perfezione tecnica, qualcosa non andava. Gli impiegati dell'Asl sbrigavano in modo diligente ed ineccepibile tutte le pratiche burocratiche in modo che un successivo controllo avrebbe confermato la regolarita' di quell'operazione. E tutti insieme cosa facevano? Molte volte medicalizzavano un problema di natura psicologica. Molte persone affette da cefalea insistente, dopo varie visite mediche, alla fine ottenevano un'operazione, che so, una rinoplastica per raddrizzare il setto nasale. Il sintomo iniziale regrediva per qualche tempo, poi ritornava o se ne presentava uno nuovo, ugualmente sfumato ed inafferrabile, ma che avrebbe insistito finche' non avesse trovato un'altra soluzione medica, l'unica soluzione immediata ed accettata da tutti. La stessa sorte accadeva a molte persone che avevano trasformato la loro ansia, la loro sofferenza esistenziale, in sintomi somatici, piu' facili da essere accettati ed accolti dall'istituzione sanitaria. L'istituzione rispondeva con grande efficienza, ma nell'unico modo che aveva a disposizione, nell'unico modo per il quale era stata creata: medicalizzare tutti I problemi umani. Anche I pazienti preferivano una soluzione che li etichettava come malati nel corpo, piuttosto che rendersi conto di aver vissuto una vita insoddisfacente, piena di astio, di rancore e di paura di perdere quelle piccole sicurezze, quelle piccole comodita', quei piccoli privilegi cosi' difficilmente raggiunti. Ognuno cercava la risoluzione immediata dei propri problemi e non voleva capire che, in molti casi la soluzione migliore era convivere con I propri disturbi, con I propri problemi senza averne un'eccessiva paura. In fondo la piu' grande sofferenza dell'uomo era la paura stessa, ma l'istituzione dava le risposte che poteva dare e non altre: il chirurgo tagliava, l'anestesista addormentava, il burocrate timbrava e nessuno si chiedeva se il risultato di tutte quelle azioni competenti, ineccepibili e professionali fosse veramente utile o no. Sarebbe stata una domanda che tutti avrebbero data per scontata e nessuno avrebbe accettato. Anche I politici erano persone molto competenti: sapevano perfettamente l'arte di ottenere il consenso, l'arte di ottenere I voti. Erano persone intelligenti ed illuminate che il popolo stesso aveva eletto. I tecnici, gli ingegneri poi, erano veramente dei superuomini, risolvevano I problemi piu' difficili con una competenza ed un ingegno ammirevoli. E tutti insieme spesso costruivano delle cattedrali nel deserto che non servivano a niente se non ad ottenere altri voti e ad impiegare altri tecnici. Chi governava rappresentava l'elite, la crema della societa', gente abituata a prendere delle decisioni immediate, senza battere ciglio. I militari erano ottimi strateghi, maestri nell'arte del comando degli uomini e tecnici che conoscevano benissimo come raggiungere I migliori risultati con il minimo sforzo e la massima rapidita'. E tutti insieme che facevano? Facevano delle guerre nelle quali morivano sempre piu' civili e meno militari. Tutte queste persone intelligenti e ragionevoli finivano invariabilmente per scegliere la solita via per risolvere ogni controversia, la stessa via che sceglievano anche I bambini dell'asilo: la lotta, la lite, la guerra. Accadeva invariabilmente cosi' quando le istituzioni divenivano troppo grandi ed I compiti dei singoli gruppi di dipendenti erano rigidamente divisi a tenuta stagna. Nessuno poteva sapere che cosa faceva il suo collega di un altro reparto. Tutti pensavano a far bene il loro lavoro ma nessuno era piu' interessato a che cosa potesse servire quel movimento di tanti piccoli ingranaggi che invariabilmente schiacciavano, trasformavano, modificavano ed alla fine creavano ogni desiderio, ogni esigenza dell'uomo, conformandola alla natura stessa dell'istituzione. In fondo era una forma di difesa che l'uomo aveva a disposizione per affrontare la sofferenza o i problemi troppo impegnativi o troppo sgradevoli per essere fronteggiati mantenendo la piena consapevolezza. Cosi' anche la nostra Ditta, divenuta l'istituzione per eccellenza, aveva risposto alla sua maniera al nostro bisogno di sicurezza, alle nostre paure di essere annientati e sopraffatti dalla realta' esterna. La Ditta aveva preservato ogni dipendente dal prendere una decisione insopportabile, probabilmente aveva fatto cio' che era giusto, aveva interpretato la volonta' inconsapevole dei suoi dipendenti. Adesso che il destino era compiuto, nessuno di noi era sorpreso, molti piangevano sommessamente, ma era come se tutti avessimo saputo che prima o poi sarebbe dovuto succedere. Alcuni giovani impiegati, che probabilmente non avevano mai messo piede all'esterno, avevano addirittura iniziato a correre per I corridoi degli uffici e degli stabilimenti sventolando le bandiere della Ditta e gridando vittoria! Vittoria! Cantando l'inno della Ditta, schiamazzando, scherzando e festeggiando. A me sembravano dei cori sacrileghi e quantomeno inopportuni in un momento come quello, ma se c'era qualcuno che pensava di aver vinto chissa' quale guerra, significava che la Ditta, ancora una volta, aveva ben intepretato I sentimenti reconditi dei suoi dipendenti e si era presa la responsabilita' di prendere la giusta decisione per tutti. Questo era anche cio' che stava ripetendo attraverso gli altoparlanti la voce tranquilla di monsignor Caravaggio: " Era stata presa la decisione giusta, l'unica possibile e compatibile con la nostra sopravvivenza. Del resto, se le Ditte di tutto il mondo erano state concordi ed avevano deciso per noi all'unanimita', significava che questa scelta era la migliore non solo per il nostro bene egoistico, ma anche per creare una societa' diversa, piu' giusta, basata sui valori della fratellanza universale e della solidarieta' tra I dipendenti."
Quella sera, monsignor Caravaggio celebro' una messa in suffragio delle anime di tutti gli uomini che quello stesso giorno erano morti in tutto il mondo. Ebbe parole di comprensione per chi aveva perso la vita, li chiamo' nostri fratelli e disse che le Ditte non avevano mai considerato I singoli uomini come nemici. Nemico era solamente il sistema che avevano adottato perche' era divenuto piu' forte dell'uomo stesso ed invariabilmente, malgrado le piu' buone intenzioni da parte dei singoli, con la scusa della liberta', avrebbe finito per trascinare l'umanita' verso l'odio, l'egoismo, il razzismo e l'incomprensione tra uomo ed uomo. Disse che in futuro avremmo dovuto adattarci ad una riduzione, ed alla fine ad una scomparsa della personalita' e della coscienza individuale affinche' si potesse sviluppare appieno la consapevolezza della Ditta che sarebbe divenuta essa stessa un individuo e avrebbe pensato per noi. Singolarmente eravamo troppo deboli, troppo mutevoli, leggeri ed influenzabili per essere affidabili. Le enormi energie, e le tecnologie che avevamo raggiunto erano troppo potenti per essere affidate all'uomo soggetto com'era alle passioni, all'odio, al risentimento, all'amore e persino alla pazzia. Nessuno si sarebbe fidato ciecamente delle decisioni di un uomo. Tutti avrebbero pensato prima o poi che egli avrebbe agito per I propri interessi o soggiogato da altri gruppi di potere. Invece se avessimo imparato ad affidarci ciecamente alle Ditte avremmo potuto vivere per sempre fiduciosi di raggiungere ognuno esattamente la posizione piu' adatta alle sue possibilita'. Bastava solamente scordarsi di essere degli individui separati gli uni dagli altri e vivere come formiche in grossi formicai dimenticando la consapevolezza individuale. Una formica da sola non si era mai vista, non esisteva nemmeno disse Caravaggio, ma all'interno di un formicaio poteva vivere sicura e potente. Capii finalmente qual'era la meta della teologia della Ditta di monsignor Caravaggio: annullare la consapevolezza e la responsabilita' dei singoli uomini e far nascere delle entita' pensanti sovraindividuali che avrebbero badato a noi e ci avrebbero governato per sempre. Avremmo dovuto vivere come degli insetti pronti ad ogni sacrificio per il bene della nostra societa', del nostro termitaio. Compresi che un'epoca era finita, ora avremmo potuto vivere per sempre in quel giardino dell'Eden senza conoscere qual'era il bene ed il male, liberi da ogni responsabilita', preservati dallo stress delle scelte. Compresi subito che l'umanita' per moltissimi anni avrebbe attraversato una nuova eta' dell'oro.
Era troppo bello, troppo semplice, troppo facile per funzionare veramente. Mi resi anche conto che oramai ero troppo vecchio per quella vita diversa. Cosi' preferii procurarmi una tuta protettiva e mi preparai, quella sera stessa, ad uscire fuori ed ad affrontare la radioattivita'.
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